Riot, operaio nero e operaio bianco, classe e razzismo

Nel mese di settembre Calusca City Lights (Archivio Primo Moroni) e radiocane.info hanno realizzato un progetto editoriale presentando una raccolta di testi inediti provenienti dagli Stati Uniti come testimonianze e riflessioni sul movimento di sollevazione che si è dato nel nome di George Floyd del 2020.

La raccolta ha come titolo Riots! George Floyd Rebellion 2020. Fatti, testimonianze e riflessioni edito da Edizioni Colibrì.

Il lavoro è davvero prezioso, perché troppo poco si è riflettuto e troppo spesso male circa gli avvenimenti che dall’omicidio di George Floyd il 25 maggio 2020 hanno infiammato gli Stati Uniti d’America in più di 100 città (nelle maggiori grandi città, nelle aree peri urbane suburbs e fino alle più piccole contee rurali ed exurbs) ed hanno visto il dispiegamento della Guardia Nazionale in più di 30 città, l’uso militare della polizia federale e del DHS, ed una mobilitazione attiva di ampi settori sociali che si sono contro mobilitati a difesa della supremazia bianca, della polizia e delle proprietà private minacciate. I fatti testimoniati e riflettuti proposti da questo lavoro editoriale di raccolta gettano uno squarcio sul “movimento reale che abolisce lo stato di cose presente” che si prospetta per il futuro, che, per quanto ritiene questo blog, esso mette alla prova la teoria rivoluzionaria del passato ereditata dalle varie interpretazioni del “Marx-pensiero” in special modo su razzismo, schiavitù ed il rapporto tra proletariato di colore e bianco.

Il lavoro in questione è stato pubblicizzato attraverso una serie di iniziative di dibattito tra il 22 ed il 24 settembre (a Torino all’Edera squat, al Presidio di San Didero, infine a Milano presso il C.S.O.A. Cox18) dove oltre alla presentazione del materiale edito vi è stato il contributo dei compagni della Internazionale Vitalista sezione romana dell’Urbe che aveva già prodotto fin da fine 2020 una ricca ricostruzione cronologica e politica in formato digitale dei principali eventi della sollevazione.

Che la black rebellion o black revolution sia un fatto attuale della moderna lotta di classe sottovalutata nella sua interezza e nel suo processo storico è proprio Marx a segnalarlo nel 1860 in una lettera a Engels:

“..Secondo me, la cosa più importante che sta accadendo nel mondo oggi è il movimento degli schiavi – da un lato, in America, iniziato con la morte di [John] Brown, e in Russia , dall’altro [riguardo alla riforma sulla servitù della gleba]… Ho appena visto nel Tribune che c’è stata un’altra rivolta di schiavi nel Missouri, che è stata repressa, inutile dirlo. Ma ora il segnale è stato dato.

Quanto è accaduto nell’estate del 2020 è la riproposizione di quegli antichi scenari ma in un contesto dello sviluppo dell’accumulazione capitalistica più avanzato, avvolto da una crisi generale di sistema e dell’accumulazione globale del modo di produzione capitalistico, dunque più incendiario alla scala di massa. La George Floyd Rebellion testimonia questo momento di svolta che si prefigura all’orizzonte, proprio perché ha visto un partecipazione di massa di giovani proletari non neri e bianchi. Non solo alle “manifestazioni pacifiche”, ma soprattutto nei momenti più accesi della sollevazione, nei riot e nei saccheggi, negli assalti ai dipartimenti di polizia, agli istituti di correzione carceraria e agli edifici dell’Immigration and Customs Enforcement, e nelle devastazioni di quelle cattedrali delle merci dove la produzione del plusvalore si realizza in profitto e dove una nuova gioventù proletaria (nera, bianca e latina) è sottomessa come precariato cronico a questa catena generale di D-M-D e M-D-M che è caratteristica del capitalismo. Uno scenario dove il bianco da alleato (per utilitarismo di fatto) della lotta dei neri diventa complice condividendo i rischi (e la repressione legale ed extra legale) nella ribellione del proletariato nero che caratterizza da sempre il conflitto sociale negli Stati Uniti d’America fin dalla sua fondazione.

Di fatto si è trattato di una rivolta antirazzista dal carattere proletario, dove nei lunghi mesi che vanno da fine Maggio a fine Ottobre 2020 le forze del capitale hanno dovuto ricorrere al ruolo pacificatore della black middle class e delle sue leadership per contenere questa improvvisa insorgenza dalle caratteristiche meticce e multirazziali. Per settimane, ogni volta che l’auto attività dei proletari neri prendeva il sopravvento sulle avanguardie formali calamitando l’azione complice di una variegato proletariato bianco giovanile, abbiamo sentito le leadership dei neri (vecchie e nuove) della piccola borghesia BLM agitare nei confronti dei proletari BIPOC che a Seattle e a Portland fosse in scena una commedia dei bianchi, mentre nella pratica si assisteva – seppur privo di un programma e di una avanguardia organizzata “cosciente” (??) – la realizzazione in un momentum generalizzato delle aspettative di Fred Hampton e del Black Panther Party, oppure della League of Revolutionary Black Workers e dei suoi comitati operai black nella Detroit dell’industria dell’auto di fini anni ’60 ed anni ’70, oggi nelle strade nel nome di George Floyd. Un momentum plasmato all’interno di una geografica capitalistica totalmente differente dal passato, dove la linea di galleggiamento alla crisi capitalistica ha polverizzato negli anni il core di fabbrica della grande industria in un contesto urbano proletario nord americano ed occidentale definitivamente cannibalizzato dalla moderna produzione di beni e servizi, dalla gentrificazione e dai nuovi progetti urbanistici ed infine dalla delocalizzazione delle fabbriche.

Sandro Moiso ha pubblicato una recensione di valore nei confronti di questo lavoro editoriale di raccolta di testi, testimonianze e riflessioni prodotte all’interno del contesto di questo movimento del 2020 che è apparsa su Carmilla e su sinistrainrete, nella quale prova ad evidenziare appunto il carattere proletario e multirazziale che questi avvenimenti hanno contenuto, riprendendo un filo teorico “interrotto” su quello che riguarda la questione della schiavitù e del razzismo da un punto di vista di classe.

L’interpretazione teorica del Marx-pensiero post Marx e del movimento operaio storico in sintesi ha fondato la sua impostazione su due assi basilari:

  • La forma dello sfruttamento della forza lavoro attraverso il regime di schiavitù viene risolta risolta dallo sviluppo dell’accumulazione capitalistica generalizzando alla scala di massa la forma del lavoro salariato;
  • Il razzismo si risolve all’interno della lotta di classe proletaria perché di fatto l’estrazione del plusvalore non ha distinzione di colore, razza, nazione e religione.

Il compagno Moiso tenta di spostare in avanti la semplificazione riduzionista del tutto alla profetica “lotta di classe unitaria” di tutti i proletari al di là del colore e della razza (impostazione storicamente criticata dai movimenti della black liberation all’interno del lungo ciclo storico di lotte dei neri). Di fatto il rischio di ripetere lo scivolamento in questo limite sottolineato da generazioni militanti neri non è cosa affatto semplice per i comunisti rivoluzionari bianchi.

Ci sarebbe da dire al riguardo della schiavitù, che la sostanza del capitalismo non risiede nella proprietà privata del capitale, della terra, degli strumenti del lavoro e del suo prodotto in quanto forma giuridica. Già Marx chiarì che la forma giuridica della proprietà fosse aspetto irrilevante e che fosse già in atto ai suoi tempi il processo storico del modo di produzione capitalistico, dove il personale fisico del capitalista proprietario viene sostituito dal movimento del modo di produzione capitalistico in quanto forza agente impersonale. La stessa cosa riguarda la sparizione della forma giuridica e sociale della schiavitù, per cui la sostanza del regime dello sfruttamento della forza lavoro non cambia anche quando sparisce la sua forma giuridica di proprietà dei beni mobili della merce forza lavoro sotto il regime di schiavitù. Anzi lo sviluppo successivo e fino ad oggi ha esteso alla scala di massa ed alla scala globale del mercato la schiavitù affiancata alle altre forme dello sfruttamento della forza lavoro, quella del lavoro forzato e quella del lavoro salariato sicuramente maggioritaria. Il regime schiavista nella piantagione non si caratterizza per la caratteristica fondamentale della catena al collo o alle caviglie del lavoratore (che sono al più uno strumento tecnico e giuridico della proprietà e dell’esercizio di sottomissione violenta al lavoro agricolo), ma per un insieme di relazioni sociali ed economiche che in maniera coatta costringevano al territorio della piantagione e ai turni bestiali di anche 18 ore al giorno nella coltivazione intensiva del cotone gli uomini rapiti con la violenza dai loro paesi di origine africani. L’uomo sotto il regime della schiavitù era impossibilitato a lasciare la piantagione tra i tempi di semina e di raccolta rimanendo a vivere in baracche di prossimità ed ai limiti della sopravvivenza. Il suo prezzo di mercato era calcolato secondo le spese di ammortamento secondo l’usura della macchina uomo, ossia sulla base della sua aspettativa di vita (mediamente tra i 7 e 10 anni di lavoro nei campi), quindi forza lavoro pagata come costo di capitale fisso e contabilizzato in ammortamento ma con la capacità di sprigionare una quantità enorme di plus lavoro. Se lo schiavo scappava era un fuggiasco braccato dalle forze degli sceriffi precursori delle moderne forze di polizia degli stati, perché stabilito da un regime del diritto borghese che riconosceva la proprietà dell’uomo su un altro uomo ottenuta con la violenza (come ogni altro strumento della produzione del resto) e dunque da un rapporto economico di proprietà che impediva a quest’ultimo di contrattare sul mercato libero il prezzo della sua forza lavoro.

