L’Uragano, il Tornado, il Virus e il Superdome

Quelle che seguono sono alcune considerazioni sul tempo del prima, sul tempo del durante e sul tempo del dopo che segnano la umana caratteristica sociale della prevenzione, della cura e della sicurezza, della convalescenza e della ripresa.

Quattro giorni fa l’ennesimo evento naturale ha strapazzato l’America, gli Stati Uniti d’America. Pochi mesi fa fu l’urgano Ida che strapazzò ancora il continente nord americano atterrando – il 29 agosto nel sedicesimo anniversario dell’uragano Katrina, in Louisiana devastandone la costa e l’entroterra. Ma fu nel suo percorso verso il nord est verso la costa atlantica che l’urgano Ida, seppure perdendo di intensità, creò i maggiori danni in termini di vite umane ed in particolare a New York invasa dalle acque e con molte persone intrappolate nelle stazioni della metropolitana o nei piani terra delle aree del Queens o di Brooklyn.

Il tornado di quattro giorni fa non ha un nome di battesimo e forse verrà dimenticato presto, nonostante la devastazione provocata lungo tre stati degli USA Arkansas, Illinois e Kentucky e colpendole in totale sei.

Prendiamoci 76 secondi di pausa ed in silenzio guardando il video che descrive la città di Mayfield (in Kentucky) e il magazzino Amazon di Edwardsville (Illinois) dopo l’evento catastrofico naturale.

Intere aree urbane spazzate vie, incluse scuole, chiese, fabbriche, magazzini: i luoghi della produzione del valore capitalistico e di quelli dove vengono riprodotte le relazioni sociali secondi i rapporti di capitale.

Viene da domandarsi cosa ci sia di naturale e cosa ci sia di umano a determinare tanta violenza da parte della natura e se in qualche modo l’antropocene capitalistica abbia reso la società degli uomini meno resiliente nei confronti della natura nonostante tutta la tecnologia ed i risultati della ricerca scientifica accumulata. Viene da domandarsi come è possibile assistere a scene apocalittiche nel cuore della bestia e dello stato capitalistico più avanzato. Nel dicembre del 2004 un inedito Tzunami investì tutti i paesi costieri dell’Oceano Indiano: i morti furono più di 227 mila in 14 nazioni, le popolazioni colpite furono centinaia di milioni.

I morti di oggi in proporzione sono pochi, si parla di parecchie centinaia. Ma al di là della differente intensità della violenza naturale, il punto massimo della tragedia non avviene nel durante ma nel dopo ed in questo spazio temporale che l’entità del dramma diviene nella sua proporzione paragonabile. Mentre le morti del durante ancora si contano tra le macerie, altre decine di migliaia sono senza riscaldamento, acqua potabile ed alloggio. La tragedia innescata dall’uragano Katrina di 16 anni fa si acuì in tragedia proprio nel tempo del dopo a New Orleans, con la gente povera prevalentemente di colore ammassata a migliaia all’interno del Superdome lo stadio di football americano dove cercare un rifugio dalle acque.

Si contarono esattamente solo i costi economici e non di vite umane. Chi ebbe i mezzi per evacuare la città prima dell’arrivo dell’uragano, i ceti ricchi, lasciarono New Orleans e trovarono rifugio in luoghi sicuri perché preallertati – come tutti – dai sistemi di sorveglianza e di allerta Uragano o Tornado presenti in ogni luogo degli Stati Uniti d’America. Ma la maggior parte dei proletari – ed a New Orleans soprattutto quelli di colore – non avevano alcun mezzo né altra residenza per lasciare la città. Il meccanismo dell’allerta vigente negli Stati Uniti d’America e vieppiù tecnologico ed efficace nel tracciare il pericolo naturale e nel prevedere quando esso si abbatterà con un certa precisione nei luoghi più densamente abitati. Possiede delle moderne ed estese tecnologie di comunicazione per allertare ogni cittadino, soprattutto si dota di un preciso piano di protocolli organizzativi dello Stato. Tra questi, prima di tutto, scatta una sorta di cordone di polizia con un minimo di supporto militare della Guardia Nazionale che impedisce razzie di scorte preventive in cibo ed acqua e si attua di fatto un coprifuoco soft raccomandato ed un gradato razionamento. La maggior parte dei proletari che non hanno possibilità di lasciare le città sono costretti ad aspettare l’arrivo messianico del dio punitore in ripari di fortuna e con scarsità di autonomia di scorte per sostentarsi nel tempo del dopo. Per non parlare di quella popolazione carceraria che non viene mai evacuata. Carne utile per i lavori forzati del sistema carcerario industriale ce ne è sempre in soprannumero, dunque è vita sacrificabile. Inoltre negli ultimi sedici anni, a partire dal 2008 e con una accelerazione dal 2020 per via delle conseguenze sociali della pandemia, è aumentato esponenzialmente il numero di chi nemmeno ha un tetto o una casa e quindi nessun rifugio in caso di uragano. In alcuni casi le fermate delle metropolitane vengono chiuse vuoi per evitare che la gente faccia la fine dei topi, ma poi non si dà una alternativa a chi non ha un tetto o un tetto stabile sulla testa.

