Perché il socialismo?

Una riflessione di Albert Einstein

È consigliabile che chi non è esperto di questioni economiche e sociali si esprima sul tema del socialismo? 
Credo per una serie di ragioni che lo sia.
– Albert Einstein maggio 1949

Premessa

Albert Einstein scrive questa sua riflessione sul socialismo nel maggio del 1949, che viene pubblicata nello stesso mese sul primo numero della rivista mensile Monthly Review, ripubblicata nel maggio 1998 per il cinquantesimo anniversario della rivista. Ancora oggi é possibile leggere l’originale in inglese nell’archivio della famosa rivista. Noi non abbiamo patria propone al lettore la traduzione italiana di questa brillante riflessione del geniale fisico padre della teoria della relatività in una sorta di dialogato con lo scienziato, davvero pertinente per uscire fuori dalle secche della analisi dello stato di cose presente attraverso la lente della scienza (borghese, l’unica esistente nel campo delle scienze dure).

Quella che viene chiamata “scienza” e descritta come verità oggettiva neutra, frutto dell’elaborato dell’individuo scienziato è una menzogna dell’ideologia delle classi e poteri finanziari dominanti. La scienza è una forza produttiva del capitale, come il resto delle attività produttive sociali dell’uomo. E’ parte della produzione del valore espropriato ai produttori da parte del capitale. Il progresso della scienza e della tecnica, cosa inseparabile benché differenti tra loro quanto inseparabile è il rapporto tra la fisica con i modelli matematici, non solo è il frutto determinato dalla spinta dell’accumulazione capitalistica attraverso la rivoluzione industriale e l’aumento della produttività per produrre quote maggiori di plusvalore relativo estorto per mezzo di una differente composizione tecnica del capitale. La ricerca scientifica non solo ha perfezionato attraverso l’applicazione tecnica questa funzione, ma è essa stessa produzione di merce la cui attività coinvolge quote crescenti di capitale finanziario in cerca della sua valorizzazione per mezzo del lavoro sociale collettivo.

Al tempo stesso la scienza è conoscenza espropriata alla collettività umana che la produce ed ha come obiettivo e campo di applicazione l’intero spettro delle attività produttive dell’uomo. Essa agisce anche a forgiare con nuovi strumenti di dominio i rapporti e le relazioni tra gli uomini, tra espropriati sfruttati e razzializzati ed i loro espropriatori. Basti pensare a quanta ricerca scientifica è finalizzata alla produzione di armi, o come la ricerca biologica, chimica e virologica abbia trovato impulso per la produzione di nuove micidiali armi di distruzione di massa, incluso quelle batteriologiche.

Dall’industria militare, all’industria delle cure, dall’agricoltura ai viaggi cosmici, dall’ingegneria urbanistica ai progetti estensivi di sfruttamento dei territori mediante dighe, deviazione dei corsi naturali delle acque, deforestazioni e perforazioni massive dei suoli, quello che l’ideologia borghese chiama progresso di fatto è il retaggio del progresso sociale compiuto dalla rivoluzione capitalista – in Europa – contro il vecchio modo di produzione feudale e nei confronti della sua decadente società. Nel trapasso dal vecchio al nuovo, la scienza conobbe la sua rivoluzione nel campo delle scienze dure e in quelle molli. Ma in che senso questa evoluzione contemporanea della conoscenza del mondo della natura accompagna il progredire del benessere della natura e della comunità umana?

Marx ed Engels chiariscono che gli uomini si possono distinguere dalle specie animali..

per la coscienza, per la religione, per tutto ciò che si vuole; ma essi cominciarono a distinguersi dagli animali allorché cominciarono a produrre i loro mezzi di sussistenza, un progresso che è condizionato dalla loro organizzazione fisica. Producendo i loro mezzi di sussistenza, gli uomini producono indirettamente la loro stessa vita materiale. Il modo in cui gli uomini producono i loro mezzi di sussistenza dipende prima di tutto dalla natura dei mezzi di sussistenza che essi trovano e che debbono riprodurre

E da questa dipendenza che trae origine determinata il corso storico dell’evoluzione della conoscenza scientifica del mondo naturale, su come l’uomo attraverso la conoscenza possa realizzare quella tecnica necessaria per l’evolvere delle attività produttive e sociali.