Ora si direbbe che la il regime di schiavitù non esisterebbe più all’interno del mercato capitalistico, semmai sopravvive come retaggi del passato ed di una etica economica degradante ed arretrata in sporadiche isole di mercato poco sviluppato. La sostanza economica capitalistica è invece un’altra. Guardiamo la sostanza per esempio della piantagione italica e delle moderne imprese agricole capitalistiche nella sua catena complessiva dell’agro business mondiale. Abbiamo milioni di braccianti immigrati di diversi paesi e continenti impiegati. Essi non vengono più rapiti attraverso le operazioni di caccia e di rastrellamento violento ed armato di massa, portati in catene in Europa, in Nord America o nei paesi più industrializzati dell’Asia, basta il meccanismo della rapina finanziaria ad attrarli attraverso un processo coatto obbligato ed indirizzato dai circuiti del saccheggio finanziario. D’altronde esiste un mercato irregolare degli uomini all’interno del circuito dell’immigrazione, così come la tratta dei neri continuò per decenni in maniera illegale nonostante la Gran Bretagna abolì per legge il commercio degli schiavi nel 1807. Ma nei secoli precedenti e oltre la metà del XIX secolo questo mercato si finanziava attraverso l’anticipo di capitale di vari banchieri e padroni di industria, oggi è finanziato direttamente dal sacrificio delle comunità indigene degli sfruttati. Che grosso risparmio per i moderni schiavisti. Questa umanità dannata giunta forzatamente a destinazione è poi libera di muoversi nel territorio dove sono emigrati e di contrattare sul mercato la propria forza lavoro liberamente? Possono una volta terminato il tempo della semina ed il tempo della raccolta lasciare la moderna piantagione? No, non hanno la possibilità di farlo e non serve la catena al collo per inchiodarli alla loro condizione di super sfruttamento. La maggior parte di loro rimane nella piantagione capitalista continuando a vivere nelle baracche di prossimità ai campi agricoli al limite delle condizioni di sopravvivenza, come avveniva nelle piantagioni degli stati del sud degli Stati Uniti d’America e nelle ex colonie. La sottomissione al regime di schiavitù è realizzato attraverso una nuova forma istituzionale del diritto e del controllo che non cambia la sostanza della struttura economica e delle relazioni sociali e dei rapporti capitalistici: il bracciante immigrato non possiede un permesso di soggiorno, un documento per cui è garantita la libertà di circolazione e dunque la possibilità di elevarsi come lavoratore salariato che possa avvalersi della contrattazione del suo salario sul mercato. Se lascia la moderna piantagione è di fatto il fuggiasco del XVIII e del XIX secolo degli Stati Uniti braccato dagli sceriffi. Egli è un clandestino fuggitivo braccato dal moderno regime di polizia e poi sottoposto ai luoghi di contenzione chiamati CPR o negli ICE camps (Immigration and Customs Enforcement). Ammassati in barconi la nave dei migranti rimane per settimane ancorata al largo dalla costa, non vi sono catene alle caviglie ed ai polsi ma l’imbarcazione è circondata da un cordone navale militare. Questi meccanismi al pari della frusta e della contenzione con la catena al collo ed a regimi prolungati di pane ed acqua, sono la moderna tecnica di proprietà e di controllo alla produzione schiavistica imposta ai nuovi schiavi. Il regime poliziesco di controllo e contenzione sui corpi sono da monito all’immigrato qualora volesse tentare la via della fortuna migliore abbandonando il regime della schiavitù e fuggire dalla moderna piantagione delle imprese agricole capitalisticamente avanzate. Le navi di contenzione ed i CPR realizzano poi nei confronti del fuggitivo catturato la rieducazione al disciplinamento sociale coatta a forza di psicofarmaci, violenza fisica e psicologica (dolorosi quanto la frusta di un tempo). Qualora il fuggitivo nonostante tutto ancora non si piegasse alla disciplina della schiavitù, allora scatta la catena in acciaio vecchio stile e infine la morte, come è recentemente accaduto al giovane tunisino Abdel Latif prima rinchiuso nel CPR di Ponte Galeria, poi trasferito al reparto di psichiatria del San Camillo Forlanini, dove è stato tenuto legato per oltre tre giorni al letto di contenimento e poi trovato morto.

L’immigrato, caratterizzato dalla sociologia moderna con il sostantivo di migrante, lo è tale solo nella ripetizione del circolo immigrazione – regime schiavista – espulsione – immigrazione da un paese all’altro o nello stesso paese di destinazione.

Questo dovrebbe essere abbastanza per dimostrare l’errore di analisi del modo di produzione capitalistico (dove sicuramente la forma del lavoro salariato è la più diffusa) che soppianterebbe la schiavitù. Il lavoro sotto il regime schiavistico non rimane solamente qua e là sporadicamente, ma esso si è allargato alla scala di massa globale ancor più di prima nella sua sostanza economica e di relazioni dei rapporti di capitale, perché è il capitalismo stesso che si fonda – funzionalizzandola – sulla schiavitù. Se questo è vero, allora è vero il monito di Marx al movimento operaio americano del 1867 ed al movimento operaio internazionale tutto, cui la questione della schiavitù e del razzismo se non affrontata dal movimento dei lavoratori esso sarà nullo politicamente a dispetto delle sue organizzazioni.

La recensione di Moiso al lavoro editoriale curato dai compagni di Calusca e radiocane.info si presta a questo scivolamento – suo malgrado – intorno agli assiomi errati alla base dell’interpretazione storica del Marx-pensiero sopra menzionata a cominciare dal suo titolo: Classe Universale o Identitarismo nazionalistico?

A partire dalla giusta constatazione che la George Floyd Rebellion, sotto l’attacco concentrico della repressione dello stato (cui non si è piegata per il coraggio unitario dei proletari di colore, cui si sono aggiunti come mai prima nella storia proletari bianchi, latini e perfino di origine asiatica), delle forze sociali suprematiste armate della middle class (secondo l’accezione condivisibile che il concetto di middle class rappresenta anche una porzione dei lavoratori inseriti nell’American dream delle suburb bianche e ora più colorate) e della contro insorgenza del grande capitale liberal attraverso i settori della black middle class (come riportato dai molteplici scritti facenti parte della raccolta, così come altri tradotti da Vitalista.in e da Noi non abbiamo patria – da Idris Robinson, Shemon & Arturo, della giovane nera californiana Kandist Mallet ed altri contributi più o meno anonimi apparsi su Ill Will, CrimeThinc, The Brooklyn Rail, It’s Going Down, ecc.), si sia poi apparentemente e temporaneamente risolta verso la riforma e non la rivoluzione, il compagno Moiso rischia di finire in una riedizione duale dei due termini del rapporto tra lotta di classe universale per il comunismo e lotta abolizionista ed antirazzista identitaria. In sostanza da una giusta premessa, tirandone il bilancio dell’esperienza si finisce nuovamente nella riaffermazione del riduzionismo classista della questione dell’oppressione di razza.

Mentre i riferimenti che egli fa a Bordiga e ad un primo Camatte (includente quello di Invariance) nella sua recensione tendono contro questo riduzionismo mettendo in risalto la radicalità della lotta dei neri in generale, il riferimento successivo a Mattick Jr. e al suo articolo Happy Days (apparso sul the Brooklyn Rail l’8 Novembre 2020 a commento analitico sull’esito elettorale delle presidenziali USA) concludono nell’intento opposto. In sostanza, cosa potremmo concludere dall’analisi elettorale e non incentrata sul conflitto di Paul Mattick Jr.?

Che il tutto ruota intorno alla lotta della classe operaia bianca e a come essa si posiziona, che la lotta dei neri quando identitaria non può che essere conservativa e nel solco della riforma ed alla coda dei ceti medi borghesi neri in cerca di maggior integrazione o a difesa delle posizioni conquistate. In sostanza, la lotta di classe sarebbe altra cosa da quanto prodotto dalla ribellione per l’uccisione di George Floyd, tant’è che “…la forte risposta ha prodotto poco più che una maggiore rappresentazione dei neri nella pubblicità, le persone si sono comprensibilmente stanche delle lotte quotidiane contro le forze dell’ordine e molti speravano che un politico o due avrebbero fatto qualcosa di significativo per noi..” (Paul Mattick – Happy Days – 8 novembre 2020 sul the Brooklyn Rail). Insomma a seguire il giovane Mattick poca roba.

E’ un modo davvero “originale” riconoscere il valore dell’esperienza di questa sollevazione antirazzista del proletariato meticcio riconfermando teoricamente esservi nella prassi questa antitesi tra lotta di classe e lotta antirazzista e che quest’ultima non può far altro che far ingrassare la borghesia nera. La differenza, però, tra lotta di classe e lotta antirazzista esiste veramente, ma essa stessa è la determinazione materiale nelle teste e nei corpi dei lavoratori bianchi e nella loro soggezione e protezione del loro privilegio bianco capitalista sui neri.

La tesi che risulta profondamente è errata riguarda poi che la lotta unitaria della classe operaia, attraverso la sua azione pratica, annullerebbe gli elementi di divisione razziale tra operaio nero e lavoratore bianco. Secondo questa interpretazione l’accumulazione capitalistica non fa distinzione tra plusvalore estorto al bianco con quello estorto dal nero, e siccome è il proletario nero che è più sollecitato a lottare in maniera radicale contro lo sfruttamento, il comunista del Marx-pensiero (mal) interpretato insiste nel voler indicare al lavoratore nero di dover abbandonare la sua lotta abolizionista ed identitaria che solo lo può solo portare alla coda della borghesia nera. Ma quando il comunista rivoluzionario farà altrettanto con la medesima caparbietà nei confronti del lavoratore bianco rispetto al suo suprematismo ed alla sua bianchezza circa le sue questioni di vita immediate?

Nel mentre a questa domanda la sinistra rivoluzionaria e comunista fallisce continuamente a dare una risposta, in molti usano a modo retorico che i vari Fred Hampton e le esperienze del Black Panther Party lo avessero capito cercando di dismettere i panni identitari ed assumere quelli proletari tout court secondo il dogma che “il lavoratore nero deve rivolgersi verso gli operai bianchi”. Solo che loro erano neri!

E si continua a non vedere che nella George Floyd Rebellion la molla che ha fatto scattare i proletari bianchi non solo è stato il prodotto della crisi capitalistica che sta facendo scricchiolare le basi materiali della loro bianchezza, ma appunto la radicale risposta identitaria contro il razzismo sistemico della polizia (cosa che nella sostanza travalica nelle teste dei proletari protagonisti nei riot sorpassando tutte le questioni di leadership e avanguardie, di partito formale e programma, di riforma e sovrastruttura) ad agire come un potente magnete.