Quindi il tempo del dopo fu peggiore del tempo del durante. Si racconta di scene selvaggia violenza al Superdome dove le bottiglie d’acqua venivano contese a colpi d’arma da fuoco o all’arma bianca tra chi le aveva recuperate attraverso il saccheggio dei pochi store rimasti intatti. E si raccontano anche scene di stupri e di violenze sulle donne. Poi, nel tempo del dopo, arrivò la Guardia Nazionale in forze a riportare il disordine dell’ordinamento capitalista sostituendosi al ruolo della polizia agente nel tempo del prima, nella fase dell’allerta. Si usò la violenza armata dello Stato per sedare il caos, ma anche la rabbia di chi si sentì sacrificato sull’altare della divisione di classe. Si sparò per proteggere la proprietà privata negando alla comunità proletaria e dei sopravvissuti tutti di rifornirsi di quanto necessario. Non c’erano TV e giornalisti a testimoniare gli avvenimenti, a livello nazionale i media parlarono solo di violenze inumane senza senso, di scene da film 1997 fuga da New York, ma molte di queste storie non sono mai state effettivamente verificate nella loro completo accadimento. Ancora oggi il fatto che membri della Guardia Nazionale effettivamente agirono al Superdome come squadroni di american snipers abbattendo più di 30 saccheggiatori con i loro fucili dall’alto dal tetto dello stadio rimane a metà tra un segreto di Stato ed una leggenda metropolitana ancora oggi. Circa dieci anni dopo Katrina alcun report indipendenti raccolsero le varie testimonianze che raccontarono come agì la macchina del soccorso dello Stato e di come si caratterizza il protocollo di sicurezza nel tempo del dopo: prima viene il supporto alle forze di polizia locale e la riorganizzazione del controllo poliziesco; poi la protezione delle proprietà private, cui segue anche l’organizzazione tra i ranghi della sicurezza di ronde di civili bianchi; successivamente il disciplinamento sotto la legge marziale di tutti i sopravvissuti e gli sfollati restanti; da ultimo il razionamento del necessario di quanto requisito tra i sopravvissuti.

Di fronte a fatti ingovernabili la realtà sta solo nella quantificazione esatta dei numeri circa la quantità della violenza del soccorso dello Stato ed il numero di episodi di violenza efferata tra i sopravvissuti avvelenati dallo spirito della concorrenza capitalistica tra gli uomini. Ma la causa prima rimane certa e risiede nel meccanismo in cui questa società si prepara e poi agisce di fronte a certi eventi, in sostanza nel modo come il capitalismo si riproduce e realizza la sicurezza sociale.

In questo senso lo tzunami del 2004 fu più equanime (o se vogliamo meno democratico – borghese), poca tecnologia e quasi assenza di allerta. A morire furono soprattutto le popolazioni di lavoratori contadini e di pescatori delle regioni costiere, ma anche a migliaia i ricchi turisti occidentali rimasti travolti nelle spiagge e nei resort da mille e una notte. Di questi in proporzione ne morirono tantissimi. Immediatamente dopo, la popolazione locale meno avvelenata dallo spirito della concorrenza capitalistica, forse proprio per il minor sviluppo economico, diede vita ad una spontanea collaborazione e di aiuto da chi era sopravvissuto e dalle popolazioni dell’entroterra non colpite dallo tzunami senza alcuna distinzione, soccorrendo tutti, ivi compreso i ricchi occidentali. Se questo moto di spirito umanitario non ci fosse stato le morti nel tempo del dopo sarebbero state indicibilmente di più.

