Il Coronavirus di Novak Djokovic

Quando la mobilitazione dei lavoratori, contro o indifferenti alla campagna vaccinale di massa capitalistica, si nullifica di fronte alle generali contraddizioni del tempo del coronavirus.

Novak Djokovic, star del tennis mondiale, è sotto la lente di una campagna giornalistica mondiale, che va al ben al di là del meme internet o della cronaca scandalistica che avvolge ogni personaggio pubblico di grande fama e successo.

Ricordiamo brevemente i fatti. Novak Djokovic, il campione mondiale di tennis Serbo e con residenza e passaporto Monegasco, non ha nascosto la sua contrarietà alla vaccinazione anti-covid. Le sue motivazioni non sono affatto oggetto di questo articolo. Abbiamo visto in questo biennio un numero elevato di atleti, anche di fama mondiale, ammalarsi lievemente di covid anche prima dell’avvio delle campagne vaccinali di massa e obbligatorie (sotto diversa forma giuridica) da parte degli Stati, così come in queste settimane. Campioni del calcio, del football americano, del basket, dell’atletica leggera e del nuoto si sono ammalati con conseguenze leggermente sintomatiche. Forse alcuni di loro, per esempio Ronaldo e Paolo Dybala, hanno sofferto più per gli effetti di quello che è stato definito come patologia da long covid, ma in generale ne sono usciti tutti in pochi giorni e senza mai ricorrere alle cure ospedaliere. Magari le loro prestazioni sportive ne hanno risentito (e alcuni ancora ne risentono), ma gli atleti che si sono ammalati di covid, soprattutto tra quelli ingaggiati da ricchi team professionistici, al momento sono apparsi risentirne meno in confronto alle conseguenze dei tradizionali traumi muscolari o ortopedici. Se la loro prestazione sportiva ne è risultata diminuita, di fatto la preoccupazione maggiore ce l’ha avuta il circo industriale dello sport per la perdita di incassi (attenzione degli sponsor, contratti televisivi, ecc.), piuttosto che per la salute dell’atleta.

In uno sport di squadra come il calcio, dove mediamente ventiquattro atleti si allenano insieme e poi undici contro undici si affrontano in campo, la diffusione dell’epidemia non trova barriere non solo sul campo di gioco o di allenamento, ma principalmente nelle palestre attrezzate e negli spogliatoi di squadra. Per gli sport individuali (e fortemente individualisti) come il tennis, l’atleta si allena da solo, e soprattutto se è una star, durante le competizioni ha a disposizione uno spogliatoio riservato per lui e per i suoi stretti accompagnatori (solitamente il manager e il preparatore atletico). Nelle competizioni tennistiche è dunque davvero impensabile che un virus possa realizzare il suo contagio aggrappandosi alla pallina di tennis sorvolando al di là della rete il campo di gioco. Se per l’industria capitalistica che ha forgiato lo sport mondiale, il problema covid è un fattore importante per gli sport professionali a squadra o per i grandi eventi sportivi (campionati europei di calcio, di nuoto, atletica o olimpiadi) dove il fattore pandemico può intaccare la realizzazione del profitto, per il tennis multimiliardario che è parte dello stesso circuito capitalistico il coronavirus ha solo una incidenza relativa.

Le squadre di calcio professionistico, per esempio, applicano fin dall’inizio della pandemia controlli di sanificazione degli ambienti e di test anti covid frequenti tra gli atleti, così come abbiano realizzato la vaccinazione dei propri tesserati senza attendere i richiami per fasce di età, perché è un elemento necessitato per far ripartire l’industria ed il profitto sportivo. Eppure, nonostante questo, gli atleti continuano ad ammalarsi lievemente di covid, delle partite vengono sospese e l’industria capitalistica viene nuovamente danneggiata.

Non è un caso però, che uno sport competitivo e fortemente individualista come il tennis induca l’atleta a non vaccinarsi per non rischiare di compromettere la propria capacità atletica che ritiene certa possa essere messa a rischio da una vaccinazione – che è di fatto sperimentale, il cui effetto potrebbe accorciare le vita sportiva dell’atleta, e che la stessa industria delle competizioni dei grandi slam possa prevedere un certa flessibilità nel merito.