Noel Ignatin (Ignatiev) già negli anni ‘70 ragionava e cercava di far ragionare sulla completa fallacia della declinazione leninista del “che fare?”, di un partito che promuove una lotta sul piano generale sindacale e politico dei lavoratori sperando che la difesa dell’interesse comune di classe faccia scomparire ogni distinzione sul colore risolvendo la questione della divisione tra proletario nero e proletario bianco ed il razzismo dei bianchi. Perché la lotta dei neri contro “l’ingiustizia razzista” mette appunto alla prova il privilegio del lavoratore bianco ed all’immediato confligge praticamente con la strategia consolidata fondata sull’unità della classe: ed qui che “sorgono i problemi”.

Qui di seguito riporto alcuni stralci dal suo famoso Portland’s speech Operaio nero, operaio bianco” ed in fondo la traduzione integrale di Noi non abbiamo patria di questo testo, che è considerato una sorta di manifesto del “traditore della razza bianca” (come ci spiega Ferruccio Gambino nel suo articolo a commemorazione dell’amico Noel “Alle orgini del tradimento della razza bianca”) da parte delle correnti più radicali della black revolution, black liberation e parte della tradizione del black marxism passati e contemporanei.

“…Un approccio comune al problema posto sopra è quello del radicale bianco che entra in un negozio che ha un tipico schema di discriminazione nei confronti dei lavoratori neri. Invece di affrontare direttamente questo problema e tentare di costruire una lotta per l’uguaglianza, cerca qualche problema, come l’accelerazione, che in un modo o nell’altro colpisce tutti i lavoratori. Vuole sviluppare una lotta intorno a questo problema, per coinvolgere tutti i lavoratori nella lotta. Spera che nel corso della lotta i lavoratori bianchi, attraverso il contatto con i neri, perdano i loro atteggiamenti di superiorità razziale. Questo è l’approccio al problema dell’unificazione della classe operaia che prevale oggi all’interno del movimento radicale.

Non credo funzioni. La storia mostra che non funziona. Il risultato di questa sorta di falsa unità lascia sempre il lavoratore nero ancora sul fondo. Sembra sempre essere la rivendicazione dell’uguaglianza razziale, l’ultima della lista, che viene sacrificata per raggiungere un accordo e celebrare la “grande vittoria” della lotta.

I sindacati odierni sono, in larga misura, il prodotto finale di questo tipo di approccio. È bianco e nero insieme sul picchetto, e dopo che lo sciopero è finito, i lavoratori bianchi tornano ai mestieri specializzati, ai reparti di lavorazione e alle aree di assemblaggio più pulite, e i lavoratori neri tornano alla banda di lavoro e al focolare aperto. Ogni “vittoria” di questo tipo alimenta il veleno del razzismo e allontana ulteriormente l’unità reale della classe operaia che deve essere stabilita se si vogliono compiere progressi significativi.

Non c’è modo di superare le divisioni nazionali e razziali all’interno della classe operaia se non affrontandole direttamente. Il problema della supremazia bianca deve essere combattuto apertamente all’interno della classe operaia...

Il primo punto è che, per gli strateghi rivoluzionari, il problema chiave non è il razzismo della classe capitalista, ma il razzismo del lavoratore bianco. (Dopo tutto, il razzismo del padrone è naturale per lui perché serve i suoi interessi di classe.) È il sostegno dei lavoratori bianchi alle politiche razziali dei datori di lavoro che rappresenta il principale ostacolo a tutto il progresso sociale in questo paese, inclusa la rivoluzione...”

Qui in un paese che non comprende una cittadinanza multi-etnica, ma vede una presenza decisiva di lavoratori immigrati che si organizzano in sindacato anche auto organizzato e conflittuale, la cosa che alcuni sindacati di base siano in maggioranza immigrati non fa differenza. Quel sindacato rimane essenzialmente bianco nei confronti degli immigrati che subiscono “l’ingiustizia del permesso di soggiorno”, mentre non è sufficientemente bianco verso i lavoratori autoctoni di altre categorie. Il sindacato a prevalenza immigrato continuerà ad inseguire il lavoratore bianco mettendo sullo sfondo e all’ultimo punto l’ingiustizia nei confronti degli immigrati, dei lavoratori immigrati senza alcuna garanzia e soprattutto a non mettere al centro della battaglia sindacale la lotta contro il regime sociale di schiavitù cui la gran parte è sottomessa. All’inseguimento di strategie unitarie verso i lavoratori bianchi si cade in quelle esche avvelenate continuamente di cui parla Ignatin, alimentate dalla divisione reale che i rapporti capitalistici determinano tra i lavoratori, ma anche tra quelli immigrati, tra coloro che hanno un permesso di soggiorno al riparo della propria integrazione sindacale e quelli che se lo devono inventare ogni giorno attraverso espedienti o lavorano come operai impiegati nel lavoro forzato o sotto la nuova forma del regime di schiavitù delle campagne o in altre branche della produzione di beni e servizi, e non come regolari salariati. Quando poi sono sbattuti sul mercato delle braccia in nuove branche della produzione (scappati come fuggiaschi dalle piantagioni dell’agrobusiness) dove ci sono lavoratori combattivi ed organizzati, essi vengono visti con sospetto dai meglio garantiti come possibili crumiri e talvolta dagli stessi operai immigrati.

Il sindacalismo conflittuale di classe non ricucirà la distanza del lavoratore nero verso il lavoratore bianco, se il lavoratore nero che anima l’organizzazione dei lavoratori rinuncia al suo carattere identitario e a mettere al centro il sistema dell’ingiustizia razzista del capitalismo. Senza questa riconnessione il proletariato in generale ribatterà la testa rimanendo sotto il dominio capitalistico. Inoltre, nonostante un gruppo di lavoratori neri che si organizzano in un sindacato radicale – come negli esempi concreti riportati da Ignatin circa gli Electric Workers Union – voglia sforzarsi di limare i suoi caratteri identitari per guadagnarsi la solidarietà di più ampi strati di lavoratori bianchi, esso agli occhi del lavoratore bianco rimarrà sempre un sindacato fin troppo nero e le energie combattive dei colorati finiscono inevitabilmente disperse in un vuoto sindacalismo concertativo.

Continua Ignatin:

“…Ora devo collegare insieme le due linee di argomentazione che ho seguito finora e porre la domanda: dove si colloca la lotta dei neri in tutto questo? Nota: per lotta nera intendo il movimento nero autonomo…

In terzo luogo, il movimento autonomo dei neri pone una sfida costante ai lavoratori bianchi a, nelle parole di CLR James, “fare i passi che consentiranno ai lavoratori di adempiere al loro destino storico di costruire una società libera dal dominio di una classe o di una razza piuttosto che di un’altra.

Il movimento nero pone una sfida, non solo ai lavoratori bianchi in generale, ma a quegli intellettuali bianchi, lavoratori o meno, che si considerano in un certo senso radicali o rivoluzionari. Questa è una sfida che, in passato, generalmente non sono state all’altezza. Anche questa sfida non è limitata alla storia; emerge continuamente, in modi nuovi come in quelli vecchi….

La risposta è che il sistema dei privilegi della pelle bianca, sebbene sia innegabilmente reale, non è nell’interesse dei lavoratori bianchi come parte di una classe che mira a trasformare la società alle sue radici. L’accettazione di uno status privilegiato da parte dei lavoratori bianchi li vincola alla schiavitù salariata, li rende subordinati alla classe capitalista. Il ripudio, cioè il rifiuto attivo, attraverso la lotta, di questo status privilegiato è il presupposto per la partecipazione dei lavoratori bianchi alla lotta dei lavoratori come classe sociale distinta. Una metafora che è stata usata in passato, e che trovo ancora appropriata, è che i privilegi della pelle bianca sono un’esca avvelenata, un verme con un gancio dentro. Essere disposti a saltare fuori dall’acqua per esercitare gli sforzi più decisi e violenti per liberare l’amo e il verme è l’unico modo per evitare di atterrare sulla tavola...“

Quindi indicando l’identitarismo dei neri come un problema per l’unità della classe (perché esso non demarcherebbe i neri tra proletari e borghesi), di fatto si cede ideologicamente alla diserzione dalla lotta dei lavoratori bianchi contro il proprio privilegio bianco che il modo di produzione capitalistico determina.

Ma sarà proprio, al contrario, la forza radicale di un potente movimento – che non può non essere anche identitario – dei neri a fungere da calamita per il proletariato bianco come la George Floyd Rebellion ha dimostrato. Chi in maniera testarda cerca di aggrapparsi alla fune del leninismo e del “che fare?” è come il naufrago che tenta di afferrare un salvagente alla deriva e in un mare in tempesta, ma il salvagente è bucato.

Ignatin insiste:

“…Oggi il movimento Black rappresenta un’alternativa al modo di vivere dominante nel nostro Paese, così come il CIO rappresentava un’alternativa al vecchio modo di vivere in fabbrica. Le relazioni che i neri, in particolare i lavoratori neri, hanno stabilito tra di loro, e la cultura che è emersa dalla loro lotta, rappresentano un modello per una nuova società. Il movimento del Nero esercita una potente attrazione su tutti coloro che ne entrano in contatto…

L’aumento della militanza operaia generale, osservato da tutti negli ultimi anni, è direttamente riconducibile all’influenza dei lavoratori neri, che sono generalmente riconosciuti da tutti, compresi i lavoratori bianchi, come il gruppo di lavoratori più militante e combattivo quando si tratta di confrontarsi con l’azienda. I lavoratori neri stanno attingendo all’esperienza che hanno acquisito nella loro lotta per la libertà nazionale e stanno iniziando a trasmettere le lezioni di quella lotta ai lavoratori bianchi con cui entrano in contatto…. 

A partire dal 1955 con il boicottaggio degli autobus di Montgomery, quando un’intera città organizzò il proprio sistema di trasporto, nonché il dibattito pubblico e il processo decisionale attraverso la partecipazione diretta di migliaia di persone, il movimento nero ha creato un nuovo concetto di cittadinanza e comunità. Continuando attraverso i sitin, le cavalcate per la libertà, le marce di massa e le ribellioni urbane, il movimento nero ha dato un nuovo significato alla politica e ha aiutato il popolo americano in generale a riscoprire la propria tradizione di auto organizzazione e rivolta. Molti esempi di questo fenomeno potrebbero essere citati dall’unica comunità di questo Paese i cui membri si salutano come fratello e sorella. Ma il punto è fatto: nonostante tutti gli ostacoli posti sul suo cammino, il movimento nero, espresso nei modelli di vita derivanti dalla lotta, rappresenta un potente polo magnetico per un vasto numero di lavoratori che cercano una via d’uscita dal caos che è la vita moderna...