Questo modo di produzione non si deve giudicare solo in quanto è la riproduzione dell’esistenza fisica degli individui; anzi, esso è già un modo determinato dell’attività di questi individui, un modo determinato di estrinsecare la loro vita, un modo di vita determinato. Come gli individui esternano la loro vita, così essi sono. Ciò che essi sono coincide dunque con la loro produzione, tanto con ciò che producono quanto col modo come producono. Ciò che gli individui sono dipende dunque dalle condizioni materiali della loro produzione. Questa produzione non appare che con l’aumento della popolazione. E presuppone a sua volta relazioni fra gli individui. La forma di queste relazioni a sua volta è condizionata dalla produzione.

Per Marx ed Engels non vi è esaltazione alcuna della virtù illuminista dell’uomo borghese che fa nascere dall’intelletto la propria coscienza e conoscenza o di un giudizio positivista sulle virtù del progresso raggiunto dalla società capitalistica borghese. In questo senso l’evoluzione della conoscenza umana è storia concreta del progresso del sapere umano materialisticamente determinato, ma espropriato alla collettività umana che con il suo lavoro sociale contribuisce a far progredire.

Ma fino a che punto il progresso dei rapporti del modo di produzione dato coincidono con il progredire di un benessere sociale nel soddisfacimento dei bisogni umani? E fin a che punto un certo sviluppo scientifico risolve i problemi che affliggono l’umanità? E soprattutto che ne è del sapere accumulato espropriato quando certi rapporti del modo di produzione agiscono in maniera reazionaria nei confronti dell’umanità sfruttata e soggiogata? Questo è il tema da affrontare.

Mi scuserà il lettore se in questa introduzione ad uno scritto di Einstein, dopo aver citato Marx ed Engels, sono costretto a fare riferimento all’attualità ed al dibattito volgare riguardo il progresso delle scienze.

Recentemente in uno dei tanti dibattiti televisivi tra esperti medici, un tal Pierpaolo Sileri – chirurgo ed accademico italiano, titolato per vari dottorati di ricerca (tra cui uno in Robotica) che dal 2018 è senatore della Repubblica e sotto segretario di stato al Ministero della Salute nel governo Draghi – fece notare all’illustre collega Giovanni Frajese – endocrinologo di fama e membro del comitato scientifico del WFO (World Farmers’ Organization, organizzazione internazionale indipendente dei coltivatori diretti) – che nelle fasi storiche di crisi la ricerca scientifica sa compiere quegli improvvisi balzi impossibili nelle fasi precedenti. Pertanto, Sileri contesta al collega Frajese l’irrilevanza dei tempi standardizzati dalla comunità scientifica circa i trial per l’autorizzazione di nuovi farmaci e quindi per gli attuali vaccini genici. Sileri sembra appunto avanzare argomenti ereditati da una concezione marxista dove il balzo oggettivo della moderna scienza virologica è appunto determinato dalla necessità storica, che attraverso l’accumulo di competenza tecnologica è in grado di realizzare in tempi record un vaccino sicuro e salvifico. Sileri, non si ferma qui, sostanzia la sua posizione con fatti storici inconfutabili circa che proprio di fronte alle crisi generali l’umanità sia riuscita a compiere appunto quei salti verso quel progresso scientifico che l’ha saputa togliere dagli impacci. L’esempio, che l’onorevole sotto segretario di Stato ed insigne dottore in medicina ed in scienze robotiche propone, è quello dell’improvviso progresso nella conoscenza applicata dell’energia nucleare realizzato appunto durante il secondo conflitto bellico mondiale, per cui in poco tempo gli scienziati ne vennero a capo realizzando l’arma atomica nucleare (che risparmiò un ulteriore strascico di lunghi mesi di guerra sul fronte dell’oceano pacifico risparmiando ulteriori centinaia di migliaia di vite umane, di sofferenze e di morti per fame?). Ottimo esempio signor professor Sileri!