La gestione covid e la preclusione per la partecipazione dal torneo degli Australians Open di Melbourne che ha coinvolto Djokovic dunque è apparsa all’intera stampa mondiale un non senso della politica (leggi qui). Cosa è accaduto?

In Australia ci sono politiche federali covid-zero davvero rigide per l’ingresso nel paese dei canguri ed in particolar modo nello stato di Victoria, la cui capitale è appunto Melbourne. Qui l’obbligo vaccinale è stato esteso a tutti i lavoratori da parte del del governo statale. Djokovic, dunque per poter partecipare al torneo ha dovuto inviare una certificazione medica che attestava una sua precedente malattia da covid19 recente al momento “negativizzata”. La narrazione scandalistica se il milionario tennista l’abbia ottenuta attraverso un medico compiacente o la certificazione medica sia veritiera ha poca importanza. E veniamo ai fatti.

Djokovic parte per l’Australia perchè in possesso di una “esenzione” alla vaccinazione concessa dalle autorità Australiane a da quelle tennistiche. Monta però una sorta di contestazione mediatica ma anche borbottata dalla gente contro questa concessione. La popolazione lavoratrice (di un paese con una diffusione dell’epidemia tra le più basse al mondo rapportata alla popolazione totale, 3,81% la media nazionale e 5,5% nello stato di Victoria) che è sottoposta da due anni a lockdown durissimi ed ora in alcuni dei suoi stati da una campagna vaccinale obbligatoria per avere il diritto alla circolazione ed al lavoro, è infastidita da questa eccezione e si fanno sentire le critiche che la stampa riversa nei confronti del governo. Mentre quei lavoratori di Melbourne, in particolare tra gli operai dell’industria delle costruzioni, che sono scesi in piazza contro l’obbligo vaccinale assumono il caso Novak Djokovic come un momento per accendere di nuovo il riflettore contro il green pass nei posti di lavoro.

Il Primo Ministro australiano Scott Morrison replica alle critiche indicando che la concessione dell’esenzione alla vaccinazione al campione tennista é una questione di competenza del governo statale di Victoria. Poche ore dopo però il suo Ministro degli Interni Karen Andrews lo smentisce di fatto, sottolineando che mentre il governo del Victoria ed il Tennis Australia abbiano tutta la legittimità di consentire a un giocatore non vaccinato di gareggiare nel famoso torneo, il governo federale avrebbe applicato le sue regole e le sue leggi per l’ammissione di un qualsiasi cittadino straniero al varco del confine.

Si apre una frattura istituzionale all’interno dell’Australia. Improvvisamente il governo federale, che aveva chiuso un occhio circa l’esenzione dalla vaccinazione obbligatoria per Novak Djokovic, cambia di segno ed il Primo Ministro Scott Morrison dichiara “le regole sono regole”. Lo Stato del Victoria contesta la presa di posizione del governo federale perchè non vuole rinunciare alla perdita in termini di sponsorizzazione, di mercato pubblicitario e diritti televisivi che l’esclusione dal torneo della star Novak Djokovic sicuramente comporterebbe. Ricordiamo che lo Stato del Victoria è stato il primo della federazione Australiana ad imporre la vaccinazione obbligatoria anche per l’accesso al lavoro, mentre non vi è una legge per l’obbligo vaccinale realizzata al livello federale e solo da poco lo Stato dei Territori del Nord ha introdotto la vaccinazione obbligatoria per una serie di categorie di lavoratori (quindi non per tutti) a partire dal 12 novembre 2021.

In sostanza, laddove le regole obbligatorie alla vaccinazione capitalistica anti covid sono tra le più ferree per proteggere la continuità della produzione del profitto, per le stesse ragioni si vuole applicare la maggiore flessibilità nel caso specifico. L’esito della vicenda è stato dunque scontato.