Tutti nel movimento si oppongono al razzismo, tutti recitano la litania che il razzismo è la più grande barriera all’unità di classe. Ogni gruppo fa propaganda contro il razzismo e si sforza sinceramente di conquistare i lavoratori alla lotta contro di esso…

Ma che dire di quei casi in cui la lotta dei lavoratori neri e dei neri contro la discriminazione razziale sembra entrare in conflitto con il desiderio di unificare il maggior numero possibile di lavoratori dietro quelle che vengono chiamate “rivendicazioni di classe generale”?

Ad esempio, come a volte accade, quando l’aggressività dei lavoratori neri nel perseguire la loro lotta per l’uguaglianza tende ad alienare i lavoratori bianchi che potrebbero essere disposti a unirsi a loro in sforzi comuni per ottenere una riforma di beneficio immediato e diretto per entrambi i gruppi? Poi iniziano i guai. E dobbiamo ammettere che alcuni gruppi di sinistra, specialmente quelli dominati dai bianchi, sono fin troppo disposti a mettere da parte le richieste speciali della lotta dei neri…”

Nell’intero discorso Noel fa esempi concreti e precisi di come i gruppi rivoluzionari che si rapportano alla lotta dei lavoratori neri conducono gli stessi a disperdere le energie verso il lavoratore bianco in quelle questioni unificanti, dove, in cerca del massimo comune denominatore la questione identitaria, del razzismo (o del permesso di soggiorno) rimane sullo sfondo o scompare del tutto, e con essa la lotta contro la nuova schiavitù.

In questo senso lo scritto operaio nero, operaio bianco è un condensato teorico dell’esperienza pratica circa la necessità di critica dell’esca avvelenata insista nel rapporto reale e materiale tra lavoratore bianco ed il suo privilegio e lavoratore nero cui è il primo ad esserne inchiodato e la cui conseguenza generale è la nullità politica della sua lotta e di quella del proletariato meticcio generale nel suo complesso. In sostanza la contraddizione negativa secondo la sintesi Classe Universale o movimento identitario nazionalistico andrebbe riformulata in Classe Universale o suprematismo del lavoratore bianco ponendo bene in evidenza la lotta aperta contro il razzismo operaio come elemento capitalistico, lotta necessaria cui il movimento storico radicale ed indipendente dei neri e dei lavoratori neri, può essere capace – a certe condizioni – ad inserirsi come leva magnetica nello scricchiolio della bianchezza del lavoratore bianco.

Lasciando da parte la critica che volgarmente si potrebbe rivolgere nei confronti di questo schietto e notevole contributo di Noel Ignatin, di riedizione di un certo soggettivismo della centralità del proletariato nero rispetto a quello bianco, il testo riportato qui in fondo offre più di una riflessione sul passato recente, che possiamo verificare con mano nell’oggi contemporaneo fino al sindacalismo alternativo e conflittuale di classe, che conferma quanto Marx ed Engels dissero di aver sbagliato completamente sull’Irlanda, sul proletariato Irlandese e sul fatto che la classe operaia inglese non avrebbe fatto nulla e sarebbe rimasta alla coda della borghesia liberale nonostante le sue organizzazioni (anche internazionali): dall’Irlanda bisognerebbe fare leva!

Così è ancora oggi circa la questione della lotta identitaria degli sfruttati neri e dei lavoratori neri, degli immigrati e dei lavoratori immigrati, non pone una scelta contrapposta tra il terreno della lotta “unificante di classe” e la lotta antirazzista, identitaria, ecc. Il movimento operaio storico che si è posto a questa stregua optando per la prima inevitabilmente (per forza capitale) è andato dritto al naufragio (e lo ripete ancora oggi nei suoi tentativi di riaffermazione), invece di far emergere la necessità rivoluzionaria dell’alternativa tra capitalismo e comunismo.

Noel non nasconde che la strada che lui propone sia davvero più lunga e difficoltosa.

Fortunatamente, la primavera ed estate 2020 ce lo ha dimostrato che è possibile. Sullo sfondo c’è lo sceneggiatore principale ed il fattore agente primario (al di là di ogni sforzo o volontà avanguardistica e di programma) che è il corso della crisi capitalistica a determinare quelle premesse dello scricchiolio del suprematismo bianco del lavoratore bianco, seppur in un modo complesso e tortuoso dove attorno al moto identitario nero un numero crescente di giovani bianchi ha preso lo stesso coraggio dei tanti Jamil o Keyla neri. Le tessere del puzzle disordinatamente stanno cadendo sul tavolo. La precipitazione potente è questa nuova ed inedita insorgenza nera senza leadership all’infuori dell’insorgenza stessa che sorpasserà la pochezza dei rivoluzionari del momento dato. Come dicono nelle strade degli States i ribelli di classi, abolizionisti ed identitari del nuovo mostro proletario in divenire Be Water!


Black Worker, white worker – Noel Ignatin (Ignatiev), 1972 (testo completo in italiano)

In un reparto di una gigantesca acciaieria nel nord-ovest dell’Indiana, un caposquadra ha assegnato a un lavoratore bianco il compito di far funzionare una gru. Gli operai neri del dipartimento ritenevano che, sulla base dell’anzianità e dell’esperienza lavorativa, a uno di loro avrebbe dovuto essere assegnato il lavoro, che rappresentava una promozione dalla banda sindacale. Passarono alcune ore al mattino a parlare tra di loro e convennero di avere un manzo legittimo. Poi sono andati a parlare con i lavoratori bianchi del dipartimento e hanno ottenuto il loro sostegno. Dopo pranzo gli altri gruisti hanno montato le loro gru e hanno proceduto a bloccare la gru del neopromosso lavoratore – una gru su ciascun lato della sua – e correre alla velocità più bassa possibile, interrompendo così il lavoro nel reparto. Alla fine della giornata il caposquadra aveva ricevuto il messaggio.

Poche settimane dopo l’incidente di cui sopra, molti dei lavoratori bianchi che si erano uniti agli operatori neri nel rallentamento hanno preso parte a riunioni a Glen Park, una sezione praticamente tutta bianca di Gary, con l’obiettivo di separarsi dalla città al fine di fuga dall’amministrazione del sindaco nero, Richard Hatcher. Mentre i secessionisti chiedevano, nelle loro parole, “il potere di prendere le decisioni che influiscono sulla loro vita”, era chiaro che lo sforzo era di ispirazione razziale.

In un grande impianto di produzione di attrezzature agricole a Chicago, un operaio nero veniva provato per un lavoro di riparazione su una catena di montaggio. Il caposquadra aveva molestato l’uomo, cercando di squalificarlo durante il periodo di prova di tre giorni. Dopo due giorni di questo, la maggior parte dei lavoratori in linea, neri e bianchi, hanno lasciato il lavoro chiedendo che l’uomo fosse accettato per il lavoro. L’azienda ha fatto marcia indietro e i lavori sono ripresi.

Più tardi, alcuni degli stessi lavoratori bianchi hanno preso parte a manifestazioni razziste in un liceo di Chicago. Le manifestazioni sono state indette contro il “sovraffollamento” nel tentativo di tenere fuori diverse centinaia di studenti neri che erano stati trasferiti alla scuola a causa della riorganizzazione.

GUERRA CIVILE

Gli aneddoti precedenti indicano alcune delle complessità e contraddizioni che operano nella vita e nella mente dei lavoratori bianchi in questo paese: da un lato, le manifestazioni di cooperazione democratica e relazioni fraterne con i lavoratori neri, e, dall’altro, , esempi di arretratezza ed egoismo sconvenienti per i membri di una classe sociale che spera di ricostruire la società a sua immagine. Quella che sta avvenendo è una “guerra civile” nella mente del lavoratore bianco. Nella comunità, nel lavoro, in ogni ambito della vita, si trova di fronte a una scelta tra due modi di guardare il mondo, due modi di condurre la sua vita. Un modo rappresenta la solidarietà con il lavoratore nero e le forze progressiste della società. L’altra via rappresenta l’alleanza con le forze dello sfruttamento e della repressione.

Vorrei parlare un po’ di questa “guerra civile” ed esaminare cosa significa per lo sviluppo della strategia rivoluzionaria.

Per comprendere il comportamento contraddittorio, spesso sconcertante, delle persone, in particolare dei bianchi, in questo paese, dobbiamo porci due domande. La prima domanda è: da cosa dipende il dominio capitalista?

Ci sono gruppi, gruppi radicali, che sembrano operare sulla premessa che il dominio capitalista dipenda dal monopolio delle armi e dei carri armati detenuti dalla classe operaia e dalla sua capacità di usarli quando vuole contro la maggioranza sfruttata. Questo punto di vista spiega perché alcuni gruppi hanno fatto sforzi così grandi nella costruzione di alleanze con tutti i tipi di liberali per preservare le forme di governo costituzionali. Sperano, attraverso queste alleanze, di limitare la capacità della classe dirigente di usare la forza contro il popolo.

Non condivido questa visione del segreto del dominio capitalista. Non sono d’accordo che il potere capitalista si basi, al momento, principalmente su pistole e carri armati. Si basa sul sostegno della maggioranza delle persone. Questo supporto è solitamente passivo, a volte attivo, ma comunque efficace.

CONCORRENZA TRA I PERCORSI SALARIATI

Io sostengo che l’elemento chiave nell’accettazione popolare del dominio capitalista è l’ideologia e l’istituzione della supremazia bianca, che fornisce l’illusione di interessi comuni tra le masse bianche sfruttate e la classe dirigente bianca.

Karl Marx ha scritto che la schiavitù salariale si basa esclusivamente sulla concorrenza tra i salariati. Intendeva dire che l’esistenza della competizione tra la classe operaia è responsabile del continuo dominio della classe lavoratrice e dell’incapacità dei lavoratori di rovesciarla e stabilire il proprio dominio.