Per Marx non esiste una evoluzione della conoscenza e della scienza per cui combacia un parallelo progresso dell’umanità. Essa si inscrive appunto all’interno di un modo di produzione determinato ed a questo risponde secondo le finalità della conservazione dei rapporti della produzione consolidati che generano contraddizioni ingovernabili all’interno della società capitalistica stessa. Che la bomba atomica e lo sganciamento su Hiroshima e Nagasaki abbiano rappresentato una tappa del progresso umano nemmeno il più fottuto reazionario sarebbe in grado di sostenerlo. Non fu lo scienziato che scoprì l’atomo e le sue leggi fisiche e successivamente lo Stato borghese decise “beh, è interessante, facciamone un arma”. Fu la necessità di dotarsi di una arma di distruzione di massa che determinó la ricerca sul nucleare.

Ma non fu solo quell’avvenimento nel campo della storia umana e della storia della scienza che possiamo annoverare tra le catastrofi per l’umanità nonostante l’ingegno scientifico raggiunto. Potremmo prendere ad esempio la ricerca scientifica nel campo della biologia ed alla agronomia, la polemica scientifica tra lo scienziato dell’URSS Lysenko e le sue teorie anti scientifiche ed i neo-genetesti occidentali negli anni ’30 e ’40 del secolo scorso: quale progresso umano nel lungo periodo comportò l’affermazione dell’oggettiva correttezza scientifica dei secondi, che ha poi scoperto come migliorare le sementi caratterizzato il dominio degli OGM nell’agricoltura?

Allora forse, visto il tenore del dibattito è giusto rimettere l’oggettività della scienza – che non è neutra tantomeno oggettiva dal punto di vista del benessere della comunità umana nemmeno quando sembra rispondere ad un bisogno immediato – al posto che essa merita, non attraverso le parole scritte di Marx, ma con quelle dell’illustre scienziato. Il blog Noi non abbiamo patria cede volentieri la parola ad Albert Einstein, il cui valore di questo scritto non risiede nell’idea che egli ha su come raggiungere il socialismo ed il comunismo, ma riguardo da dove origini la scienza e di quale contributo l’attività dello scienziato possa fornire ai problemi dell’umanità.


Perchè il Socialismo?

dialogato di Noi non abbiamo patria con Albert Einstein e le questioni da lui poste

È consigliabile che chi non è esperto di questioni economiche e sociali si esprima sul tema del socialismo? Credo per una serie di ragioni che lo sia.

Consideriamo prima la questione dal punto di vista della conoscenza scientifica. Potrebbe sembrare che non ci siano differenze metodologiche essenziali tra astronomia ed economia: gli scienziati di entrambi i campi cercano di scoprire leggi di accettabilità generale per un gruppo circoscritto di fenomeni al fine di rendere il più chiaramente comprensibile possibile l’interconnessione di questi fenomeni. Ma in realtà tali differenze metodologiche esistono.

La scoperta di leggi generali nel campo dell’economia è resa difficile dalla circostanza che i fenomeni economici osservati sono spesso influenzati da molti fattori che sono molto difficili da valutare separatamente. Inoltre, l’esperienza che si è accumulata dall’inizio del cosiddetto periodo civilizzato della storia umana è stata, come è noto, largamente influenzata e limitata da cause che non sono affatto di natura esclusivamente economica. Ad esempio, la maggior parte dei principali stati della storia deve la sua esistenza alla conquista. I popoli conquistatori si affermarono, giuridicamente ed economicamente, come la classe privilegiata del paese conquistato. Si impadronirono del monopolio della proprietà terriera e nominarono un sacerdozio tra i loro ranghi. I sacerdoti, nel controllo dell’educazione, fecero della divisione in classi della società un’istituzione permanente e crearono un sistema di valori dal quale le persone furono da allora in poi, in larga misura inconsapevolmente, guidate nel loro comportamento sociale.

Sistema di valori e di conoscenza che le classi patrizie si appropriarono, determinando i nuovi campi da esplorare da parte del progresso della conoscenza entro i “limiti etici” da non oltrepassare, perchè il fine è il consolidamento e la conservazione appunto di quel sistema storico dato.

Ma la tradizione storica è, per così dire, di ieri; da nessuna parte abbiamo davvero superato quella che Thorstein Veblen chiamava “la fase predatoria” dello sviluppo umano. I fatti economici osservabili appartengono a quella fase e anche le leggi che possiamo derivare da essi non sono applicabili ad altre fasi. Poiché il vero scopo del socialismo è proprio quello di superare e avanzare oltre la fase predatoria dello sviluppo umano, la scienza economica nel suo stato attuale può gettare poca luce sulla società socialista del futuro.