Ancora oggi il soccorso dello Stato americano, la Guardia Nazionale inviata per fornire mezzi di sostentamento ai sopravvissuti, segue lo stesso protocollo di allerta attuato sedici anni fa. I meccanismi della preparazione – o meglio della prevenzione – e poi del soccorso sono all’essenza gli stessi in occasione dell’uragano Katrina. Lo scalpore risiede non tanto sul come sia possibile che con tutta la tecnologia che possediamo e l’organizzazione automatizzata che essa ci fornisce, ancora oggi il 12 dicembre 2021 assistiamo ad una apocalisse per via di un evento naturale. Come mai la prevenzione non funziona?

Lo scalpore semmai è sul come mai ci si faccia questa domanda, mente basterebbe l’evidenza che il protocollo della sicurezza è di fatto una terapia permanente per la conservazione del sistema. Si sa che nella città di Mayfield e nella sua area suburbana industriale il sistema di allerta (ossia di prevenzione) fosse giunto fino all’ultimo lavoratore. Ma questa volta piuttosto che per mancanza di mezzi e possibilità di rifugio in zone più sicure e distanti dal percorso tracciato del tornado c’è stata l’imposizione sotto ricatto del licenziamento a non abbandonare la produzione. Una fabbrica di candele che vedeva addetti più di 100 lavoratori stava lavorando con turni di 24 ore sette giorni su sette per raggiungere gli obiettivi di produzione entro il natale. Questi lavoratori sono stati minacciati di licenziamento se avessero lasciato la produzione o non si fossero presentati al turno di lavoro perché scappati via dalla città sotto allerta. Questa fabbrica non esiste più, completamente polverizzata e con essa i lavoratori che vi erano all’interno.

Si sa l’hub della logistica Amazon di Edwardsville in Illinois è stato ridotto completamente a maceria per più della metà. Dei lavoratori che non sono sopravvissuti ne rimane la loro traccia digitale nelle comunicazioni WhatsApp e Twitter con i propri familiari preoccupati se all’interno del magazzino i propri cari potessero trovare un punto di riparo e se la macchina di allerta e di protezione del protocollo di sicurezza fosse affidabile quanto il delivery dei pacchi. Si sa che il delivery degli ordini on line è una attività continua senza sosta tutti i giorni della settimana. Che il Tornado si sia abbattuto di Domenica è una coincidenza fortunata, ma sappiamo che i giorni della settimana in cui questi eventi accadono non possono essere modificati determinati dalla volontà dell’uomo.

La cosa che sorprende che ancora si affrontino questi fatti naturali ed il suo risvolto tragico come elementi separati ed eccezionali. Il sacrificio di vite umane solo a causa dell’egoismo di un singolo padrone per il suo personale profitto o per una dolosa prevenzione. Ma se viceversa guardiamo ad essi nel loro insieme, se analizziamo che cos’è nel mondo capitalistico il piano del protocollo della allerta, della prevenzione e della sicurezza nel suo reale svolgimento nel tempo del prima, del durante e nel tempo del dopo, questi esiti drammatici non solo appaiono come l’inevitabile risultato, ma ci appaiono per quello che realmente sono. Non un evento naturale di portata eccezionale che ci trova impreparati e con morti sarebbero stati evitabili se non ci fosse stato un difetto organizzativo o egoistico. Il tornado stesso è ancor più violento perché è il piano di resilienza che è fradicio fin dalle sue fondamenta: esso è un piano di terapia permanente per la conservazione reazionaria del meccanismo di riproduzione capitalistica e nulla più. Allora scorrendo il film del tempo della pre-allerta, del durante e del dopo fino alla causa prima che risiede nell’antropocene capitalistico, scorgiamo che il tornado si alimenta di violenza non dalla natura, ma esso si produce e si nutre da una precisa causa economica e sociale, che alimenta la potenza dell’elemento naturale trasformandolo in una violenza sociale che ci appare appunto naturale e disumanizzante nella sua ripetizione.

Quanto è accaduto nel magazzino Amazon è esplicativo.

Mentre il tornado si abbatteva nell’area, in un altro hub Amazon distante dove è operativo un centro telematico che gestisce le connessioni in rete per la programmazione delle attività tra magazzino e magazzino, i tecnici informatici erano al lavoro per riparare l’improvvisa perdita della connessione di rete con l’impianto di Edwardsville distrutto. Insomma stavano lì e non riuscivano a capire dove fosse il problema tecnico per la mancanza di connettività, quando circa una ventina di minuti dopo attraverso la televisione hanno saputo il perché della mancata connessione: il magazzino non era raggiungibile dalla rete telematica semplicemente perché non c’era più!