Perché le persone competono? Competono per andare avanti. Bisogna ammettere il fatto che, da un certo punto di vista, in questa società è possibile “andare avanti”. Anni e anni di lealtà e devozione indiscussa all’azienda, in una certa percentuale di casi, si tradurranno in un avanzamento per il dipendente: avanzamento a una posizione di caposquadra, caposquadra, lavoro morbido, lavoro ad alto bonus, ecc. I lavoratori hanno vari termini poco lusinghieri per descrivere questo tipo di comportamento. Eppure un gran numero di loro vive la propria vita in questo modo, e per una certa parte di questi “ripaga”.

A causa dello sviluppo peculiare dell’America e della natura della politica capitalista in questo paese, si aggiunge un elemento speciale alla concorrenza generale che esiste tra tutti i lavoratori. Quell’elemento speciale è il colore, che pone la competizione su una base speciale, che eleva il colore a un posto speciale nella competizione tra i lavoratori.

Tutti i lavoratori competono; questa è una legge del capitalismo. Ma i lavoratori in bianco e nero competono con un vantaggio speciale dalla parte del bianco. Questo è il risultato dello sviluppo peculiare dell’America e non è inerente alle leggi sociali oggettive del sistema capitalista.

Allo stesso modo in cui alcuni singoli lavoratori ottengono un avanzamento sul lavoro ingraziandosi il datore di lavoro, i lavoratori bianchi come gruppo hanno conquistato una posizione di favore per se stessi schierandosi con la classe occupante contro i non bianchi. Questo status privilegiato assume varie forme, tra cui il monopolio dei lavori qualificati e dell’istruzione superiore, alloggi migliori a un costo inferiore rispetto a quelli disponibili per i non bianchi, meno vessazioni della polizia, un cuscino contro gli effetti più gravi della disoccupazione, migliori condizioni di salute, nonché alcuni vantaggi sociali.

Stiamo cercando di spiegare perché le persone agiscono come fanno, e in particolare perché i lavoratori bianchi si comportano come loro. I lavoratori bianchi non sono stupidi. Non agiscono in modo razzista semplicemente per cieco pregiudizio. Ci sono cause molto più sostanziali – il sistema dei privilegi della pelle bianca – che li portano a comportarsi in modo egoistico ed escludente.

Un operaio Black Steel mi ha raccontato che una volta, mentre lavorava come aiutante alle banchine di scarico, decise di fare un’offerta per un lavoro di operatore che era aperto. Tutti gli operatori erano bianchi. Aveva già lavorato con loro in qualità di aiutante. Erano stati amici, avevano mangiato insieme e chiacchierato di tutte le cose di cui parlano gli operai. Quando fece un’offerta per il lavoro dell’operatore, divenne compito degli altri operatori di irromperlo. Fu assegnato al lavoro, e mandato a lavorare con loro sull’attrezzatura, e gli furono dati trenta giorni per imparare il lavoro. Gli fu subito chiaro che gli altri lavoratori non avevano intenzione di permettergli di ottenere quel lavoro. Hanno azionato l’attrezzatura in modo tale da impedirgli di imparare come. I lavoratori sono molto abili in questo genere di cose.

Dopo due settimane, uno dei lavoratori bianchi andò da lui e gli disse: “Ascolta, so cosa sta succedendo qui. Lavori con me lunedì e ti faccio entrare”. La persona che mi ha raccontato questa storia era d’accordo: almeno c’era un lavoratore bianco decente nel gruppo. Il venerdì pomeriggio arrivò e l’operaio bianco gli si avvicinò. Con un certo imbarazzo, ha ammesso di aver dovuto rinunciare alla sua offerta. “È già abbastanza brutto quando tutti i ragazzi mi chiamano un… amante, ma quando mia moglie smette di parlarmi, beh, non riesco proprio a farcela.”

L’uomo che mi ha raccontato quella storia non è mai riuscito a ottenere quel lavoro.

Cosa ha spinto quei lavoratori bianchi ad agire in quel modo? Erano disposti a essere “amici” sul posto di lavoro, ma solo a condizione che l’operaio nero rimanesse al “suo posto”. Non volevano che “presumesse” una posizione di uguaglianza sociale se e quando si fossero incontrati “all’esterno”. E non volevano che presumesse di condividere i lavori migliori sul posto di lavoro. Quei lavoratori bianchi capirono che mantenersi al “loro posto” nello schema aziendale delle cose dipendeva dall’aiutare a mantenere il lavoratore nero al “suo posto”.

Avevano osservato che ogni volta che i neri costringono la classe dirigente, in tutto o in parte, a fare concessioni all’uguaglianza razziale, la classe dirigente risponde per farne un’uguaglianza a un livello di condizioni peggiore di quello di cui godevano i bianchi prima della concessioni. I lavoratori bianchi sono così condizionati a credere che ogni passo verso l’uguaglianza razziale significhi necessariamente un peggioramento delle proprie condizioni. Il loro bonus è tagliato. I tassi di produzione aumentano. La loro assicurazione è più difficile da ottenere e più costosa. La loro spazzatura viene raccolta meno spesso. Le scuole dei loro figli si deteriorano.

Ecco come funziona il sistema di privilegi della pelle bianca. Se un piccolo numero di lavoratori bianchi riesce a vedere attraverso la cortina fumogena e si unisce alla lotta insieme ai lavoratori neri, la classe dirigente risponde con tangenti, lusinghe, minacce, violenze e pressioni moltiplicate per mille volte per respingere i bianchi pensanti nel “club” dei suprematisti bianchi. E lo scopo di tutto questo è impedire ai lavoratori bianchi di apprendere l’esempio nero, impedire loro di apprendere che se i neri possono imporre concessioni al padrone attraverso la lotta, quanto di più potrebbe essere ottenuto se i lavoratori bianchi entrassero nella lotta? contro il padrone invece che contro i lavoratori neri.

Un approccio comune al problema posto sopra è quello del radicale bianco che entra in uno stabilimento che ha un tipico schema di discriminazione nei confronti dei lavoratori neri. Invece di affrontare direttamente questo problema e tentare di costruire una lotta per l’uguaglianza, cerca qualche problema, come l’accelerazione, che in un modo o nell’altro colpisce tutti i lavoratori. Vuole sviluppare una lotta intorno a questo problema, per coinvolgere tutti i lavoratori nella lotta. Spera che nel corso della lotta i lavoratori bianchi, attraverso il contatto con i neri, perdano i loro atteggiamenti di superiorità razziale. Questo è l’approccio al problema dell’unificazione della classe operaia che prevale oggi all’interno del movimento radicale.

Non credo funzioni. La storia mostra che non funziona. Il risultato di questa sorta di falsa unità lascia sempre il lavoratore nero ancora sul fondo. Sembra sempre essere la rivendicazione dell’uguaglianza razziale, l’ultima della lista, che viene sacrificata per raggiungere un accordo e celebrare la “grande vittoria” della lotta.

I sindacati odierni sono, in larga misura, il prodotto finale di questo tipo di approccio. È bianco e nero insieme sul picchetto, e dopo che lo sciopero è finito i lavoratori bianchi tornano ai mestieri specializzati, ai reparti di lavorazione e alle aree di assemblaggio più pulite, e i lavoratori neri tornano alla banda di lavoro e al focolare aperto. Ogni “vittoria” di questo tipo alimenta il veleno del razzismo e allontana ulteriormente l’unità reale della classe operaia che deve essere stabilita se si vogliono compiere progressi significativi.

Non c’è modo di superare le divisioni nazionali e razziali all’interno della classe operaia se non affrontandole direttamente. Il problema della supremazia bianca deve essere combattuto apertamente all’interno della classe operaia.

ABBRACCIA LE CATENE DI UNA VERA MISERIA

Più di ottant’anni fa, Tom Watson, il leader della protesta agraria della Georgia, scrisse le seguenti parole, piene di profondo significato:

Potresti chiedere a un inquilino bianco del sud di ascoltarti su questioni di finanza, tassazione e trasporto; potresti dimostrare con precisione matematica che qui trova la sua via dalla povertà alla comodità; potresti averlo “quasi persuaso” alla verità, ma se il mercante che forniva le sue forniture agricole (a un’usura tremenda) o il politico cittadino (che non gli parlava mai se non in occasione delle elezioni) arrivavano e gridavano “dominio dei negri”, crollerebbe tutto il tessuto della ragione e del buon senso che tu pazientemente avevi costruito, e il povero inquilino stringerebbe gioiosamente le catene di una vera miseria piuttosto che sperimentare su una questione di mero sentimento. . . l’argomento contro il movimento indipendente nel sud può essere riassunto in una parola: negro.

Queste parole sono vere oggi come quando furono scritte per la prima volta. Si applicano con uguale forza ai lavoratori così come agli agricoltori, e la loro verità non è limitata al sud. Ted Allen ha affermato che la supremazia bianca è la chiave di volta del potere della classe dominante e il privilegio della pelle bianca è il mortaio che lo tiene in piedi.

Ci sono due punti in quanto ho detto finora che sono distintivi e che desidero sottolineare.

Il primo punto è che, per gli strateghi rivoluzionari, il problema chiave non è il razzismo della classe capitalista, ma il razzismo del lavoratore bianco. (Dopo tutto, il razzismo del padrone è naturale per lui perché serve i suoi interessi di classe.) È il sostegno dei lavoratori bianchi alle politiche razziali dei datori di lavoro che rappresenta il principale ostacolo a tutto il progresso sociale in questo paese, inclusa la rivoluzione.

Il secondo punto è che questo sostegno ha la sua base in condizioni reali di vita. Non si tratta semplicemente di ignoranza e pregiudizio, da superare con esortazioni e appelli alla ragione.

La seconda domanda che desidero sollevare è: da dove viene il socialismo?

IMPORRE ORDINE AL CAOS

Nelle loro attività quotidiane, i lavoratori esprimono la spinta a riorganizzare la società in modo da diventare i padroni della produzione invece che i servitori della produzione – il significato essenziale del socialismo. Vorrei citare alcuni esempi di questo sforzo dei lavoratori.

Una delle caratteristiche della produzione dell’acciaio è che deve essere continua: fermare i forni è un’operazione costosa e che richiede tempo. (Ho sentito dire che una volta in Colorado intorno al 1912 gli IWW scioperarono contro un’acciaieria e, invece di mettere in banca le fornaci, semplicemente abbandonarono il lavoro. Secondo la storia, quella fornace si trova oggi, oltre sessant’anni dopo, con un solido blocco di ferro al suo interno, inutilizzabile).