Vuoi dire che non vi è un programma predeterminato semplicemente da applicare, che viceversa è talvolta possibile realizzare attraverso l’esperimento scientifico dopo aver scopero certe leggi della materia?

In secondo luogo, il socialismo è diretto a un fine etico-sociale. La scienza, però, non può creare fini e tanto meno instillarli negli esseri umani; la scienza, al massimo, può fornire i mezzi per raggiungere certi fini. Ma i fini stessi sono concepiti da personalità con alti ideali etici e, se questi fini non sono nati morti, ma vitali e vigorosi, sono adottati e portati avanti da quei tanti esseri umani che, quasi inconsapevolmente, determinano la lenta evoluzione della società.

Allora sono i “fini”, ossia i rapporti determinati della produzione sociale, che forgiano la scienza indipendentemente dalla validità scientifica dei suoi risultati, per cui tu dici che i fini che ne stanno all’origine possono anche corrispondere ad obiettivi etici anti sociali?

Per queste ragioni, dovremmo stare in guardia dal sopravvalutare la scienza ed i metodi scientifici quando si tratta di problemi umani; e non dobbiamo presumere che gli esperti siano gli unici ad avere il diritto di esprimersi su questioni che riguardano l’organizzazione della società.

Qui, nel tempo contemporaneo ed almeno in europa e nell’Occidente industrializzato che domina il mercato globale, il governo della società è giustificato attraverso le direttive dei comitati scientifici e dagli esperti, così come nel passato i rapporti di produzione e di proprietà della terra erano glorificati dai sacerdoti (religione e scienza), espropriatori della conoscenza umana nei confronti della collettività lavoratrice.

Innumerevoli voci affermano da tempo che la società umana sta attraversando una crisi, che la sua stabilità è stata gravemente infranta. È caratteristico di una tale situazione che gli individui si sentano indifferenti o addirittura ostili nei confronti del gruppo, piccolo o grande, a cui appartengono. Per illustrare il mio significato, mi permetta di registrare qui un’esperienza personale. Recentemente ho discusso con un uomo intelligente e ben disposto circa la minaccia di un’altra guerra, che a mio avviso metterebbe seriamente in pericolo l’esistenza dell’umanità, e ho osservato che solo un’organizzazione sovranazionale offrirebbe protezione da quel pericolo. Allora il mio visitatore, molto calmo e freddo, mi disse: “Perché sei così profondamente contrario alla scomparsa della razza umana?

Sono sicuro che fino a un secolo fa nessuno avrebbe fatto una dichiarazione del genere con tanta leggerezza. È l’affermazione di un uomo che ha cercato invano di raggiungere un equilibrio dentro di sé e ha più o meno perso la speranza di riuscirci. È l’espressione di una dolorosa solitudine e isolamento di cui tante persone stanno soffrendo in questi giorni. Quale è la causa? C’è una via d’uscita?

È facile porre domande del genere, ma è difficile rispondere con un certo grado di sicurezza. Tuttavia, devo provare, come posso, anche se sono molto consapevole del fatto che i nostri sentimenti e i nostri sforzi sono spesso contraddittori e oscuri e che non possono essere espressi in formule facili e semplici.

L’uomo è, allo stesso tempo, un essere solitario e un essere sociale. Come essere solitario, cerca di proteggere la propria esistenza e quella di coloro che gli sono più vicini, di soddisfare i suoi desideri personali e di sviluppare le sue capacità innate. Come essere sociale, cerca di ottenere il riconoscimento e l’affetto dei suoi simili, di condividere i loro piaceri, di confortarli nei loro dolori e di migliorare le loro condizioni di vita. Solo l’esistenza di queste varie, spesso contrastanti, aspirazioni spiega il carattere speciale di un uomo, e la loro combinazione specifica determina la misura in cui un individuo può raggiungere un equilibrio interiore e può contribuire al benessere della società. È del tutto possibile che la forza relativa di queste due unità sia, principalmente, fissata dall’ereditarietà. Ma la personalità che alla fine emerge è in gran parte formata dall’ambiente in cui un uomo si trova durante il suo sviluppo, dalla struttura della società in cui cresce, dalla tradizione di quella società e dalla sua valutazione di particolari tipi di comportamento. Il concetto astratto di “società” significa per il singolo essere umano l’insieme delle sue relazioni dirette e indirette con i suoi contemporanei e con tutte le persone delle generazioni precedenti. L’individuo è in grado di pensare, sentire, sforzarsi e lavorare da solo; ma dipende così tanto dalla società – nella sua esistenza fisica, intellettuale ed emotiva – che è impossibile pensarlo, o capirlo, al di fuori della struttura della società. È la “società” che fornisce all’uomo il cibo, i vestiti, la casa, gli strumenti di lavoro, il linguaggio, le forme del pensiero, e la maggior parte del contenuto del pensiero; la sua vita è resa possibile attraverso il lavoro e le realizzazioni dei molti milioni passati e presenti che sono tutti nascosti dietro la piccola parola “società”.

