La mobilitazione che non c’è e l’aspettativa internazionalista

La foto di copertina, che sta facendo il giro del mondo, ritrae la popolazione di Irpin, città nell’Oblast di Kiev, che si rifugia sotto un ponte ridotto in macerie dai bombardamenti russi. E’ la drammatica immagine dei nostri tempi in cui le masse sfruttate e proletarie cercano rifugio dalla guerra sotto uno scudo costruito dal capitalismo, ma le cui macerie in questo nuovo tempo gli possono cascare sulla testa al minimo sobbalzo della superficie.

Irpin, Ucraina, 5 marzo 2022

Durante I primi giorni della guerra in Ucraina, nella preoccupazione evidente di tutti gli analisti di politica internazionale ed economica per la situazione attuale e soprattutto per le ricadute in Italia, in Europa e nell’Occidente, che le azioni intraprese dai paesi “democratici” avrebbero comportato, una domanda, rimasta poi nello sfondo, venne posta che dovrebbe attirare l’attenzione di chi avverte con preoccupazione l’accelerazione verso l’escalation della guerra in marcia.

Perché non assistiamo ad improvvise e grandi mobilitazioni contro la guerra come fu per esempio durante le due guerre all’Iraq del 1991 e del 2003? Domanda semplice ma che non ha trovato alcuna risposta, se non una spiegazione ideologica che vale un centesimo bucato: “la spiegazione forse risiede in una cultura europea dove per anni ha pesato su di essa sul piano culturale e politico un atavico antiamericanismo”.

Di fatto non farebbe una piega, la spiegazione ha qualche cosa di vero circa come le classi sociali europee si siano rapportate nei confronti delle guerre di questi ultimi decenni tra Medio Oriente, Iraq, Afghanistan, Ex Jugoslavia e Africa che hanno visto coinvolti i paesi imperialisti europei ed occidentali. Nel 2003 la dimensione della guerra era di una mobilitazione mondiale di tutti gli stati dell’Occidente contro l’Iraq, il popolo Iracheno e le masse sfruttate arabe e musulmane, cui nessuna nazione capitalistica, grande o piccola che fosse, si oppose. Dall’altra parte ci fu una mobilitazione mondiale e generale per impedire che l’ennesima puntata del desert storm e la seconda dello “shock and awe” (colpisci e terrorizza) si realizzasse. Una mobilitazione che fu in Occidente ma anche in Nord Africa, in Medio Oriente e Palestina, in Iran, in India, in Indonesia e nelle Filippine, nei paesi dell’America Latina, in Sud Africa e negli Stati Uniti d’America. Fu una mobilitazione contro la guerra all’interno della coalizione dei paesi che la stavano conducendo. Si percepiva fosse in atto una aggressione ad un popolo per motivi di rapina. Ma quando tuonarono i bombardieri americani (che compirono in pochi giorni più di quattromila missioni di bombardamento delle città provocando più di 150 mila vittime e nel suo proseguimento a guerra vinta ed il paese interamente conquistato il numero delle vittime stimato salì oltre le 230 mila tra gli iracheni) il movimento contro la guerra si disciolse nell’inevitabile ripiego verso la speranza che il conflitto potesse durare il meno possibile, ossia che la resistenza del popolo iracheno aggredito alzasse bandiera bianca al saccheggio imperialista e quindi risparmiare un ulteriore sacrificio umano [1].

Perché oggi non avviene la stessa cosa in un contesto che sta trascinando tutti in un conflitto, il cui esito sarebbe imponderabile e disastroso per l’Europa e l’Occidente tutto, le cui conseguenze umane sarebbero incalcolabili?

Che l’antiamericanismo non abbia nulla a che vedere con questo ce lo dimostrano appunto le piazze vuote. Se esso avesse una certa capacità di determinare una mobilitazione ampia assisteremmo a diffuse mobilitazioni contro la NATO che invece non si danno, anzi si disertano proprie quelle che non hanno un sufficiente e netto carattere pro NATO.