L’acciaio è un’operazione continua e deve essere mantenuta in questo modo. Quello che fanno le aziende siderurgiche è un sistema di tre turni e un sistema di sollievo dall’attività: un lavoratore non può lasciare il lavoro finché non si presenta il suo sostituto. I lavoratori ne approfittano in vari modi. C’è un mulino che conosco in cui gli operai hanno organizzato un sistema di rotazione tra di loro, in cui a turno chiamano fuori, permettendo alla persona che hanno in programma di alleviare otto ore di straordinario al loro posto. Ci sono un paio di dozzine di persone coinvolte in questo, lo hanno organizzato a turno e probabilmente un matematico professionista impiegherebbe diverse settimane a studiare i registri delle presenze per capire il loro sistema. Consente a ciascun lavoratore di ottenere un giorno di ferie in più ogni poche settimane, per poi ricevere, a sua volta, una busta paga maggiorata, senza lavorare un’ora in più del normale. Vedete, l’azienda schedula il suo programma di lavoro, mentre i lavoratori procedono a violarlo e ad imporre il proprio.

Ovviamente non hanno tutto a modo loro. Quando l’assenteismo diventa troppo grave, l’azienda reprime e minaccia rappresaglie, ei lavoratori sono costretti a rallentare per un po’. Poi, quando il riscaldamento è spento, tornano al loro programma.

Un altro esempio. Una delle caratteristiche dello schema di produzione capitalistico è la divisione tra addetti alla manutenzione e addetti alla produzione. Questo è universale sotto il capitalismo. C’è una categoria di lavoratori che eseguono la stessa operazione minuto dopo minuto per tutta la vita, e un’altra categoria di lavoratori che vanno in giro a riparare le macchine quando si guastano. Negli Stati Uniti questa divisione è stata adattata per servire il sistema dei privilegi della pelle bianca. Ai lavoratori bianchi viene generalmente data la preferenza per i lavori di manutenzione, che di solito sono più facili, più puliti, più interessanti e più remunerativi rispetto ai lavori di produzione.

I lavoratori rispondono a questa divisione in modi che a prima vista sembrano sconcertanti. Quando si arrabbiano con l’azienda, gli addetti alla produzione non eseguiranno il compito di manutenzione più semplice e di routine. Fermeranno un’intera operazione in attesa che un addetto alla manutenzione cambi un fusibile.

Un lavoratore nero in manutenzione, uno dei pochi, ha raccontato questa storia. Fu chiamato per riparare un pezzo di equipaggiamento che aveva fallito. Incapace di localizzare il problema, ha chiamato il suo caposquadra per aiutarlo. Anche il caposquadra non è stato in grado di trovare il problema, quindi ha chiamato un superiore. Rimasero in piedi per un po’ a grattarsi la testa e poi decisero di tornare in ufficio e studiare i disegni schematici dell’attrezzatura per vedere se avrebbero rivelato il problema. Dopo che i capisquadra se ne furono andati, l’addetto alla manutenzione Black chiese all’addetto alla produzione, che era anche lui Black, cosa non andava nella macchina. Rispose di aver premuto per errore l’interruttore sbagliato e di aver fatto esplodere un oscuro dispositivo di controllo. Lo fece notare, dopo aver giurato al manutentore di mantenere il segreto, e fu riparato in tre minuti. Il suo atteggiamento era: nessuno gli aveva chiesto cosa non andava, e se loro lo avevano trattato come uno stupido allora lui si sarebbe comportato come uno stupido.

Questo è un aspetto della risposta dei lavoratori alla divisione arbitraria produzione-manutenzione. D’altra parte, si sforzano di superare le barriere sulla loro strada, di padroneggiare l’intero processo di produzione per esprimere appieno le loro capacità umane. Gli addetti alla produzione fanno tutto il possibile per conoscere le loro attrezzature. In alcune occasioni fanno di tutto per effettuare le riparazioni da soli senza chiamare il reparto di manutenzione.

Anche gli addetti alla manutenzione mostrano questo tentativo di abbattere le barriere artificiali. Molte volte afferrano volontariamente una pala o svolgono altre attività che esulano dalle loro esigenze lavorative. Ma se il caposquadra ordina loro di farlo, lo malediranno e rifiuteranno.

Questi sforzi da parte degli addetti alla produzione e alla manutenzione per abbattere le barriere erette tra di loro rappresentano lo sforzo dei lavoratori di padroneggiare l’attrezzatura che produce le cose di cui hanno bisogno, di ottenere il controllo sul processo di lavoro in modo che il lavoro stesso diventi una fonte di soddisfazione per loro.

Ci sono molti altri esempi che indicano gli sforzi dei lavoratori per imporre il loro ordine nel caos della produzione capitalistica. Se vogliamo sapere come sarà il socialismo negli Stati Uniti, dovremmo studiare attentamente le attività dei lavoratori di oggi, perché gli ingredienti della società socialista appaiono proprio ora in modi embrionali e subordinati.

L’ULTIMO SFRUTTATO

Ora devo collegare insieme le due linee di argomentazione che ho seguito finora e porre la domanda: dove si colloca la lotta dei neri in tutto questo? Nota: per lotta nera intendo il movimento nero autonomo. Non mi riferisco a nessuna organizzazione in particolare, anche se un certo numero di organizzazioni ne fanno parte. Mi riferisco alla tendenza da parte di un gran numero di persone di colore, in particolare dei lavoratori, a trovare modi di agire insieme indipendentemente dal controllo e dall’approvazione dei bianchi, e a decidere il loro corso di azione basandosi semplicemente su ciò che ritengono sia buono per le persone nere, non ciò che serve a un cosiddetto movimento più ampio.

Gli elementi di un tale movimento nero autonomo esistono. Sono repressi e subordinati, così come sono generalmente repressi gli sforzi autonomi dei lavoratori. Gli sforzi consapevoli e determinati della classe dirigente bianca per inondare di droga la comunità nera sono un’indicazione della grave minaccia che il movimento nero rappresenta per la società ufficiale.

Nonostante tutti gli sforzi della classe dirigente per sopprimerlo, il movimento nero esiste. Come si inserisce nel movimento generale di tutti gli oppressi per rivoluzionare la società? Vorrei elencare tre punti.

Prima di tutto, i lavoratori neri sono gli ultimi sfruttati in questo paese. Non hanno possibilità di sollevarsi come gruppo per opprimere qualcun altro. Nonostante ciò che molti bianchi pensano su argomenti come il benessere, i neri non ricevono favori come gruppo dalla classe capitalista.

In secondo luogo, le attività quotidiane dei neri, in particolare dei lavoratori neri, sono il miglior modello esistente per le aspirazioni dei lavoratori in generale come classe distinta di persone. Altri gruppi nella società, quando agiscono collettivamente da soli, di solito rappresentano interessi parziali e talvolta anche reazionari. Le attività dei lavoratori neri sono l’avamposto più avanzato della nuova società che cerchiamo di stabilire.

LA SFIDA AI LAVORATORI BIANCHI

In terzo luogo, il movimento autonomo dei neri pone una sfida costante ai lavoratori bianchi a, nelle parole di CLR James, “fare i passi che consentiranno ai lavoratori di adempiere al loro destino storico di costruire una società libera dal dominio di una classe o di una razza piuttosto che di un’altra.

Il movimento nero pone una sfida, non solo ai lavoratori bianchi in generale, ma a quegli intellettuali bianchi, lavoratori o meno, che si considerano in un certo senso radicali o rivoluzionari. Questa è una sfida che, in passato, generalmente non sono stati all’altezza. Anche questa sfida non è limitata alla storia; emerge continuamente, in modi nuovi come in quelli vecchi. Permettetemi di offrire alcuni esempi.

Il sistema dell’anzianità è stato originariamente sostenuto dai sindacati come difesa contro i favoritismi individuali e la disciplina arbitraria del padrone. Attraverso un processo abbastanza complicato, l’anzianità è stata adattata per soddisfare le esigenze della supremazia bianca. Il padrone decideva chi assumere per primo e il sistema di anzianità metteva l’etichetta sindacale sulla pratica di relegare i neri allo status di “ultimi assunti, primi licenziati”. Man mano che i lavoratori neri avanzano con le loro richieste di piena uguaglianza in tutte le sfere della vita, entrano sempre più in conflitto con il sistema di anzianità e altri dispositivi che sostengono la supremazia bianca, come alcuni tipi di test e così via. I lavoratori bianchi spesso reagiscono sulla difensiva. In molti casi insistono sul fatto che la loro resistenza non è dovuta ad alcun pregiudizio contro i neri, ma è solo un’obiezione all’elusione di quella che è diventata la normale procedura per l’avanzamento. In più di un’occasione, i lavoratori neri hanno costretto il datore di lavoro ad aprire loro una nuova area di lavoro, solo per imbattersi nella rigida opposizione dei lavoratori bianchi.

I rivoluzionari bianchi devono capire, e aiutare le masse dei lavoratori bianchi a capire, che gli interessi dell’intera classe operaia possono essere serviti solo stando fermamente con i lavoratori neri in questi casi.

Oppure si pensi alla disputa sui posti di lavoro nell’edilizia, che ha raggiunto il picco diversi anni fa in alcune città, e in alcuni luoghi è ancora in corso. A Chicago ha preso la forma di, da un lato, una coalizione comunitaria guidata dal Rev. CT Vivian, un certo numero di elementi attorno a SCLC e Operation PUSH, e varie forze diverse tra la comunità nera e i giovani, insieme, apparentemente, alcuni sostegno finanziario dalla Fondazione Ford e dalla Chicago Northwestern Railway. Lo scopo della lotta era quello di ottenere l’ingresso per i neri nei mestieri delle costruzioni. Il mezzo utilizzato era quello di circondare i vari cantieri in corso con picchetti di massa al fine di interrompere i lavori su di essi fino a quando i lavoratori neri non fossero stati ammessi in proporzione al loro numero in città. Dall’altra parte c’era un fronte unito dei sindacati edili e degli appaltatori. Naturalmente la loro difesa era che non praticano la discriminazione razziale; che i lavoratori neri semplicemente non avevano richiesto o superato i test per l’ammissione.

Qual è la posizione dei radicali in un caso come questo? Ci sono state argomentazioni sul fatto che la Fondazione Ford e altre forze simili stiano usando il movimento nero per indebolire i sindacati delle costruzioni e abbassare il costo del lavoro. Tale argomento non è privo di validità; è difficile credere che la Fondazione Ford e la Chicago Northwestern Railway siano altruisticamente interessate alla causa dei lavoratori neri.