Novak Djokovic il Mercoledì notte del 5 Gennaio atterra all’aeroporto internazionale di Melbourne. Al controllo doganale ed alla verifica dei documenti per il visto i suoi documenti non sono considerati validi per l’ingresso e la polizia di frontiera lo scorta in un hotel attrezzato per il rimpatrio dell’immigrazione priva di un visto di ammissione o di quelli in attesa della richiesta di asilo. Una attesa che questi immigrati per la maggior parte può anche durare moltissimi anni (anche nove anni dalle testimonianze recenti) e che dal carcere sotto forma di albergo blindato vengono in massa condotti all’occorrenza di maggiori spazi in veri lager di detenzione in mezzo ai deserti australiani.

Immediatamente dai quattro angoli del mondo si scatena la frenesia mediatica per la reclusione di Novak Djokovic all’interno di una struttura per immigrati clandestini, il Governo Serbo avanza una formale protesta verso le autorità australiane, tutto il mondo ne parla e soprattutto la stampa servizievole all’industria capitalistica dello sport si fa paladina del re Novak per l’iniquo trattamento subito dal famoso atleta, ridotto alla stessa disciplina e coercizione cui è costretto qualsiasi paria immigrato.

Il soggiorno provvisorio cui il tennista è costretto in attesa di esame della sua richiesta di ingresso da parte delle commissioni per l’immigrazione è nel centro di detenzione transitorio predisposto dell’ufficio immigrazione per qualsiasi immigrato irregolare, il famigerato Park Hotel. Uno stabile già famoso per le sue condizioni igienico sanitarie degradate, dove gli immigrati in attesa di concessione dell’asilo vivono in stanze con le finestre blindate, l’accesso ai corridoi ai piani presidiati dalla polizia, trasferiti in manette da un campo di detenzione ad un altro, oppure per una intervista con la commissione immigrazione. Già nel 2020 e nel 2021 attivisti anti razzisti si sono battuti contro questo alloggio lager che ha visto scoppiare al suo interno diversi focolai covid e spontanee proteste dei reclusi immediatamente represse con la dura legge dell’ordine e del confine protetto (ora anche sanitario).

Il culmine dell’assurdo umano sopravviene quando alcuni oppositori alla campagna vaccinale obbligatoria dello stato si recano sotto il Park Hotel in solidarietà a Djokovic, cui gli viene negata la libertà di competizione perchè non vaccinato contro il covid e solo allora devono confrontarsi con una realtà ben differente. Non sappiamo quanti di costoro fossero sinceri lavoratori che hanno inteso utilizzare la vicenda No-Vak Djokovic per dare nuova visibilità alla loro condizione di ricatto vaccinale per il libero accesso al lavoro ed alla vendita della propria forza lavoro, che realizza per tal via una divisione tra tutti i lavoratori sotto la terapia capitalistica alla pandemia. Non sappiamo, viceversa, quanti di questi fossero motivati dall’interesse sportivo per cui l’esclusione del campione dalla competizione arreca un duro colpo all’introito pubblicitario e dei contratti televisivi che arrecano danno al grande circuito finanziario del tennis come al medio e piccolo imprenditore che intraprende il suo affare nel settore del turismo cui gli Australians Open di Melbourne fanno da richiamo.

Fatto sta che la vicenda, attraverso la ribalta mediatica, costringe ad una immersione profonda nella realtà tutti coloro che sono sottoposti all’obbligo vaccinale, sia i lavoratori che come male minore si sono convinti nell’accettazione dell’unica cura possibile capitalistica che garantirebbe al tempo stesso sana economia e salute per la comunità, sia quelli che ne sono contrari perchè di fatto rifiutano il dispositivo ricattatorio capitalistico prima di tutto, che attraverso questa campagna terapeutica generale (dal lockdown alle somministrazioni delle dosi) non può che rafforzare il suo dominio su tutti i lavoratori e gli sfruttati mentre non contrasta, anzi, le cause a monte della pandemia.