Messa da parte la non spiegazione che veniva data dagli analisti borghesi, sarebbe necessario seriamente domandarsi circa la realtà di una assenza di una mobilitazione (anche pacifista) contro la guerra in Occidente, in Europa ed in Italia, del perché e per meglio cogliere la fase attuale del modo di produzione capitalistico e delle sue relazioni generali determinate. A meno che non vorremmo considerare inutilmente le manifestazioni della CGIL (cui la CISL non ha aderito perché troppo poco “pro occidente”). Viceversa, circa le iniziative contro la guerra in Russia che non si allargherebbero perché c’è una dittatura, la repressione, gli arresti in strada a centinaia di chi si mobilita meriterebbe una discussione a parte. Perché come potremmo vedere anche lì la situazione è davvero simile a quella in occidente: risultato attribuibile all’esercizio della repressione da parte dello stato Russo che in ogni caso è davvero elevato? Per inciso, dovremmo riflettere su uno scenario che a fronte di migliaia di arresti nelle piazze russe, non vi siano cortei veri e propri e cariche violente della polizia, sparo di lacrimogeni ecc, mentre molte sono le automobili che nel traffico hanno come adesivo sul posteriore del veicolo una grossa Z, la zeta che sta per ovest, ossia la direzione da prendere da parte dei convogli militari della armata rossa durante la seconda guerra mondiale. Anche nelle città occupate dell’Ucraina del sud est occupate dall’esercito Russo le manifestazioni di piazza contro l’occupazione militare al momento non vengono represse con i carri armati. Sarebbe necessario rifletterci a fondo, forse in una seconda puntata.

Fissiamo prima di tutto un punto. La stampa capitalistica considera la guerra ideologicamente ed astrattamente dal piano del movimento reale dell’accumulazione capitalistica, oppure nasconde la verità della guerra sotto un muro di bugie che è l’altra faccia della stessa medaglia.

Secondo la verità dominante, da destra a da sinistra, innegabilmente la guerra avviene perché uno stato aggredisce ed un altro è aggredito. Questo impone che le persone, settori della società e le classi sociali debbano reagire ideologicamente a condannare il paese aggressore ed esprimere attivamente la propria denuncia nelle piazze, nella società e nelle relazioni di mercato. Essendo evidentemente una guerra che la Russia avrebbe iniziato (ammettendo pure che furono l’Occidente e gli Stati Uniti d’America ad averla portata avanti contro l’Iraq) e ora minaccia l’Europa, quella Europa ha bisogno di essere sostenuta da una mobilitazione contro la guerra, ossia a favore di una Europa libera dalla minaccia armata ed energetica. L’ideologia è il riflesso di qualcosa altro. In sostanza si chiama a gran voce una mobilitazione dal basso, che ha difficoltà ad esprimersi per motivi estranei a qualsiasi ideologia, necessaria per sostenere in maniera coesa le necessità capitalistiche dei paesi Europei in questo conflitto, in sostanza per realizzare una soluzione della guerra conveniente agli interessi occidentali ed italiani. La fragilità dell’Occidente di fronte a questa guerra, che la crisi del modo di produzione capitalistico generale a riavviare l’accumulazione sta determinando, comporta anche la difficoltà a mobilitare attivamente le masse dietro al proprio carro imperialista. Nondimeno, una diffusa campagna sciovinista, nazionalista e guerrafondaia si sprigiona spontaneamente da tutti i pori della società. Nella multinazionale americana dove l’autore di questo blog lavora come forza lavoro informatica, c’è una costante pressione della corporate a voler mobilitare tutti i propri dipendenti impiegati nel mondo nelle campagne di solidarietà che essa sta realizzando nei confronti del popolo Ucraino, campagne di condanna della aggressione della Russia e di condivisione delle iniziative economiche della multinazionale, che l’ha portata anche alla decisione di non stipulare contratti futuri con aziende e clienti Russi e Bielorussi (di clienti Bielorussi, la multinazionale dove lavoro ne ha pochini, ma il giro di affari in Russia è considerevole, così come gran parte della ricerca e sviluppo ha programmatori informatici Russi, molti di loro stabilitisi in California, ma altri ancora lavorano negli uffici di Mosca e San Pietroburgo). Al tempo stesso in questo micro mondo globale di una multinazionale, la corporate rassicura i propri dipendenti e la propria forza lavoro in Russia che essi non saranno penalizzati, né discriminati ed il loro posto di lavoro conservato, perché si sa l’Occidente è in guerra contro il governo Russo e non contro il suo popolo, quindi il loro salario ed il loro posto di lavoro sarà garantito dall’azienda multinazionale.