Dire che il capitalismo uccida appare addirittura una semplificazione. Qui l’uomo soggiogato dalla produttività è sottoposto anche ad una relazione impersonale, telematica con gli altri umani, sono terminali, host e non esseri umani, piccoli ripetitori digitali connessi telematicamente, un segnale wifi. L’umanità è schiavizzata al profitto da un meccanismo ancor più inumano che nel passato e rispetto a sedici anni fa. L’estensione tecnologica dei processi digitali per la produttività rende il dominio del capitalismo sull’uomo ancor più invasivo di quello realizzato con la sola catena di montaggio. Nella logistica Amazon il sistema digitale di controllo monitora i task delle singole attività fino a sapere dove sta il singolo pacchetto e quale facchino ha assegnato la sua lavorazione, tutto in tempo reale. Chi non ha mai verificato in che punto di transito si trova il nostro ordine on-line? Quello che vediamo come consumatore di merce dal web circa la tracciatura del nostro pacco è solo una indicazione di una macro tappa dell’attività di spedizione e delivery, ma l’intero processo automatizzato e digitalizzato è monitorato in ogni singolo passaggio praticamente in tempo reale.

Immaginiamoci dunque la realtà della tragedia: gli uomini appaiono solo come dei pallini verdi sui monitor dei centri di controllo, ma il pallino verde è di fatto la merce coinvolta nel suo processo di distribuzione e di circolazione. Un pallino verde che al tempo stesso è un avatar che rappresenta l’uomo in carne ed ossa che la fa circolare. Improvvisamente i pallini verdi di un certa finestra di monitoraggio sul monitor scompaiono, diventano grigi e non mandano alcun segnale. Il lavoratore sottoposto alla produttività pensa al guasto tecnico, ad un incidente inanimato, dove sono gli item, come controllo i processi dei task, non gli viene in mente l’aspetto umano ed il danno umano. E nemmeno le immediate e successive telefonate verso le sale controllo dello stabilimento di Edwardsville che squillano a vuoto o di occupato veloce che indicano una interruzione della linea, non fanno pensare ad un disastro umano, semplicemente fa supporre ad un evento di disaster tecnologico più ampio cui non c’è l’adeguato backup e ridondanza separata per di dispostivi di connessione telefonica VoIP.

E’ questa dinamica che dovrebbe farci riflettere poi sulla conseguenza umana di un piano di sicurezza che di fatto è un piano terapeutico permanente, che per se è permanente per sua definizione significa di un problema o di un male incurabile.

Pongo una domanda a me stesso. Se le relazioni sociali si determinano – stato, istituzioni, religione, scienza, scuola consumo, rapporti tra gli uomini, tra i generi e tra i popoli e le “razze” e le altre specie animali –  in maniera funzionale a come sono realizzati i rapporti della produzione – proprietà privata dei mezzi di produzione e del suo prodotto sociale espropriati entrambi ai produttori, divisione sociale del lavoro, classi, riproduzione di questi rapporti ed estensione attraverso lo sviluppo della scienza e tecnologia e lo sfruttamento della natura -, allora il modello produttivo Amazon a che tipo di società – la cui sostanza capitalistica all’osso è la stessa – porta circa le sue forme più “sociali” nell’oggi e nel domani? A dove conduce nelle sue forme più esplicite il piano di resilienza terapeutico permanente del capitalismo che si sta raffinando e specializzando?

Lo stiamo intravedendo dove conduce nella realizzazione del piano di resilienza terapeutico vaccinale permanente contro il virus.

Come guardiamo gli eventi – a questo punto tra virgolette – “naturali” (il tornado, l’uragano Katrina e quello Ida) ognuno eccezionalmente differentemente dall’altro, così guardiamo come cose diverse e separate l’uragano ed il tornado da una pandemia come aspetti diversi. Ci continua a sfuggire il nesso che li lega tra loro, non solo per quelle che sono le cause materiali dell’antropocene capitalistico che li determinano. Continuando a considerarli come uragano, tornado e virus delle crisi naturali separate non comprendiamo che sono appunto i caratteri dell società che ne aumentano gli effetti in potenza ed in tragedia.