Se attribuisci che ogni attività umana è dipendente dalla struttura della società in cui essa si esplica, questo vale altrettanto per la specifica attività dello scienziato che da questa dipendenza non può sottrarsi.

È evidente, quindi, che la dipendenza dell’individuo dalla società è un fatto di natura che non può essere abolito, proprio come nel caso delle formiche e delle api. Tuttavia, mentre l’intero processo vitale delle formiche e delle api è fissato nei minimi dettagli da istinti rigidi ed ereditari, il modello sociale e le interrelazioni degli esseri umani sono molto variabili e suscettibili di cambiamento. La memoria, la capacità di creare nuove combinazioni, il dono della comunicazione orale hanno reso possibili nell’essere umano sviluppi non dettati da necessità biologiche. Tali sviluppi si manifestano nelle tradizioni, nelle istituzioni e nelle organizzazioni; in letteratura; nelle realizzazioni scientifiche e ingegneristiche; nelle opere d’arte. Questo spiega come accade che, in un certo senso, l’uomo possa influenzare la sua vita attraverso la propria condotta, e che in questo processo il pensiero cosciente e il volere possano avere un ruolo.

Potremmo che in talune circostanze storiche il pensiero cosciente e la volontà sono essi stessi riflesso o della anticipazione o del moto in progress della negazione di quei limiti strutturali. In sostanza l’umanità non si propone se non quei problemi che può risolvere, perchè, a considerare le cose dappresso, si trova sempre che il problema sorge solo quando le condizioni materiali della sua soluzione esistono già o almeno sono in formazione, come ebbe a dire Marx.

L’uomo acquisisce alla nascita, attraverso l’ereditarietà, una costituzione biologica che dobbiamo considerare fissa e inalterabile, comprese le pulsioni naturali che sono caratteristiche della specie umana. Inoltre, durante la sua vita, acquisisce una costituzione culturale che adotta dalla società attraverso la comunicazione e attraverso molti altri tipi di influenze. È questa costituzione culturale che, con il passare del tempo, è soggetta a modifiche e che determina in larga misura il rapporto tra l’individuo e la società. L’antropologia moderna ci ha insegnato, attraverso l’indagine comparativa delle cosiddette culture primitive, che il comportamento sociale degli esseri umani può differire notevolmente, a seconda dei modelli culturali prevalenti e dei tipi di organizzazione che predominano nella società.

Se ci chiediamo come debbano essere cambiati la struttura della società e l’atteggiamento culturale dell’uomo per rendere la vita umana il più soddisfacente possibile, dovremmo essere costantemente coscienti del fatto che ci sono determinate condizioni che non siamo in grado di modificare. Come accennato in precedenza, la natura biologica dell’uomo, a tutti gli effetti pratici, non è soggetta a cambiamento. Inoltre, gli sviluppi tecnologici e demografici degli ultimi secoli hanno creato condizioni destinate a durare. In popolazioni relativamente densamente insediate con i beni che sono indispensabili alla loro esistenza, sono assolutamente necessarie un’estrema divisione del lavoro e un apparato produttivo altamente centralizzato. Il tempo, che, guardando indietro, sembra così idilliaco, è passato per sempre quando individui o gruppi relativamente piccoli potevano essere completamente autosufficienti.

intuisco che quando annoti circa la necessità di una “estrema divisione del lavoro” e di un “apparato produttivo altamente centralizzato” fai una constatazione obiettiva priva di qualsiasi giudizio positivo morale o etico, escluso il fatto che il ritorno ad un “idilliaco” passato di autosufficienza e resilienza di piccoli o grandi gruppi sociali è ormai impossibile.