Attenzione, vorrei far riflettere sul messaggio materiale che viene inviato ai suoi dipendenti da una azienda capitalistica multinazionale e leader nel settore del mercato, che per quanto decisamente meglio pagati rispetto ai lavoratori della fabbrica tradizionale e con paghe decisamente migliori del tipico salario operaio, producono una quantità di plus lavoro decisiva all’interno dell’accumulazione mondiale (ed in particolar modo sono pagati meglio proprio i lavoratori impiegati nei paesi occidentali, mentre gli informatici con minore esperienza e minori competenze sono ingaggiati alla stregua dell’operaio massa non qualificato alla catena di montaggio nei paesi del Sud Est Asiatico e nel sub continente Indiano, ricevendo in proporzione paghe decisamente più basse di quelle dei colleghi occidentali): il capitale è disposto al sacrificio, dà l’esempio, rinuncia a milioni di ricavi e profitti per difendere la pace e fermare la guerra. Se qualcuno avesse ascoltato la conferenza stampa di Draghi di ieri, circa il problema economico cui le famiglie dei lavoratori, ma anche dei piccoli imprenditori, si trovano a dover affrontare a causa della situazione determinata, si sarebbe accorto che trattasi del medesimo messaggio che i governi occidentali stanno inviando. A specifiche domande il premier delle banche al governo ha risposto che come contro misura finanziaria ai problemi economici conseguenti alla crisi in Ucraina (investimenti per svincolarsi dalla dipendenza dalla Russia per il rifornimento energetico) il Consiglio d’Europa informale abbia preso in considerazione anche la tassazione dei super profitti (così definiti da Draghi) delle compagnie fornitrici di elettricità e gas europee o di quelle che operano nel mercato europeo. In sostanza, sebbene non ci troviamo ancora in una escalation aperta del conflitto armato in Ucraina e del coinvolgimento più diretto dell’Italia e dell’Europa, il perdurare dell’attuale stallo sta rafforzando la necessità di una mobilitazione a sostegno dell’intervento contro la Russia, dove non si prospetta un orizzonte di crescita bensì del tentativo di riduzione possibile del sacrificio dei componenti della comunità capitalistica e dei lavoratori.