La realtà che improvvisamente prende la scena è che la soggezione alla terapia capitalistica autoritaria si è resa facile tanto più che nella società sia ritenuto naturale che le libertà minime e più elementari vengano quotidianamente negate agli sfruttati immigrati, per cui la condizione di vera reclusione e schiavitù è determinata dal ricatto sul possesso di un documento, di una attestazione di non illegalità valorizzata da un permesso di soggiorno, da un certificato di idoneità abitativa, da un contratto lavorativo in regola, prima ancora che da un certificato sanitario. La condizione degli immigrati, sottoposti da decenni da un ricatto che implica le creazione netta di un confine quasi invalicabile e sempre revocabile tra la vita e la morte sociale, ha determinato nella sua normalità quelle condizioni nei rapporti sociali capitalistici per cui è stato più facile estendere questo meccanismo anche all’intera vita dei lavoratori autoctoni. Un documento che ti concede di lavorare non fa scandalo alcuno tra i più, dopo decenni di relazioni capitalistiche lo abbiano reso come ammissibile, ragionevole e utile per concedere quelle libertà di residenza e di circolazione agli immigrati che si dimostrano buoni.

Ed é davvero esemplificativa l’immagine di un piccolo gruppo di sostenitori di Djokovic (alcuni con la bandiera nazionale della Serbia) che si trovano davanti allo stesso Park Hotel, mentre poco più in là vi è un piccolo gruppo di anti razzisti che protestano contro l’infame reclusione di tanti immigrati.

Sappiamo poi che alcuni che inizialmente si erano recati lì per sostenere Novak Djokovic (No-Vak), assunto ad icona della battaglia contro l’obbligo vaccinale dello Stato, si sono uniti nella protesta contro la reclusione degli immigrati nel Park Hotel.

momento di solidarietà dei sostenitori del No-Vak Djoko con gli immigrati reclusi nel Park Hotel

Allora, se l’affare del coronavirus di Djokovic ha un senso, lo ha nell’aver aperto per un momento breve lo squarcio del duro stato di cose, per cui sarebbe davvero una beffa che egli venisse ascoltato dalla commissione immigrazione dello Stato Australiano e concessa la sua partecipazione agli Australians Open. Meglio sarebbe se venisse immediatamente espulso.

L’affare coronavirus Djokovic è tutto racchiuso in questa metafora sociale del capitalismo sistemicamente razzista. Sappiamo bene che la temporanea doccia fredda verrà riassorbita da un diffuso bagno di ipocrisia generale. Quale sia la sorte specifica di questa vicenda alla fine non cambierà la vita del multimilionario campione Serbo con residenza Monegasca, mentre lo sfruttamento schiavista e razzista dei dannati della terra non troverà sollievo alcuno finché non si realizzerà la capacità di sovvertire lo stato di cose presente. Sarebbe una favola idealistica dal bel finale se Novak Djokovic, ottenuto il visto per il libero ingresso in Australia per gareggiare alla competizione tennistica, si rifiutasse poi di giocare in solidarietà con i suoi compagni di reclusione del Park Hotel ancora costretti alla catena capitalista e razzista. Ma le favole sono appunto tali, per cui non serve nemmeno puntare un centesimo dei nostri pensieri o delle nostre speranze.

La constatazione, certamente amara è un’altra, che ancora una volta la lotta dei lavoratori, pur quanto determinata essa sia, non potrà uscire al di là della soggezione al capitalismo fintanto che consentirà che la carne del lavoratore nero o immigrato continua ad essere marchiata a sangue, sia sul fronte della resistenza nella fabbrica sociale sottoposta alla produttività capitalistica, sia nel campo della lotta contro i vari dispositivi di green pass e di terapia capitalistica alla pandemia. In fin dei conti è su questo terreno che si misura una reale autonomia proletaria dalle forze del capitale ed un vero senso proletario di solidarietà antagonista verso la comune collettività. L’amara verità sarà la constatazione che la lotta dei proletari vaccinati o non sbatterà il muso contro la propria nullità antagonista ancora una volta. Che il minuscolo segnale da Melbourne possa essere di auspicio per un prossimo futuro più sovversivo dello stato di cose presente.

