Il Caldo e la Sete

La caduta del primo governo Draghi si apre in una estate davvero calda. E nel dibattito politico, mai come oggi così confuso ed incerto, si riaffaccia in una fase storica completamente diversa, un vecchia retorica. A far cadere il governo sarebbero forze politiche o irresponsabili o oggettivamente al servizio della Russia di Putin e contro gli interessi nazionali.

Nel secondo dopo guerra la battaglia politica carica di questa retorica era condotta dalla Democrazia Cristiana, un centro destra moderato e popolare, contro l’unità del fronte democratico e popolare delle sinistre unite (PCI e PSI) e poi del solo PCI, definite al servizio dei padrini di Mosca e di Stalin. Questi ultimi sostenevano gli interessi dei lavoratori con quello dello sviluppo capitalistico italiano indipendente, le cui potenzialità venivano sacrificate alla coda della potenza Americana. Per quanto questa retorica venga riproposta e diffuse masse silenziose possano credere al collaborazionismo filo putiniano che si cela dietro la sfiducia del governo, non si vede all’orizzonte una nuova forza capace di compattare decisivi settori delle classi popolari intorno agli interessi dello sviluppo della accumulazione del capitalismo italiano come seppe fare la DC in tutto il lungo dopo guerra.  

La storia non si ripete affatto. L’Europa e l’Italia sono in braghe di tela, la Gran Bretagna attraverso la Brexit non è riuscita a sottrarsi al canto del cigno dell’Europa colonialista, capitalista ed imperialista e se la vede peggio della UE.

Il periodo del dopoguerra era caratterizzato dalla crescita espansiva dell’accumulazione mondiale, trainata dalla crescita poderosa della capacità produttiva degli Stati Uniti d’America a cavallo tra le due guerre mondiali. Non solo da essa ne trassero vantaggio gli “alleati” europei ed il capitalismo italiano, ma rese anche possibile una lungo ciclo espansivo del conflitto di classe e politico proletario che diede al movimento dei lavoratori spazi di mediazione sociale e di riconoscimento politico sindacale, che crebbe di pari passo con quelli dell’accumulazione capitalistica mondiale e la rapina imperialista che gli USA garantivano. Un processo storico che portò infine nel giugno del 1976 Enrico Berlinguer, segretario del PCI – ossia il capo del più grande partito comunista di massa in Occidente – ad “ammettere” e a dichiarare in maniera cornuta che gli interessi dei lavoratori fossero più al sicuro sotto l’ombrello della NATO.

La storia se pare ripetersi, non è in farsa, bensì in vera tragedia. Perché anche la prospettiva atlantista non gode più di buona salute.

L’America appare davvero invecchiata agli occhi del mondo, anche agli occhi dell’Europa occidentale, sempre meno capace di essere traino dell’accumulazione mondiale, è altamente polarizzata al suo interno, governata dal caos, dallo scricchiolio istituzionale ed esposta dalla concorrenza Asiatica.

Dietro questa oggettiva debolezza si dischiude la senescenza del modo di produzione capitalistico, che si fonda nel processo impersonale dell’accumulazione mondiale del valore-merce.

Nel dibattito politico si cerca di esorcizzare l’inverno, scacciando l’incubo che la crisi tra volume dei capitali fissi, che sempre più velocemente si devono riprodurre per mantenere alta la produttività, e le materie prime accumulate nelle riserve asiatiche, e la scarsità delle stesse sia paradossalmente vera.

Si sentono pubblicità alla radio apparentemente innocue e di buon senso, che raccomandano di non sprecare in questa estate torrida, non tanto l’energia elettrica o il carburante, bensì di risparmiare l’ACQUA, mentre alcune regioni si apprestano a dichiarare lo stato di “Crisi idrica regionale”. 

Altri morti e incidenti gravi sul lavoro sopraggiungono. Ma sono morti di tipo diverso da quelli cui siamo abituati a leggere sui giornali, che avvengono sia in fabbrica che nella campagna caratterizzata da una nuova schiavitù razzista neocoloniale.

Pontedera Piaggio, Avio Rivalta, Stellantis Mirafiori, Dana Rivoli. Malori e un morto per colpa del caldo asfissiante, scioperi spontanei in corso. Parete e Falciano del Massico in provincia di Caserta, poi nel Foggiano e nella piana di Gioia Tauro, braccianti dalla pelle nera morti o infartati per la calura durante il lavoro nelle moderne piantagioni, nelle loro baracche di prossimità ai campi scoppiano roghi (spesso ad opera di mano razzista), ma non vi sono pozzi ed acqua corrente per spegnere le fiamme.

L’acqua deve essere risparmiata, perché l’acqua è indispensabile per la produttività. L’acqua serve per raffreddare i moderni macchinari, con i loro componenti di microchip e sensori, i pozzi di acqua preclusi ai lavoratori della terra. Il meccanismo della moderna produzione consuma energia per la motrice, quanto quella necessaria per raffreddare il macchinario vaporizzando l’acqua. Tutta l’energia del megawattore produttivo consumato richiede pari energia se non di più per raffreddarlo. La crisi energetica corrisponde al consumo dell’acqua, perché per abbattere il costo energetico sempre più si usano i ventilconvettori ad acqua. L’accumulazione di scorte di materie prime e la forza produttiva dei macchinari altamente sensibili al calore stanno determinando un nuovo scenario della concorrenza mondiale e del conflitto. Tanto più la produttività è esposta da chi accumula le materie prime energetiche, tanto più nei moderni impianti della produzione il condizionamento di refrigerazione è concentrato solo a raffreddare il macchinario piuttosto che l’intera officina. Ogni aumento del costo della produzione di energia elettrica o dei carburanti, costringe la produzione del valore merce a risparmiare sui consumi dell’acqua ancor prima che sulla parte variabile del capitale, sottraendola all’uomo per dissetare il macchinario.