Il sistema dei rapporti di produzione ed i suoi meccanismi sociali descrivono il protocollo della sicurezza che riteniamo essere come dispositivo di prevenzione e soccorso altruistico (seppur migliorabile), mentre la realtà è quella mostrata dai fatti di New Orleans e del Superdome di sedici anni fa. Di fronte all’ingovernabilità delle sue contraddizioni questo sistema non fa che specializzare un protocollo di sicurezza che è funzionale alla conservazione capitalistica sempre più marcescente. I fatti del 12 dicembre, che hanno stracciato la natura e gli uomini dell’Arkansas, dell’Illinois e del Kentucky sono nient’altro che una ripetizione del film e del suo medesimo protocollo che stiamo verificando nella guerra al coronavirus ed alla prevenzione delle sue nuove ripetute mutazioni (Lambda, Delta, Omicron, boh!). Ma poi ci accorgiamo, perché dall’alto ce lo comunicano, che la terapia di ieri non va più bene per la nuova versione del virus dominante, così come le dighe alzate a New Orleans successivamente a Katrina non si sono mostrate resilienti nei confronti di Ida.

Oggi il protocollo di sicurezza contro il virus impiega i coprifuoco di allerta ma questo funziona e può solo funzionare – come a New Orleans sedici anni fa – per chi ha scorte e vera resilienza. Per gli altri il destino è un rifugio di fortuna senza o con poca scorta alimentare. Per la massa in ogni caso il rischio è identico a quelli degli operai Amazon di Edwardsville, perché nonostante l’allarme bisogna eppur produrre. Poi la Guardia Nazionale e la polizia è dispiegata nelle città per organizzare la logistica dell’ordine disordinato. Come a New Orleans, oggi nel tempo del coronavirus c’è un capo militare sul campo ad organizzare la sicurezza ed un dispositivo digitale per monitorare che gli umani siano efficienti e disciplinati nella produzione. In cambio la promessa che solo così la nostra vita potrà essere salvata, perché il capitalismo non ha più nemmeno nel ricco, grasso e democratico occidente un welfare strapazzato da offrire ma sempre più una vita precaria da elargire. In sostanza si produce senza sosta accettandone le conseguenze di ritmi forsennati in cambio di un misero salario (per chi il lavoro ce l’ha) e di una polizza di sicurezza sulla vita. Eppure dovremmo avere esperienza circa le fregature assicurative.

In cambio della disciplina si offre di fatto una garanzia precaria di riproduzione della nuda vita, il razionamento delle scorte spacciate come libertà. Un green pass per lavorare, uno per circolare, un per consumare (altro che per vivere). Nel tempo del durante, che diventa un tempo del dopo perpetuo, c’è un immenso Superdome sociale che avvelena di violenza e di concorrenza alimentato dal terrore di fronte al fatto – vero o non vero – che siamo entrati nel periodo permanente della terapia, perché una cura non è possibile, il virus appare invincibile attraverso le sue mutazioni, così come l’uragano ed il tornado si ripete sempre con maggior violenza e non lo si può fermare né rallentare. Il protocollo di allerta tornado si specializza nella sua declinazione sociale sempre più come un meccanismo di non prevenzione antisociale e disumanizzante, così come lo diventa quello di prevenzione alle nuove mutazioni specializzando ora i nuovi vaccini o tornando ai cari e vecchi vaccini proteici ma meno capaci di seguire il ritmo del virus mutante.

Da mutazione a mutazione la cura contro il virus ci accompagna in un tempo del durante e del dopo esteso che appare unico e senza fine. L’onda d’acqua distruttiva dell’uragano ed il sue lento riflusso a scoprire le macerie, la riparazione come danno. Qui nel coronavirus chiusura e riapertura, nuova ondata epidemica, la seconda, le terza e la quarta con le nuove chiusure, poi una dose, una seconda, una terza ed infine una quarta. Soggiogati tutti dai nostri rifugi diversi ad una paura duale ma che ha una radice comune che non riusciamo a distinguere.