3 pensieri riguardo “Il Coronavirus di Novak Djokovic

  1. Egregi comp.,

    questo articolo proprio non l’ho capito, secondo voi sembrerebbe che la lotta di classe sia il rifiuto del vaccino, anziché lo sfruttamento del lavoro salariato con tutto ciò che ne consegue: abbassamento generalizzato dei salari, aumento del costo della vita, dei ritmi e della precarietà del lavoro, nonché degli incidenti e soprattutto dei morti, e questo per restare nel campo del capitalismo avanzato, mentre ciò che avviene nei paesi arretrati per giovani, infanti, donne e lavoratori salariati in generale è un vero e proprio inferno, un arretramento rispetto ai secoli scorsi che nessuno osa affrontare,nemmeno voi che pomposamente vi dichiarate di non avere patria, anche se vi vedo organicamente schierati nel mettere il silenzio sui “sacrosanti” ed unici veri obbiettivi della lotta di classe trattati dai grandi maestri.

    Saluti

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    1. Non hai affatto capito caro Claudio. L’articolo evidenzia una contraddizione della lotta contro l’obbligo vaccinale (altrimenti non puoi lavorare) dei lavoratori. Forse saprai che a Melbourne l’intera categoria degli operai edili (30 mila lavoratori solo nello stato del Victoria) hanno scioperato per giorni consecutivi contro l’obbligo di vaccinazione caratterizzato in questo modo. E si sono scontrati ripetutamente con le forze dell’ordine. Quindi se vuoi il terreno della lotta di classe lo hanno scelto gli operai stessi, dando battaglia anche alla centrale riformista e collaborazionista con il governo. Ora la contraddizione vale anche per quei lavoratori autoctoni che sono indiffernti che vi sia un obbligo vaccinale per poter lavorare. La contraddizione evidenziata che la lotta di classe è nulla se si consente la schiavitù degli immigrati. Nello specifico la lotta di quegli operai che in Australia sono contro l’obbligo vaccinale (e sono una quota in certe categorie maggioritaria) è nulla se poi – caso Djokovic – fai spallucce nei confronti degli immigrati reclusi nei campi di rimpatrio. Ora il blog ha evidenziato che solo pochissimi lavoratori novax, pro Novak poi si sono uniti alla protesta a sostegno degli immigrati, ma il resto poi se ne è fregato quando l’esito è stato il peggiore: Novak Djokovic liberato e potrà giocare. Ma hai letto l’articolo o no? A me pare ti sia fermato al titolo. Questo blog è contro chi si scandalizza che il povero Djoko sia stato trattato “come un clandestino” (come pensano la maggioranza purtroppo dei lavoratori indipendentemente dal loro stato vaccinale).Ti è chiaro? QUESTO BLOG PENSA CHE L’INDIFFERENZA SE NON L’APERTA OSTILITÀ DEI LAVORATORI VERSO GLI IMMIGRATI RENDE LA “LOTTA DI CLASSE” NULLA POLITICAMENTE!

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    2. Tanto per essere chiari, da dove tu tragga le tue considerazioni mi sfuggono proprio. L’articolo chiude con il seguente concetto: “
      “La constatazione, certamente amara è un’altra, che ancora una volta la lotta dei lavoratori, pur quanto determinata essa sia, non potrà uscire al di là della soggezione al capitalismo fintanto che consentirà che la carne del lavoratore nero o immigrato continua ad essere marchiata a sangue, sia sul fronte della resistenza nella fabbrica sociale sottoposta alla produttività capitalistica, sia nel campo della lotta contro i vari dispositivi di green pass e di terapia capitalistica alla pandemia.

      L’amara verità sarà la constatazione che la lotta dei proletari vaccinati o non sbatterà il muso contro la propria nullità antagonista ancora una volta. Che il minuscolo segnale da Melbourne possa essere di auspicio per un prossimo futuro più sovversivo dello stato di cose presente.”

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