E’ la necessità impersonale della difesa dell’interesse vitale dei paesi capitalistici dell’Occidente, della sua capacità di concentrazione del capitale su un mercato mondiale ferocemente competitivo nel contesto di una accumulazione mondiale asfittica e tendenzialmente in caduta che prepara un terreno di mobilitazione per la guerra, che le stesse forze concentrate dell’Occidente temono, qualora essa diventasse inevitabile. Per questa stregua nell’immediato uno spazio di azione contro i preparativi di guerra si assottiglia sempre di più, tanto più che il rincaro delle bollette aumenta in una misura ancora sopportabile per ampi strati della popolazione lavoratrice spaventando tutti, proletario, piccolo borghese o imprenditore che sia. La prospettiva funesta di una crisi economica ma maledettamente reale terrorizza le classi lavoratrici inchiodandole ad una passività e ad guardare attonito. Stiamo parlando del cuore profondo del proletariato già cannibalizzato dalla rivoluzione del rapporto della produzione globale del valore che si è realizzato attraverso la deindustrializzazione nella geografia capitalistica occidentale e delocalizzando la catena del valore in Asia, in Africa ed in America Latina, che lo ha gettato in una nuova interdipendenza e soggezione, ed in una maggiore competizione sul mercato mondiale del lavoro, in un rigurgito razzista di ampi strati dei ceti produttivi e delle classi lavoratrici contro gli immigrati, di cui il vento di guerra sta ulteriormente facendo pesare il macigno capitalistico da cui esso non riesce a scrollarsi di dosso. Qui varrebbe la pena di notare che la guerra non è altro che la continuazione della politica con altri mezzi (tanto per ripetere una citazione tornata di moda) che lega ancor più forte di prima tutte le classi sociali ai destini dell’accumulazione capitalistica e quindi alla guerra, che in questa fase non avviene per motivi espansionistici, bensì per ragioni di contrazione della produzione dei margini del plusvalore. Questa guerra è il risultato di un ordine che si è determinato per cinquecento anni e che ora scricchiola, frana soprattutto nel cuore della bestia capitalistica (l’Europa, l’Occidente e gli Stati Uniti d’America). La prima reazione è il panico di fronte ad un mondo che si avverte stia cedendo, è l’inazione da terrore perché non si vede altra possibilità di riprodurre la propria condizione al di fuori della legge del mercato, della legge dello scambio e dalla produzione del valore. E’ lo stesso fattore materiale per cui di fronte ad una crisi generale se il proletariato non è in grado di affrontarla di petto delega la soluzione al rapporto generale capitalistico attraverso cui si è storicamente determinato, si affida al capitalismo. Se il sacrificio umano è inevitabile, si spera duri il meno a lungo possibile. A tal fine si indossa una uniforme a seconda dei convenienti rapporti di forza che si danno sul campo, si cambia fronte alleato se necessario ed utile, si produce a favore della guerra perché ne risulti velocemente un vincitore. Abbiamo appena alle spalle un turbinoso biennio pieno di inedite convulsioni e di nuove insorgenze e contro insorgenze sociali anche nel cuore della metropoli, caratterizzate dalla pandemia mondiale, dove in seguito ad un primo sussulto abbozzato, il destino della riproduzione della condizione della salute pubblica è stato affidato al capitalismo ed alle sue ricette. E prima di essa abbiamo avuto il peso storico della seconda guerra mondiale che ha forgiato nel rapporto col capitale le generazioni successive. Una esperienza in cui l’Italia presa nel vortice della competizione capitalistica si sentì comunità all’interno del mercato mondiale attraverso il fascismo e poi, cambiando uniforme, attraverso la lotta partigiana sotto l’insegna della potenza americana, cogliendo nel cambio d’alleanza che effettivamente il cavallo delle democrazie occidentali alleate con l’URSS avrebbe garantito anche all’Europa un pacifico sviluppo ed una pacifica competizione sul mercato mondiale ed all’interno di un mercato mondiale unitario ma bipolare. Il tentativo di contrastare l’inazione omicida dei governi occidentali nei confronti della pandemia – perché Bergamo doveva rincorrere la produttività e la produttività viene prima di ogni altra cosa – si è tradotto velocemente nell’assegnare la difesa della salute alla ricetta capitalistica del mercato e della merce della cura. Chi l’ha poi contrastata in Occidente e secondo linee divergenti talvolta nelle piazze comuni, in molti casi ha guardato anche esso al capitale e secondo la prospettiva della difesa di quella produttività secondo relazioni all’interno del rapporto del capitale del passato.

La guerra è una delle manifestazioni reazionarie del movimento dell’accumulazione capitalistica, che in questa epoca storica si determina perché il terreno reale è la contrazione della sua espansione ed al tempo stesso il venire al pettine dei nodi contraddittori di un sistema circolare ed unitario dell’accumulazione che si riteneva potesse svilupparsi all’infinito. Ridefinisce immediatamente tutte le relazioni di classe e capitalistiche determinate sottraendogli quello spazio di una opposizione conflittuale all’interno del rapporto generale del capitale, che ha determinato i blocchi sociali, le identità di classe e che ha consentito la relativa lotta di classe. Questa forza frantumatrice dei rapporti col capitale del passato diventa inesorabile facendo avvertire che è finito il tempo capitalistico, lungo parecchi secoli e che negli ultimi decenni ha prodotto una serie ravvicinata di aggressioni imperialiste ai paesi dominati, in cui era l’Occidente a scaricare le bombe dall’alto dei cieli, ora di fatto esso subisce le cannonate da parte dei Russi.