Alcuni gruppi radicali, da un’alta posizione di presunta obiettività, si sono assunti la responsabilità di consigliare alla coalizione nera che, invece di dirigere la loro lotta contro l’assegnazione dei posti di lavoro dichiaratamente iniqua, dovrebbero riconoscere il fatto che c’era carenza di posti di lavoro nell’edilizia e dovrebbe unirsi ai sindacati per ampliare il numero di posti di lavoro, il che andrebbe a vantaggio sia dei neri che dei bianchi ed eviti il ​​pericolo di “dividere la classe operaia” come avrebbe fatto l’attuale lotta. Questa, ovviamente, era solo una versione dal suono radicale dell’argomentazione fornita dai sindacati edili e dagli stessi appaltatori, che avrebbero accolto con favore qualsiasi sostegno da qualsiasi parte che si offrisse di espandere l’industria.

La risposta delle masse nere a questo argomento è stata quella di portare avanti la lotta per aprire quei posti di lavoro o chiuderli. Le loro azioni hanno mostrato la loro fiducia nel fatto che erano loro a utilizzare la Fondazione Ford e non viceversa, e che per quanto riguarda i problemi del settore edile, questi non potevano interessarli fino a quando non ne diventavano parte.

Alcuni ascoltatori possono percepire la giustizia in ciò che ho sostenuto e allo stesso tempo dubitare della sua praticabilità. Dov’è la base per stabilire la solidarietà tra la classe operaia? È possibile aspettarsi che i lavoratori bianchi ripudino i privilegi che sono reali nell’interesse di qualcosa di così astratto come la giustizia?

ESCHE VELENOSE

La risposta è che il sistema dei privilegi della pelle bianca, sebbene sia innegabilmente reale, non è nell’interesse dei lavoratori bianchi come parte di una classe che mira a trasformare la società alle sue radici. L’accettazione di uno status privilegiato da parte dei lavoratori bianchi li vincola alla schiavitù salariata, li rende subordinati alla classe capitalista. Il ripudio, cioè il rifiuto attivo, attraverso la lotta, di questo status privilegiato è il presupposto per la partecipazione dei lavoratori bianchi alla lotta dei lavoratori come classe sociale distinta. Una metafora che è stata usata in passato, e che trovo ancora appropriata, è che i privilegi della pelle bianca sono un’esca avvelenata, un verme con un gancio dentro. Essere disposti a saltare fuori dall’acqua per esercitare gli sforzi più decisi e violenti per liberare l’amo e il verme è l’unico modo per evitare di atterrare sulla tavola.

Permettetemi di offrire un parallelo storico. Negli anni ’30, quando le persone stavano organizzando il CIO, uno dei problemi che dovevano affrontare era che molti lavoratori negli stabilimenti avevano escogitato un mezzo di sopravvivenza che consisteva nell’ottenere progressi per se stessi in cambio di favori per il padrone. I veterani parlano ancora di come, ai tempi prima del sindacato, se volevi una promozione o addirittura volevi mantenere il tuo lavoro in caso di licenziamento, dovevi falciare il prato del capo o lavargli la macchina o dargli una bottiglia di whisky a Natale. Per portare un sindacato in quegli stabilimenti, quel tipo di attività doveva essere sconfitto. Era innegabilmente vero che quelli che lavavano l’auto del capocantiere erano gli ultimi lavoratori licenziati. Su quali basi era possibile fare appello agli operai affinché rinunciassero a questo tipo di comportamento che ritenevano necessario alla loro sopravvivenza? La base del ricorso era che era proprio quel tipo di comportamento che li legava e li subordinava all’azienda, e che gli interessi di solidarietà dell’intera forza lavoro esigevano il ripudio di tali accordi individuali.

L’appello è caduto nel vuoto fino a quando non ha cominciato a sembrare che ci fosse una possibilità reale di apportare alcune modifiche di base a quelle piante. Fino a quando il CIO non è stato presente come una vera forza, fino a quando non si è accumulato lo slancio, fino a quando le persone hanno iniziato a sentire che c’era un altro modo di vivere oltre a falciare il prato del capo, non erano disposte a ripudiare il vecchio modo.

Oggi, grazie al CIO, in vaste aree dell’industria americana, qualsiasi lavoratore sospettato di fare i tipi di favori che una volta erano dati per scontati al caposquadra sarebbe stato ostracizzato e trattato con freddo disprezzo dai suoi colleghi. (Alcune persone potrebbero obiettare che l’affermazione precedente è un’esagerazione e che lo spirito di unione e di combattività si è deteriorato nel corso degli anni. Nella misura in cui hanno ragione, va notato che questo deterioramento è in gran parte dovuto all’abitudine di sottomissione incoraggiata dalla generale accettazione da parte dei lavoratori bianchi dei privilegi razziali).

Verrà il tempo in cui le masse dei lavoratori bianchi nel nostro paese guarderanno con disprezzo coloro tra loro che cercano o difendono i privilegi razziali, allo stesso modo in cui ora hanno solo disprezzo per qualcuno che laverebbe l’auto del caposquadra in cambio di un trattamento preferenziale.

UN POTENTE MAGNETE

Oggi il movimento Black rappresenta un’alternativa al modo di vivere dominante nel nostro Paese, così come il CIO rappresentava un’alternativa al vecchio modo di vivere in fabbrica. Le relazioni che i neri, in particolare i lavoratori neri, hanno stabilito tra di loro, e la cultura che è emersa dalla loro lotta, rappresentano un modello per una nuova società. Il movimento del Nero esercita una potente attrazione su tutti coloro che ne entrano in contatto.

Consideriamo la questione della posizione delle donne e dei rapporti tra i sessi. Le donne nere, come risultato della loro lotta per la libertà come persone nere, hanno raggiunto un grande senso della loro indipendenza, non solo da un uomo ma dagli uomini in generale. Ciò ha costretto gli uomini di colore ad accettare un grado di indipendenza per le donne che è raro nel resto della popolazione. Chiunque abbia osservato i cambiamenti subiti dalle donne bianche, latine o asiatiche una volta che vanno al lavoro ed entrano in contatto con le donne nere, può vedere fino a che punto è stato minato il vecchio modo di sottomissione indiscussa delle donne all’uomo. Gli uomini possono risentirsi di questo processo, ma è irreversibile.

L’aumento della militanza operaia generale, osservato da tutti negli ultimi anni, è direttamente riconducibile all’influenza dei lavoratori neri, che sono generalmente riconosciuti da tutti, compresi i lavoratori bianchi, come il gruppo di lavoratori più militante e combattivo quando si tratta di assumere la società. I lavoratori neri stanno attingendo all’esperienza che hanno acquisito nella loro lotta per la libertà nazionale e stanno iniziando a trasmettere le lezioni di quella lotta ai lavoratori bianchi con cui entrano in contatto.

L’aumento della militanza operaia generale, osservato da tutti negli ultimi anni, è direttamente riconducibile all’influenza dei lavoratori neri, che sono generalmente riconosciuti da tutti, compresi i lavoratori bianchi, come il gruppo di lavoratori più militante e combattivo quando si tratta di confrontarsi con l’azienda. I lavoratori neri stanno attingendo all’esperienza che hanno acquisito nella loro lotta per la libertà nazionale e stanno iniziando a trasmettere le lezioni di quella lotta ai lavoratori bianchi con cui entrano in contatto.

La stessa cosa vale anche per il movimento insurrezionale all’interno dell’esercito, dove la resistenza dei GI, guidata da soldati neri, ha raggiunto proporzioni tali da costringere a grandi cambiamenti nella politica ufficiale del governo.

Questo è vero anche per il movimento insurrezionale all’interno delle carceri, dove la resistenza e il coraggio dei prigionieri neri hanno trascinato i bianchi nella lotta per condizioni dignitose e per la dignità umana.

Per decenni, la politica, per i lavoratori bianchi, è stata una parolaccia. Non ha significato altro che il diritto di scegliere ogni quattro anni quale banda di ladri saccheggerà l’erario pubblico per i prossimi quattro. A partire dal 1955 con il boicottaggio degli autobus di Montgomery, quando un’intera città organizzò il proprio sistema di trasporto, nonché il dibattito pubblico e il processo decisionale attraverso la partecipazione diretta di migliaia di persone, il movimento nero ha creato un nuovo concetto di cittadinanza e comunità . Continuando attraverso i sitin, le carovane per la libertà, le marce di massa e le ribellioni urbane, il movimento nero ha dato un nuovo significato alla politica e ha aiutato il popolo americano in generale a riscoprire la propria tradizione di auto organizzazione e rivolta.

Molti esempi di questo fenomeno potrebbero essere citati dall’unica comunità di questo Paese i cui membri si salutano come fratello e sorella. Ma il punto è fatto: nonostante tutti gli ostacoli posti sul suo cammino, il movimento nero, espresso nei modelli di vita derivanti dalla lotta, rappresenta un potente polo magnetico per un vasto numero di lavoratori che cercano una via d’uscita dal caos che è la vita moderna.

Ricordate, se volete, l’aneddoto con cui ho aperto questo discorso: il caso dei lavoratori bianchi che agiscono in solidarietà con gli operatori delle gru nere. Considera la posizione dei lavoratori bianchi in quel caso. Sono sottoposti a pressioni contrastanti. Da una parte vedono un gruppo di lavoratori che si prepara a sferrare un colpo all’azienda e, come tutti i lavoratori di tutto il mondo, vogliono ingaggiarsi, rispondere al nemico che li opprime. D’altra parte, unirsi ai lavoratori neri in una situazione del genere significa mettersi contro l’abitudine, contro la tradizione, contro il proprio status di lavoratori razzialmente privilegiati.

Si trovano di fronte a una scelta, tra la loro identità e interessi come bianchi e la loro identità e interessi come lavoratori. Che cosa ha fatto decidere a quel particolare gruppo di lavoratori in quella situazione, nelle parole di un attivista, di essere “più lavoratore che bianco”?