Sono giunto ora al punto in cui posso indicare brevemente ciò che per me costituisce l’essenza della crisi del nostro tempo. Riguarda il rapporto dell’individuo con la società. L’individuo è diventato più cosciente che mai della sua dipendenza dalla società.

Ma non vive questa dipendenza come un bene positivo, come un legame organico, come una forza protettiva, ma piuttosto come una minaccia ai suoi diritti naturali, o addirittura alla sua esistenza economica. Inoltre, la sua posizione nella società è tale che le pulsioni egoistiche della sua costituzione vengono costantemente accentuate, mentre le sue pulsioni sociali, che sono per natura più deboli, si deteriorano progressivamente. Tutti gli esseri umani, qualunque sia la loro posizione nella società, soffrono di questo processo di deterioramento. Prigionieri inconsapevolmente del proprio egoismo, si sentono insicuri, soli e privati dell’ingenuo, semplice, e il godimento non sofisticato della vita. L’uomo può trovare un senso alla vita, per quanto breve e pericolosa, solo dedicandosi alla società.

Qui parte del tuo ragionamento mi sembra confuso. Da cosa deriverebbe questo tratto duale uomo solitario e uomo sociale, e cosa significa che esso possa raggiungere la felicità solo dedicandosi alla società? E’ un tratto innato nella natura biologica dell’uomo che gli conferirebbe questo carattere “anti sociale” in quanto uomo solitatio?

L’anarchia economica della società capitalista così com’è oggi è, a mio avviso, la vera fonte del male. Abbiamo davanti a noi un’enorme comunità di produttori i cui membri si sforzano incessantemente di privarsi reciprocamente dei frutti del loro lavoro collettivo, non con la forza, ma nel complesso nel fedele rispetto delle regole stabilite dalla legge. A questo proposito, è importante rendersi conto che i mezzi di produzione, vale a dire l’intera capacità produttiva necessaria per produrre beni di consumo e beni strumentali aggiuntivi, possono legalmente essere, e per la maggior parte sono, proprietà privata degli individui.

Ora mi pare di capire meglio forse la tua riflessione. Sembrerebbe che appunto la dualità tra “uomo solitario” e “uomo sociale” che lo porta alla sofferenza o ad un atteggiamento negativo verso la società non è tratto caratteristico del genoma biologico dell’uomo, bensì tale dualità è esacerbata e determinata da quello che tu definisci “anarchia economica della società capitalistica”, che getta tutti gli uomini, indipendentemente dalla loro collocazione all’interno della divisione sociale del lavoro alla dura concorrenza nell’appropriarsi il frutto del lavoro collettivo.

Per semplicità, nella trattazione che segue chiamerò “lavoratori” tutti coloro che non partecipano alla proprietà dei mezzi di produzione, sebbene ciò non corrisponda del tutto all’uso consueto del termine. Il proprietario dei mezzi di produzione è in grado di acquistare la forza lavoro dell’operaio. Utilizzando i mezzi di produzione, l’operaio produce nuovi beni che diventano proprietà del capitalista. Il punto essenziale di questo processo è il rapporto tra ciò che il lavoratore produce e ciò che viene pagato, entrambi misurati in termini di valore reale. Nella misura in cui il contratto di lavoro è “libero”, ciò che il lavoratore riceve non è determinato dal valore reale dei beni che produce, ma dai suoi bisogni minimi e dalle esigenze di forza lavoro dei capitalisti in relazione al numero di lavoratori che competono per lavori.

Il capitale privato tende a concentrarsi in poche mani, in parte a causa della concorrenza tra i capitalisti, in parte perché lo sviluppo tecnologico e la crescente divisione del lavoro favoriscono la formazione di unità di produzione più grandi a scapito di quelle più piccole. Il risultato di questi sviluppi è un’oligarchia del capitale privato il cui enorme potere non può essere efficacemente controllato nemmeno da una società politica organizzata democraticamente. Ciò è vero poiché i membri degli organi legislativi sono selezionati da partiti politici, in gran parte finanziati o comunque influenzati da capitalisti privati ​​che, a tutti gli effetti, separano l’elettorato dal legislatore. La conseguenza è che i rappresentanti del popolo, di fatto, non tutelano a sufficienza gli interessi delle fasce svantaggiate della popolazione. Inoltre, nelle condizioni esistenti, i capitalisti privati ​​controllano inevitabilmente, direttamente o indirettamente, le principali fonti di informazione (stampa, radio, istruzione). È quindi estremamente difficile, é anzi nella maggior parte dei casi del tutto impossibile, per il singolo cittadino giungere a conclusioni oggettive e fare un uso intelligente dei suoi diritti politici.