Questo contesto cambia drasticamente l’intero paradigma nei confronti della guerra per le generazioni attuali in particolar modo in Occidente. Le classi sociali ed i lavoratori sono posti di fronte al fatto – o meglio dire al salto – che il mondo delle relazioni capitalistiche che gli ha consentito di determinarsi è aggredito da una guerra permanente che arriva fin dentro casa propria, che secondo la verità nascosta dalle menzogne non ci vedrebbe responsabili. La verità è che appunto il rapporto determinato dalla accumulazione mondiale, che ha consentito il dominio incontrastato dell’Occidente, è ora aggredito dalle stesse leggi del capitalismo e tutte le classi sociali avvertono la medesima aggressione alla propria condizione materiale che è reale e non fittizia. Nei confronti di questa situazione ci si dispera e si spera che il proprio governo possa essere capace di fermare quanto stia viceversa franando. Anche a sinistra, di fronte alla passività di una mobilitazione che sia realmente contro la guerra capitalistica, ci si acconcia per questo motivo a chiedere la cessazione immediata della guerra della Russia contro l’Ucraina, in perfetta sintonia con il riflesso dell’umore delle masse che costrette all’angolo sperano che perlomeno si possa fermare l’anello ultimo e più superficiale di questa aggressione permanente del modo di produzione capitalistico in preda alla suo corso catastrofico, che si possa così far ritornare le cose al tempo precedente e nella fase in cui il proletariato poteva ancora determinarsi in maniera conflittuale all’interno del rapporto del capitale.

E’ illusorio pensare di poter invertire il percorso storico del capitalismo che arriva qui anche in Ucraina ad una delle manifestazioni della sua crisi generale che di fatto nega quella precedente determinazione anche come classe del capitale.

Si pensa di fatto che i prezzi del consumo energetico e dei beni di prima necessità possano tornare a quelli di prima fermando la Russia, ossia affrontando l’anello ultimo di una crisi e di una escalation verso questa direzione che era già in marcia da prima. I segnali di dover razionare elettricità, carburante, carne e frutta si sono ripetuti in questi due anni fin dentro il cuore degli Stati Uniti d’America, Gran Bretagna, Cina ed India. Prima è capitato a causa di un fattore apparentemente separato dalla guerra attuale, la pandemia e dalle centinaia di milioni di ore produttività persa per una epidemia globale, poi dalle “ripartenze” economiche contraddittorie che hanno provocato (o voluto provocare come taluni alludono) una nuova inflazione generale nonostante la ripresa della produttività, ed ora apparentemente per colpa della Russia (di cui l’unica cosa vera risiede nel fatto che la Russia abbia trovato la capacità di agire ora, proprio perché l’Occidente e gli USA sono in ritirata ed in estrema difficoltà sul mercato mondiale). Siamo in uno secondo stato di emergenza dichiarato, nonostante quello pandemico non sia già scaduto. E vi è ragione di esserci direbbe la gente normale che ha un problema per campare come prima, perché lo stato di emergenza consente ai governi di agire più celermente: questa è l’aspettativa che i lavoratori occidentali nella loro maggioranza sperano in questo momento.

E’ finito anche il tempo in cui si pensava che il capitalismo potesse superare tutte le sue crisi scaricando il costo economico, finanziario (e le bombe) sui paesi oppressi e dominanti dalla finanza imperialista ed il gioco della finanza mondiale, che la crisi economica e sociale, la povertà fossero solo fenomeni che non avrebbero mai riguardato i lavoratori e la classe operaia occidentale e del mondo capitalistico più evoluto.

Troppi bruschi risvegli che tutti insieme determinano passività, stato catatonico ed uno sguardo ancor più un attonito nel volgersi all’interno delle relazioni del capitalismo nella speranza che esso possa risolvere in fretta le sue contraddizioni. Questo stato di sbandamento si esprime anche a mezzo stampa, nelle domande buffe o nel modo come i giornalisti le pongono al premier Draghi durante le varie conferenze stampa, perfino anche dai parlamentari che durante le interrogazioni al governo di questi giorni si uniscono al coro “Super Mario, fa qualcosa”!