Le loro azioni possono essere spiegate solo dal fatto che, che lo esprimano o meno a parole, il movimento dei neri rappresentava per loro un modo di vivere alternativo, un modo migliore e più attraente della solita vita passiva e subordinata a cui erano abituati a. Chiunque abbia mai preso parte a lotte collettive sa che, indipendentemente da come possano aver agito in seguito, l’esperienza ha lasciato un’impressione duratura su di loro.

Che dire dei compiti dei rivoluzionari, e in particolare dei rivoluzionari bianchi, riguardo a questo compito vitale di unificare la classe operaia attorno ai suoi interessi di classe?

Le cose sono cambiate negli ultimi vent’anni. Non è più possibile per nessun gruppo che si dichiara rivoluzionario opporsi apertamente al movimento nero. Non se spera di avere un seguito. Ci sono uno o due gruppi nel paese che lo fanno, ma nessuno presta loro attenzione. Il punto oggi è definire la relazione tra il movimento nero e la lotta di classe generale. Ed è qui che emergono le differenze.

Tutti nel movimento si oppongono al razzismo, tutti recitano la litania che il razzismo è la più grande barriera all’unità di classe. Ogni gruppo fa propaganda contro il razzismo e si sforza sinceramente di conquistare i lavoratori alla lotta contro di esso.

Ma che dire di quei casi in cui la lotta dei lavoratori neri e dei neri contro la discriminazione razziale sembra entrare in conflitto con il desiderio di unificare il maggior numero possibile di lavoratori dietro quelle che vengono chiamate “rivendicazioni di classe generale”? Ad esempio, come a volte accade, quando l’aggressività dei lavoratori neri nel perseguire la loro lotta per l’uguaglianza tende ad alienare i lavoratori bianchi che potrebbero essere disposti a unirsi a loro in sforzi comuni per ottenere una riforma di beneficio immediato e diretto per entrambi i gruppi? Poi iniziano i guai. E dobbiamo ammettere che alcuni gruppi di sinistra, specialmente quelli dominati dai bianchi, sono fin troppo disposti a mettere da parte le richieste speciali della lotta dei neri.

UNA CATTIVA SCELTA

Un esempio recente di ciò potrebbe servire a chiarire la differenza tra i due approcci. In un grande impianto di produzione di elettrodomestici a Chicago, uno dei gruppi radicali, l’Unione Rivoluzionaria, ha inviato alcune persone. I radicali hanno iniziato a pubblicare un bollettino dell’impianto che sollevava le questioni di accelerazione, sicurezza, bassi salari – tutte le varie lamentele dei lavoratori – e ha anche condotto una campagna abbastanza aggressiva contro la discriminazione razziale, contro l’esclusione dei lavoratori neri dai dipartimenti migliori, ecc.

Il gruppo è riuscito a ottenere un notevole sostegno, la maggior parte dei quali tra i lavoratori neri, il che non sorprende poiché i lavoratori neri costituivano quasi la metà della forza lavoro ed erano maggiormente vittime delle condizioni oppressive contro cui il gruppo si stava agitando.

Dopo un po’ di tempo, gli strateghi del gruppo che, è lecito supporre, erano i radicali bianchi che l’avevano avviato insieme a uno o due operai appena radicalizzati dello stabilimento, decisero che, come tattica, avrebbero dovuto provare e buttare fuori l’attuale sindacato, l’Associazione Internazionale dei Macchinisti, che è uno dei peggiori sindacati nell’area di Chicago, e introdurre il sindacato United Electrical Workers. Questa è l’UE, il vecchio sindacato di sinistra espulso nel 1949 dal CIO e ancora sotto quella che viene definita una direzione progressista.

Ad ogni modo, hanno portato un gruppo di lavoratori nella sala UE e si sono incontrati lì con gli organizzatori. I membri dello staff erano felici di essere interessati a portare nell’UE, ma hanno osservato che non c’erano abbastanza lavoratori bianchi nel comitato. Se mai avessero sperato di vincere l’impianto per l’UE, avrebbero dovuto coinvolgere più lavoratori bianchi nello sforzo organizzativo.

È stato certamente uno sforzo logico. E allora, cosa ha fatto il gruppo? Tornarono nello stabilimento e iniziarono a fare campagna per l’UE, usando la newsletter come veicolo principale. Ma ora c’è stato un cambiamento. L’obiettivo principale era raggiungere i lavoratori bianchi, e così la linea della newsletter ora è diventata: tutti i lavoratori uniti, il padrone non fa distinzione tra bianchi e neri, non lasciare che il sentimento razziale ci divida, aderire alla UE ci avvantaggerà tutti, i nostri interessi sono tutti uguali, ecc. Quanto alle denunce di discriminazione razziale e alla campagna per abolirla nello stabilimento, che tanto aveva occupato l’attenzione del gruppo prima della decisione di entrare nell’UE per ottenere un sindacato migliore, è stata accantonata nell’interesse di fare appello al più ampio numero di lavoratori che potrebbero essere conquistati all’obiettivo immediato.

Cosa c’è da dire su una storia come questa? Cosa c’è da fare oltre a scuotere la testa? Non rappresenta questo, in forma di capsule, l’intera storia del movimento operaio in questo paese – la radicalizzazione dei lavoratori seguita dalla capitolazione, da parte della dirigenza, ai pregiudizi arretrati dei lavoratori bianchi? Quante volte questa esperienza deve essere ripetuta? Apparentemente un numero infinito finché non impariamo la lezione.

A proposito, il risultato della campagna organizzativa è stato che il gruppo non è riuscito a ingannare nessun lavoratore bianco; lo consideravano ancora un gruppo di potere nero e lo tenevano a debita distanza. Ma riuscì a raffreddare l’entusiasmo dei lavoratori neri che erano la sua base iniziale.

C’era un corso alternativo che avrebbe potuto essere seguito nella situazione particolare? Penso che ci fosse.

NULLA DI MENO DI UN CAMBIAMENTO TOTALE

L’alternativa sarebbe stata incoraggiare il gruppo lungo le sue linee originali, determinato a combattere coerentemente contro la Supremazia bianca indipendentemente da ciò che accadeva o scendeva – per sviluppare il gruppo come il nucleo di un movimento di combattimento nello stabilimento che conduceva lotte nello stabilimento su tutte le questioni di interesse per i suoi membri, compresa la questione della discriminazione razziale.

È probabilmente vero che un tale gruppo non poteva essere un movimento maggioritario all’inizio, o forse anche per un periodo di tempo considerevole. Molto probabilmente, poiché il gruppo spingeva con fermezza contro la discriminazione razziale, avrebbe alienato alcuni lavoratori bianchi che avrebbero potuto essere conquistati altrimenti. Questa è una scelta che deve essere fatta. Il gruppo nello stabilimento ha fatto la scelta sbagliata.

Penso che un gruppo come descrivo, composto forse all’inizio quasi interamente da lavoratori neri, avrebbe potuto svilupparsi come centro di lotta nello stabilimento, e centro di opposizione all’azienda e al sindacato marcio. Col passare del tempo, potrebbe aver attratto a sé i lavoratori bianchi che erano così stufi della loro situazione da cercare soluzioni radicali – e si sarebbero persino identificati con un vestito “radicale nero”, purché sembrava offrire un modo fuori dal caos in cui si trovavano. Le stesse cose che renderebbero un gruppo del genere ripugnante per alcuni lavoratori lo renderebbero attraente per quel numero crescente di lavoratori, neri come bianchi, che stanno arrivando a percepire che niente di meno che un cambiamento totale vale la pena combattere.

Il corso che sostengo offre grandi difficoltà, non c’è dubbio. È probabile che la repressione diretta contro un gruppo radicale che ha combattuto incessantemente la discriminazione razziale sia maggiore che contro un gruppo più moderato. È possibile che un gruppo come quello che descrivo non avrebbe mai potuto essere ammesso nell’UE. Ammetto liberamente tutte le difficoltà. Ma poi, chi ha mai detto che fare una rivoluzione sia facile?

Per quanto riguarda l’alternativa, la rotta effettivamente seguita, sappiamo fin troppo bene dove conduce.


Suggerimenti

Oltre a raccomandare vivamente la lettura della raccolta dei testi curati dai compagni di Calusca City Lights e radiocane.info ed edito da Edizioni Colibrì all’interno del libro Riots! George Floyd Rebellion 2020. Fatti, testimonianze e riflessioni, suggerisco di porre attenzione a questi testi e contributi.

  1. Sulla leadership dei neri ed altri miti dei bianchiWe still outside collective – traduzione di Vitalista.in – visualizzabile anche da https://m.youtube.com/watch?v=-jbEERrPoQA&feature=youtu.be
  2. Come sarebbe da fare Idris Robinson – traduzione da vitalista.in
  3. Nella Zona. Un report dalla Zona Autonoma di Capitol Hill, Seattle – da It’s Going Down – traduzione di Vitalista.in
  4. Tesi sulla ribellione di George Floyd Shemon & Arturo – traduzione di Vitalista.in
  5. L’ascesa della contro insurrezione neraShemon & Arturo – traduzione di Noi non abbiamo patria
  6. Il ritorno di John Brown: i traditori della razza bianca nella sollevazione del 2020Shemon & Arturo – traduzione di Noi non abbiamo patria
  7. Ritmo e ritualità: il comporsi del movimento di Portland 2020 – anonimo apparso su Ill Will – traduzione di Noi non abbiamo patria e Vitalista.in
  8. La peste coronataPhil A. Neel – traduzione di Vitalista.in
  9. Il terreno sta cambiando… – discussione di Ill Will con Jarrod Shanahan e Zhandark Kurti sul “Preludio ad una calda estate” – traduzione di Vitalista.in
  10. Preludio a una nuova guerra civile Shemon & Arturo – traduzione da Noi non abbiamo patria
  11. Sette tesi sulla destituzione Kiersten Solt, V.I. – traduzione di Vitalista.in
  12. Punto e capo. A un anno dalla Floyd Rebellion – intervista di radiocane.info a CrimeThinc – traduzione di radiocane.info
  13. La spirale – Phil A. Neel – traduzione di Vitalista.in
  14. Kenosha: mi dispiace di morireInhabit – traduzione di Noi non abbiamo patria
  15. Altri scritti di Noel Ignatev sono “How Irish became white” e “Acceptable men: life in the largest steel mill in the world” non disponibili in italiano. Circa il profilo di questo militante rivoluzionario si consiglia (sempre in inglese) l’articolo di Ferruccio Gambino già citato

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