La CGIL sventola come vittoria confederale il fatto che l’INPS concederà ore di cassaintegrazione se la temperatura aumenterà di 35 gradi. Nella concorrenza spietata è ovvio che al di sopra di certe temperature ed un maggiore consumo per il raffreddamento della macchina, l’unico modo economico per sostenere il profitto diviene inevitabilmente diminuire il quanto necessario il ritmo della produttività ed il volume della domanda delle ore di lavoro.

Gli operai dei pozzi petroliferi in Iran nel 2021 diedero vita a lunghissimi scioperi e rivolte per l’acqua nella parte sud occidentale del paese, detta arabistan. Il fiume Karun lungo 950Km, bacino idrico che per secoli ha fertilizzato le terre dell’antica Persia è di fatto in secca. Le stagioni di siccità non possono essere solo un effetto naturale. Al fondo l’estrazione attraverso il fracking adottato dagli Stati Uniti d’America per produrre il suo shale oil comporta il consumo di 23 litri per MegaWattore termico. Per estrarre e ripulire il carbone il consumo di acqua è 4 volte maggiore. Mentre produzione di petrolio onshore, come realizzata dal resto del mondo, comporta un consumo di acqua dieci volte ancora maggiore rispetto allo shale oil.

Poi l’acqua rientra nel consumo massiccio nell’intera filiera e nella catena più generale della produzione del valore-merce, dalla produzione di energia come strumento di raffreddamento.

Mi piace riproporre la riflessione di un giovane anonimo Israeliano di Haifa, che aderì alla rivolta del proletariato senza riserve palestinese che attraversò le città di Israele durante quelle focose giornate di fine Maggio 2021, nel descrivere al mondo attonito degli sfruttati il castello di carta che pare in procinto di cadere e cosa si profila all’orizzonte:

“ … La situazione nei cosiddetti Stati Uniti mi ispira. La ribellione di George Floyd fu una vera e propria insurrezione diversificata. Lavoratori bianchi e neri si sono trovati per strada e hanno combattuto insieme contro il sistema che li sfrutta. Ho persino sentito dire che il primo che ha dato fuoco al distretto di polizia di Minneapolis era un bianco. Questo è un enorme miglioramento per un posto come gli Stati Uniti, e le condizioni sono ora mature per una rivolta multirazziale di persone che combattono all’unisono.

Quindi tutto è possibile, immagino. Ma è difficile rimanere fiduciosi. Sembra che abbiamo una lunga strada da percorrere. Tuttavia, alcune persone non stanno aspettando. Le connessioni si formano ogni secondo sotto la realtà quotidiana dell’apartheid e i confini visibili e invisibili vengono infranti mentre parliamo. È anche importante notare che non abbiamo molto tempo: in vista della crisi climatica e del peggioramento della situazione ecologica, le future intifada saranno combattute per le risorse, l’acqua pulita e l’aria respirabile, oltre che per la terra.”

In questi mesi si combatte in varie parti del mondo lungo le linee di costruzione ed espansione delle pipeline mondiali, vero e proprio saccheggio della natura ed operazione neocoloniale a disegnare nuovi confini di Sykes e Picot spinta dalla crisi generale della accumulazione.

Al di là dell’Atlantico, nell’assordante silenzio del risveglio proletario internazionale, un movimento chiamato Defend Atlanta Forrest, completamento oscurato dalla attenzione mediatica e non considerato dalle soggettività comuniste, da più di un anno si batte per difendere 3500 acri di verde boschivo all’interno di Atlanta in Georgia. L’industria cinematografica vuole raderne una gran parte al suolo per espandere i propri studios, perché incalzata dall’industria cinematografica Sud Coreana e Indiana. Un’altra parte di essa è destinata al Dipartimento di Polizia dove si costruirà cop city (la città della polizia), un centro dove verranno testate le nuove tecnologie per formare truppe addestrate di uomini e droni a difesa della proprietà privata e del capitale.

Il proletariato è costretto a lottare per la vita a prescindere dalla difesa della merce forza lavoro che possiede e che difende con la lotta sindacale. Si potrà tentare di ridurre ai minimi termini questa linea della battaglia attraverso la repressione delle lotte sindacali, ma non si potrà eliminare la necessità di lottare per la vita e contro il mondo del capitale. Nel frattempo a Pontedera gli operai e le operaie della Piaggio continuano a scioperare perché fa davvero troppo caldo, mentre nelle piantagioni della schiavitù bracciantile gli immigrati e l’umanità sfruttata comincia ad avere davvero troppa sete.

L’inverno sarà freddo anche nel cuore della bestia. E al momento questa è la buona notizia in vista di uno sbriciolamento certo dell’ordine materiale su cui si poggia questo stato di cose presente, senza il quale nessun movimento reale necessitato alla sua abolizione potrà porsi le domande epocali per liberarci dalla schiavitù della produzione del valore e del bisogno umano attraverso il consumo della merce.

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