Fortunatamente, per noi ma non per la gente normale, Super Mario, ossia il capitalismo, non è in grado di realizzare come prima quella coesione sociale tale da mobilitare immediatamente oggi e attivamente settori di massa sociali a suo sostegno, del governo, dell’Italia e dell’Occidente. La forza impersonale del mercato ci sta riuscendo in Ucraina, in cui nonostante una sanguinosa guerra, il popolo Ucraino costituisce di fatto una comunità che si realizza nel mercato sottomesso ed una avanguardia del forza occidente che già lo sottometteva e lo aveva costretto ad un crescente indebitamento del paese con gli istituti finanziari mondiali ed occidentali. Ed è per questo motivo che si è esprime la solidarietà a quelle popolazioni, al di là di quanto ognuno di noi pensa. La solidarietà anche essa è il prodotto del modo di produzione che determina la società e per come gli umani interagiscono tra loro e nei confronti di essa dentro relazioni date: è divenuta un obbligo e ad imporlo sono le forze impersonali del modo di produzione capitalistico. E’ una solidarietà per cui si verrà chiamati a realizzarla con tutti i mezzi necessari ed infine ultimi, rispondendo colpo sul colpo, per cui non c’è soluzione di continuità tra l’aiuto umanitario e l’aiuto in armi. Una solidarietà ammantata di internazionalismo sciovinista, per cui perfino Salvini, uno che fino a poche settimane fa sosteneva l’esercito della Polonia nel respingere armi in pugno gli immigrati e profughi dalle aree di conflitto in Medio Oriente, viene oggi cacciato furor di popolo e furor di capitale da un sindaco polacco e da quelli insieme di lacchè del capitale della stampa occidentale ed italiana.

Zelenskyy sta brandendo ed in vocando questo internazionalismo sciovinista dal primo giorno di guerra e prime schegge di reale follia dell’internazionalismo anarchico vi si accoda perchè vede una comunità in armi, ma è quella realizzata dalle forze del capitale. Ma altri vi si accoderanno.

Qui viceversa per il momento la gente spera, anche i lavoratori lo sperano, perfino diverse forze reali capitalistiche lo sperano, che i governi Europei e quello degli Stati Uniti non si trovino costretti ad abboccare all’amo di cui Zelenskyy è espressione trovando la scappatoia per risolvere in fretta il problema.

Dall’altra parte non ci si avvede che non c’è possibilità reale di sottrarsi dall’espansione ad Est da parte dell’Occidente in via di declino, che la capacità di attrazione della forza concentrata della finanza sul mercato attrae i paesi della ex URSS non per volontà politica, ma per un meccanismo impersonale del mercato. Per questo motivo la protezione in armi contro l’allargamento della NATO non potrà che essere fallimentare indipendentemente dell’esito del conflitto, una difesa dalla avanzata del capitalismo occidentale verso la Russia impossibile, mentre l’esito di una azione a volervi resistere non può che essere il sacrificio di vite umane. C’è ovviamente ancora chi ritiene che la crisi generale del modo di produzione capitalistico sia evitabile, che una Russia capace di fermare le grinfie della NATO possa invertire il corso della crisi generale e di guerre future, non solo in piccole pattuglie settarie di vetero comunisti, essa risiede nelle materialità delle cose e nelle incertezze di una fase che riproduce il disorientamento nelle società occidentali in serio declino.