All’indomani della “riconquistata” democrazia in Europa e nel mondo dalla partigiana lotta contro il nazi-fascismo, avanzare questa constatazione nel 1949, seppure moderata o smielata con il “giungere a conclusioni oggettive” o sull’uso intelligente, richiede davvero una certa dose di spregiudicatezza.

La situazione prevalente in un’economia basata sulla proprietà privata del capitale è quindi caratterizzata da due principi fondamentali: primo, i mezzi di produzione (capitale) sono di proprietà privata ed i proprietari ne dispongono come meglio credono; in secondo luogo, il contratto di lavoro è gratuito. Naturalmente, non esiste una società puramente capitalista in questo senso. In particolare, va notato che i lavoratori, attraverso lunghe e aspre lotte politiche, sono riusciti a garantire una forma alquanto migliorata del “contratto di lavoro libero” per alcune categorie di lavoratori. Ma presa nel suo insieme, l’economia attuale non differisce molto dal capitalismo “puro”.

La produzione viene svolta a scopo di lucro, non per l’uso.

Il fine della attività produttiva nel modo di produzione capitalistico è la realizzazione del valore di scambio accumulato (ossia capitale accumulato) tramite la quota di plus lavoro non corrisposto e non per il valore d’uso (il soddisfacimento dei bisogni). Esso si determina nella produzione stessa e si completa sul mercato nella circolazione del capitale, due aspetti imprescindibili tra loro, dove l’uno determina il secondo che rinnova la riproduzione delle condizioni dell’intero processo produttivo e sociale.

Non è previsto che tutti coloro che sono in grado e disposti a lavorare siano sempre in grado di trovare un impiego; esiste quasi sempre un “esercito di disoccupati”. Il lavoratore ha costantemente paura di perdere il lavoro. Poiché i disoccupati ed i lavoratori mal pagati non forniscono un mercato redditizio, la produzione dei beni di consumo è limitata e la conseguenza è grande difficoltà. Il progresso tecnologico si traduce spesso in una maggiore disoccupazione piuttosto che in un alleggerimento dell’onere del lavoro per tutti. Il motivo del profitto, insieme alla concorrenza tra capitalisti, è responsabile di un’instabilità nell’accumulazione e nell’utilizzo del capitale che porta a depressioni sempre più gravi. La concorrenza illimitata porta a un enorme spreco di lavoro, e a quella paralisi della coscienza sociale degli individui di cui ho parlato prima.

Ecco infine forse hai chiarito il concetto iniziale circa la contraddizione sull’essenza duale tra uomo solitario e uomo sociale.

Considero questa paralisi degli individui il peggior male del capitalismo. Tutto il nostro sistema educativo soffre di questo male. Un atteggiamento competitivo esagerato viene inculcato allo studente, che viene addestrato ad adorare il successo acquisitivo come preparazione per la sua futura carriera.

Aguzzando la vista sul processo storico fi, ad affermare una critica alle istituzioni educative che dovrebbero socializzare la conoscenza è uno scienziato insignito del premio nobel nel 1921. Per assistere ad una critica di massa della riproduzione della conoscenza da parte delle istituzioni borghesi dal 1949 si è dovuto attendere la fine degli anni ‘60.

Sono convinto che ci sia un solo modo per eliminare questi gravi mali, cioè attraverso l’instaurazione di un’economia socialista, accompagnata da un sistema educativo che sia orientato verso obiettivi sociali. In una tale economia, i mezzi di produzione sono di proprietà della società stessa e sono utilizzati in modo pianificato. Un’economia pianificata, che adegua la produzione ai bisogni della comunità, distribuirebbe il lavoro da svolgere tra tutti coloro che sono in grado di lavorare e garantirebbe un sostentamento a ogni uomo, donna e bambino. L’educazione dell’individuo, oltre a promuovere le proprie capacità innate, cercherebbe di sviluppare in lui un senso di responsabilità per i suoi simili in luogo della glorificazione del potere e del successo nella nostra società attuale.