Così si rimane soggiogati dalla violenza dello stato e del Superdome sociale considerandoli come fattore naturale inevitabile, una medicina amara insostituibile nel si salvi chi può generalizzato attraverso una cura imposta attraverso la disciplina militare. Così a New Orleans sedici anni fa così oggi nello spazio vasto. Nel tempo del dopo che non arriva mai si sviluppa una pazzia sociale in pezzi ampi del proletariato e dell’umanità che vive del solo proprio lavoro che ritiene che tutto sommato il dispositivo di resilienza e di sicurezza da male minore inizia ad essere considerato normale modello di vita. Così ordinati mostriamo il nostro lasciapassare per accedere ai bus ed alle metropolitani per recarci nella moderna produzione di beni, servizi e merci per consentirci una libera socialità. Dall’altra ci sono dei altri pezzi di umanità proletaria che si aggirano in preda alla stessa pazzia sociale, seppure si manifestati in modo differente: è paragonabile a quei tanti proletari neri di questo fine agosto 2021 di New Orleans che anche nelle ore in cui l’uragano Ida si stava abbattendo sulla città, gironzolavano per le vie in bicicletta o a piedi con l’aria del sopravvissuto che diceva “che vuoi che sia, non sarà mai peggio di Katrina”, ma al tempo stesso intuisce che il meccanismo della protezione e della sicurezza sociale predisposto è una menzogna e andrebbe combattuto. In comune tra queste due facce della medesima medaglia umana c’è la materiale paura reale di fare la fine del topo, perchè nel capitalismo e nel moto anarchico e contraddittorio catastrofico come si fa a non avere paura?

Per esempio il punto non è l’esatto calcolo se Ida sia stato più o meno devastante di Katrina, il punto è che devastante per la comunità umana è il protocollo della sicurezza imposto dall’allerta tornado, il cui risultato non può che essere disastroso perché volta verso il disastro è la società che ci determina. E’ il modello dello sfruttamento del territorio in favore dell’urbanizzazione e della industrializzazione che rende la Louisiana meno resiliente alle acque. E’ lo stesso industrialismo, inquinamento elettromagnetico, delle acque, del cibo e le sovrastrutture sociale realizzate (ospedali, scuole, ecc.) a rendere sia l’essere umano e la sua capacità immunitaria che quella della società meno resiliente ad un virus da tassi di letalità bassi. Basta poco, basta un onda a trasformare il tutto in tragedia. E siccome la connessione del virus con lo spazio di coltura sociale è determinante, coglierne il nesso mettendosi in fila al centro vaccinale è più difficoltoso quanto convincere un fedele in fila per ricevere l’ostia che dio non esiste e tutto l’impegno si riduce in una contro narrazione della storia.

Dopo sedici anni comincia ad emergere che gli squadroni delle Guardia Nazionale non portarono aiuti ma la violenza sociale dello Stato che aggravò il tempo del dopo preparato da un doloso tempo del prima. E ritorna alla memoria mentre si estraggono i corpi da sotto le macerie in Arkansas, Illinois e in Kentucky mentre su decine di migliaia di sfollati, senza riscaldamento ed acqua potabile è in azione il razionamento, ossia lo stesso protocollo del Superdome semplicemente più “raffinato”.

Se non riconnettiamo il filo che intercorre tra i fenomeni che ci appaiono separati tra il piano di allerta tornado e di allerta virus, ci troveremo tra qualche anno, di mutazione in mutazione, – nonostante alcune con effetti patologici meno gravi (come l’Omicron), ed altre eventualmente con effetti più gravi, cosa che non possiamo escludere perchè nel frattempo società e natura stanno degradando velocemente – a domandarci inutilmente “ma come è potuto accadere ancora una volta”, “come mai siamo ancora qui nel Superdome sociale esteso del Coronavirus”, “quando ci sarà una riapertura duratura”?

Allora, dovremmo iniziare a renderci conto che il dispositivo di sicurezza dalla pandemia (lockdown, green pass e vaccinazione capitalistica di massa obbligatoria) e dal tornado sono meccanismi sociali comuni ed uguali, essi non sono altro che l’affermazione violenta di un protocollo di terapia securitario permanente di fronte ad un evento della società e della natura sindemico, il cui piano è fine a se stesso ed alla conservazione di questa società plasmata dal modo di produzione capitalistico sempre più incapace di curare i suoi mali che riproduce con maggiore intensità sulla scala globale.

Servirebbe una diserzione sociale di massa che abbatta il Superdome sociale con tutti i suoi lasciapassare per salvare un senso di comunità facendo emergere relazioni di cooperazione ed auto organizzazione, le uniche che possano portare risposte alla domanda per una vera cura e una vera sicurezza sociale e che ponga fine allo sfruttamento sulla natura e dell’uomo sull’uomo (secondo le linee dell’oppressione di classe, di genere e del colore).

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