Come non si può giudicare un uomo dall’idea che egli ha di se stesso, così non si può giudicare una simile epoca di sconvolgimento dalla coscienza che essa ha di se stessa; occorre invece spiegare questa coscienza con le contraddizioni della vita materiale, con il conflitto esistente fra le forze produttive della società e i rapporti di produzione, ci ricorda Karl Marx. [2]

Entrambe le illusioni sono il risultato del processo storico e materiale di come le classi sociali si sono determinate all’interno dell’accumulazione capitalistica, per cui spinte verso il precipizio dal movimento storico del modo di produzione concepiscono all’intero di esso la riproduzione della propria condizione. Assisteremo a fratture scomposte, di cui possiamo già scorgere le varie linee di faglia che non presenteranno più blocchi omogenei tra stati imperialisti e capitalisti, di nazioni e nemmeno tra le classi sociali, anzi queste saranno travolte nel modo in cui esse sono state caratterizzate fin qui, su come hanno concepito se stesse nel capitalismo. Quelli che non avranno la possibilità di resistere in uno stallo che si prolunga, saranno costretti ad agire, perché non si potrà più vivere come prima. Potrà essere in maniera contraddittoria una singola nazione, un pungo di nazioni o settori sociali di massa cui a tutti viene sottratta la possibilità di ricreare le condizioni della propria esistenza come prima della propria esistenza all’interno dei rapporti del mercato mondiale. Ci sarenno sempre più paesi meno resilienti alla crisi e coinvolti dai conflitti di guerra regionali a dover fare i conti con le forze delle milizie mercenarie che essi hanno assoldato per conquistare un potere di argilla, un po’ come l’impero romano affidava la difesa dei propri confini agli eserciti delle popolazioni germaniche, che poi con la loro forza delegittimarono il potere centrale dell’Impero pretendendo il riconoscimento del proprio potere nelle regioni iberiche, della Gallia e del Nord Italia. I poteri che dominano il mondo saranno costretti a prendere le mosse in un modo che non possiamo prevedere, anche le masse lavoratrici dell’occidente saranno costrette a rompere con la propria attuale passività in un modo vincolato dal passato storico di definizione se stesse come parte del capitale. Contro la guerra entro la quale si verrà trascinati, non saranno i programmi ad impedirlo cercando qui ed ora formulazioni di principio tutto sommato acconciate secondo l’evenienza e la convenienza. Nel vortice della guerra l’unica azione pratica contro di essa ed espressione di un nuovo mostro proletario sarebbe quella di una mobilitazione contro la guerra che vada al cuore del problema pratico ed immediato, capace di rivendicare, senza arzigogolare chi sia l’aggressore, l’aggredito e i pretesi ossequi di solidarietà internazionale, una pace separata col proprio nemico, da realizzare a prescindere dal conto capitalistico salato che ne consegue accettando la resa, unico fattore pratico di internazionalismo messo in azione per necessità e non per un programma ideale dopo l’Ottobre 1917 nel marzo del 1918 con gli accordi di Brest-Litovsk. Una pace che comportò un aggravio della crisi sociale, ma che la rivoluzione bolscevica e le sterminate masse povere contadine e dei lavoratori delle industrie conquistarono con ardore, nonostante settori dirigenti della rivoluzione sostenessero che bisognasse continuare la guerra, non più per difendere la patria dello zar, ma ora per difendere la patria rivoluzionaria. L’umanità sfruttata ed oppressa gliene rimarrà grata alla rivoluzione bolscevica per non aver ceduto alla tentazione. Cosa che in assenza di una mobilitazione reale dovrebbe far riflettere su come comportarsi nel preludio attuale, invece di disperdersi in proclami settari di buona volontà.


Note

[1]