Mi posso azzardare a dirti che qui l’uso dei termini “instaurazione” e “pianificazione” sono proprio parte di quella insufficiente “poca luce” di cui parlavi prima riguardo la scienza economica o riguardo al socialismo scientifico, per cui non si tratta a priori di definire le leggi guida di programma e azione per la sua realizzazione, ma sarà il processo stesso che ci dirà se di “instaurazione” e “pianificazione” si tratta. Sono due termini che richiamano l’organizzazione formale dei rapporti di produzione e della costituzione sociale in stato, per cui se è finito il tempo idilliaco della autosufficienza dei gruppi isolati e scarsamente numerosi, questo vale altrettanto per ogni singolo stato che quand’anche provasse ad “instaurare” rapporti socialisti, sarebbe destinato a soggiacere ai meccanismi sovrastanti del movimento capitalistico globale, a riprodurre i rapporti di capitale.

Tuttavia, è necessario ricordare che un’economia pianificata non è ancora socialismo. Un’economia pianificata in quanto tale può essere accompagnata dalla completa schiavitù dell’individuo. La conquista del socialismo richiede la soluzione di alcuni problemi socio-politici estremamente difficili: come è possibile, in vista della profonda centralizzazione del potere politico ed economico, impedire che la burocrazia diventi onnipotente e prepotente? Come tutelare i diritti dell’individuo e con ciò assicurare un contrappeso democratico al potere della burocrazia?

Qui la domanda ancora non trova una risposta sistematica definitiva. Se vuoi, questo blog ritiene che la domanda in sé é mal posta. Essa deriva dal fatto che come “comunisti” abbiamo ereditato la semplificazione che Marx ed Engels fecero nel Manifesto del partito comunista (semplificazioni di “programma” che loro insistentemente nelle successive edizioni sottolinearono con “superate”). In quella fase obiettivamente, spinti dalla passione rivoluzionaria e dagli eventi dell’epoca, immaginare la realizzazione del socialismo sul piano immediato rivoluzionario era imprescindibile dal compito dello sviluppo delle forze produttive capitalistiche, ritenendolo, seppure in un quadro europeo continentale, eseguibile attraverso la conquista del potere politico ed il governo dello stato proletario a dominare l’economia. Ipotesi rivelatasi poi irrealistica, come le lezioni delle lotte di classe in Francia insegnarono a Marx ed Engels (mentre le lezioni dell’Ottobre 1917 dovrebbero valere per i comunisti contemporanei) . Oggi, fortunatamente, la questione storica del comunismo ci viene posta ad uno stato più avanzato, dove nel complesso davvero non vi è alcun obiettivo residuo di governo per lo scopo di accrescere lo sviluppo delle forze produttive. Semmai ci sarebbe bisogno della necessità della esecuzione sommaria della distruzione di quel volume di produzioni e merci inutili che stanno rendendo il pianeta inabitabile alla vita naturale, mentre la capacità di soddisfare i bisogni dello human being è ampiamente a disposizione. Con esso la questione della rivoluzione socialista come “conquista del potere” e della forma dello stato proletario che realizza la sua dittatura contro le forze economiche capitalistiche da sviluppare si pone in modalità totalmente differente, proprio per la diversa fase di ciclo economico che il modo di produzione capitalistico ha raggiunto. Il comunismo appare sempre più come essenza pratica di quel movimento reale che abolisce lo stato di cose presente, la cui forma in azione emerge dal basso e non necessita di essere calata dall’alto da una organizzazione specializzata esterna e sovrapposta. Anche qui non ci saranno gli esperti della rivoluzione cui lasciare i compiti di strategia ed organizzazione.

La chiarezza sugli obiettivi e sui problemi del socialismo è della massima importanza nella nostra epoca di transizione. Poiché, nelle attuali circostanze, la discussione libera e senza ostacoli di questi problemi è stata oggetto di un potente tabù, ritengo che la fondazione di questa rivista sia un importante servizio pubblico.

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