Come sappiamo la guerra di aggressione al popolo iracheno del 2003 riuscì vittoriosamente ad occupare l’intero paese con una campagna militare di ferocia inaudita. L’invasione iniziò il 20 marzo del 2003 e terminò, fatalità della sorte, il 1 maggio dello stesso anno, con il presidente Bush che atterrò sulla portaerei Abraham Lincoln che fu protagonista delle migliaia delle missioni di bombardamento aereo delle città irachene. Così come nella precedente guerra del Golfo americana, e durante la guerra della NATO e dell’Italia alla Serbia e nella ex Jugoslavia vennero usate le cosiddette armi non convenzionali: bombe e proiettili all’uranio impoverito (per cui negli anni successivi migliaia di soldati americani si sono ammalati di tumore e molti sono morti), bombe perforanti per penetrare nei rifugi sotterranei, bombe al fosforo che azzerano l’ossigeno e dunque bruciano i corpi anche a qualche miglio di distanza dall’esplosione delle bombe, ecc. La guerra però durò in maniera ancora più atroce e non convenzionale per un ulteriore anno per piegare la resistenza popolare che nel frattempo si diede nel sud e nel nord del paese nonostante la nazione Irachena esistesse solamente come un brandello sotto il comando imperialista degli Stati Uniti e dell’Occidente. Almeno 230 mila furono le vittime tra gli iracheni, di cui almeno centocinquantamila quelle della fase convenzionale della guerra. Il famoso aforisma di Clausewitz dovrebbe essere che molto spesso la pace è la continuazione diretta della guerra e della macelleria conseguita con altri mezzi. Le perdite dello schieramento imperialista e di aggressione furono 4500 marines e più di 500 amputati, 179 britannici, 33 italiani, 30 polacchi, 21 australiani, 18 ucraini, 13 bulgari, 11 spagnoli ed altri 41 da altre sedici nazionalità. La guerra (non c’è bisogno di aggiungere capitalistica perché viviamo nella realtà del capitalismo) è sempre una macelleria umana, ma la capacità del putrescente occidente di dimenticare i propri misfatti – non quelli di secoli fa, ma quelli di ieri – è pari solo al proprio livello di decadimento di un sistema marcio fino alle sue fondamenta. Suscitano rabbia i commenti della stampa che oltre ad essere sciovinisti e guerrafondai sono pieni di quel razzismo bianco e suprematista attraverso cui il capitalismo con la bruta violenza si è affermato insieme alla sua capacità a produrre merci in maniera più produttiva di altre società. Si legge di tutto “piovono razzi sui palazzi come se fossimo a Gaza”, ma “qui non siamo a Bagdad”. Ossia la violenza sui civili è ammissibile nel mondo che noi colonizziamo, inconcepibile nelle nostre colonie di mercato in Europa. Ci si prostra al nazionalismo guerrafondaio urlando perfino del “buffone” a Salvini andato in Polonia a soccorrere e portare solidarietà ai profughi di guerra Ucraini, mentre quegli stessi fotografi Piacentini ed il sindaco di destra Polacco pochi mesi fa erano al fianco del leader della Lega Nord a difendere il confine polacco in armi contro i profughi di guerra dalla Siria. Tant’è che si ammette che gli “immigrati Ucraini sono come noi, sono bianchi e cristiani” non sono arabi e musulmani e magari dei fanatici anti occidentali. In sostanza è chiaro che le condizioni della solidarietà alla popolazione Ucraina colpita dai cannoneggiamenti Russi può essere data solo alla condizioni dettate dall’Occidente, prendere o lasciare.

[2]

Questo blog ritiene che la battaglia contro la deriva che una volta venivano definita teorica e politica verso sponde opportuniste abbiano poco senso come compito attuale, così come necessità di affinare le armi per la battaglia dell’avvenire. L’intento principale è ragionare intorno al fondo delle cose cui certe posizioni tutto sommato sono il risultato riflesso di una condizione reale del proletariato, piuttosto che difendere una teoria rivoluzionaria (messa duramente alla prova dei fatti). Ovviamente qui vengono accennate solo alcune sintesi dei ragionamenti che si fanno a sinistra, ma altre, secondo le quali il conflitto “sia in Ucraina ma la guerra è contro l’Euro e contro l’Europa da parte dell’America” (o per una ricerca di un mondo multipolare di pacifica competizione e libera concorrenza sul mercato mondiale)  sono solo il riflesso più fetente e puzzolente della società imperialista e di aree militanti che prima guardavano in maniera conflittuale al mondo della globalizzazione figli delle illustrazioni di un certo Toni Negri, le necessità delle moltitudini, le battaglie contro il capitalismo apolide totalitariamente negazionista della patria, che altro non sono che il più becero sovranismo sciovinista. Su questo c’è poco da dire, solo da registrare dove si stiano arroulando.

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