Noi stiamo dalla parte dei Tradies

Chi sono i tradies? Letterlamente viene dall’Inglese tradesman che descrive un lavoratore manuale specializzato.

Ma nello slang Inglese Australiano puó assumere una definizione dispregiativa, il cui senso comune è: un operaio che per la maggior parte della sua vita, tutto il giorno, tutti i giorni della settimana, sta in giro a dire stronzate e costruisce parte di una casa per 75.000 noccioline all’anno. Oltre a comportarsi duramente e rompere il cazzo a tutti, stranamente pensa di essere qualcuno di speciale anche se fan un lavoro che un bambino di 10 anni potrebbe imparare e fare. [da Australian slang urban dictionary]

È cosi che i media Australiani e le TV nazionali titolano le continue proteste, i blocchi, gli scioperi ed i riots degli operai delle costruzioni dello Stato di Virginia e di Melbourne in Australia contro le restrizioni anti covid e l’obbligo del vaccino nei posti di lavoro: tradies arrabbiati bloccano le strade di Melbourne contro le misure anti COVID.

Tanto di cappello alla comunicazione mainstream allineata alle necessità del capitalismo occidentale in critico affanno e che prova ad uscirne fuori attraverso lo stato di emergenza generale in nome della “salute di tutti“. Si commentano le proteste indomite degli operai di Melbourne, ma nel sottotitolo si usa un termine in inglese di uso comune, che contiene peró nella sua interpretazione dialettale una caratterizzazione dispregiativa.

Chi potrebbe sostenere questi rozzi animali ed ignoranti operai edili?

Pochi giorni fa dai quartieri al di là di Manahattan ed al di là del ponte di Brooklyn e dall’Est New York si è formato un corteo di un paio di migliaia di persone, che dopo aver attraversato lo storico ponte ha percorso varie vie della downtown e della marcescente Big Apple (la grande mela).

Una partecipazione dal carattere giovanile (età media trentenni) e multirazziale. Giovani donne e uomini black, white e ispanici. Molti di loro, in particolar modo le donne black davvero su di peso, caratteristica fisiologica tipica dell’Americano che si nutre con cibo a poco prezzo e bibite gassate nelle catene di fast food che offrono succulenti menù ad 1 dollaro.

Decisamente non ben vestiti e dalla movenza tipica del lavoratore marginale o del piccolo borghese proletarizzato ritenuto dal ben pensante democratico borghese un ignorante superstizioso. Non difficile per questa umanità dell’Est New York precaria e marginalizzata dalla gentrificazione della metropoli immedesimarsi con i tradies operai di Melbourne.

Si gridava save Australia e si inneggiava we stand up with Australian Tradies (noi siamo a fianco dei tradies operai Australiani).

Nelle vie della downtown di Manhattan hanno gridato shame on you, vergognatevi all’indirizzo dei vari grattacieli che ospitano i network televisivi. Un gazebo sulla strada che pubblicizzava l’abbonamento ad Infinity tv ne ha fatto le spese.

Ah, quanti ulteriori affari faranno questi produttori di merce capitalistica digitale con il rafforzamento dello stato di emergenza inclusa la negazione del minimo delle relazioni sociali per tanti umani e proletari che non intendono sottoporsi al vaccino capitalistico.

In sostanza a New York abbiamo visto esprimersi la prima manifestazione popolare e per alcuni tratti anche caratterizzata da un proletariato precario e meticcio contro l’obbligo della vaccinazione e contro il Green Pass, invocato con forza dal duo criminale Biden / Harris ed attuato dal governatore Cuomo e dal sindaco de Blasio entrambi democratici, che abbia rivolto lo sguardo della loro lotta oltre il contesto nazionale ed al di là dell’Oceano Pacifico alla comune lotta che si dà in Australia. E più precisamente che ha voluto lanciare un segnale di solidarietà militante reale alla sua componente operaia di Melbourne.

Save Australia e cartelli we stand with ausstralian tradies

Sono settimane e mesi che la lotta contro il Green Pass e contro l’obbligo di fatto alla vaccinazione di massa capitalistica assume un carattere di mobilitazione internazionale, coinvolgendo in special modo i paesi capitalistici Occidentali più avanzati. Ma questa mobilitazione ormai inizia a darsi anche nei paesi Europei di serie B ed in altre parti del mondo dominato dall’imperialismo occidentale che alle direttive ed alle politiche degli Stati dominanti si allineano.

Eppure, fino a questo piccolo episodio di New York non avevamo ancora assistito ad un esplicito guardarsi delle piazze contro il lasciapassare sanitario tra loro al di là dei propri confini nazionali. Londra non si rivolge a Parigi, Parigi non si rivolge a Londra, Torino e Trieste non guardano a Lubiana e viceversa.

E questo non richiamarsi e non riconnettersi delle varie piazze tra loro nella lotta è la principale debolezza della mobilitazione attuale che la rende suscettibili di corto circuitare in derive sovraniste dal carattere neo conservativo del sistema capitale generale marcescente e dei suoi rapporti di riproduzione sociale che hanno determinato sia il tempo del coronavirus pandemico, che le sue misure coercitive e di contenimento anti proletario e contro l’intera umanità alienata.

Seppure la manifestazione di New York sia sta piccola e che magari la sua materializzazione non possa estendersi altrove, il we stand with australian tradies è un segnale importante, una di quelle spore al vento che prima o poi troveranno il fiore su cui innestarsi. E non è un caso che questo timido segnale ci arrivi dagli Stati Uniti e che esso si rivolga non ad una massa no green pass indistinta, ma alla sua compagine più radicale rappresentata dagli operai dell’industria delle costruzioni.

Anche l’aspetto geografico da dove questo abbozzo di segnale si origina è decisamente significativo, proprio per le determinanti economiche e sociali che hanno percorso l’Amerika nel 2020 e nel 2021, mettendone alla prova la sua struttura dei rapporti e di relazioni sociali scuotendoli e facendo scricchiolare la sovrastruttura dello Stato a stelle e strisce.

Non è appunto un caso che questo piccolo segnale sia stato preceduto dal più esteso e generalizzato movimento di lotta della intera storia degli Stati Uniti d’America (26 milioni di persone in piazza dalle grandi metropoli, alle diversa suburb e perfino nelle piccole contee del più estremo Hinterland) che ha caratterizzato il movimento di ribellione contro il razzismo sistemico del capitalismo datosi nel nome di George Floyd.

Un movimento che ha visto protagonista un nuovo giovane proletariato black capace di attrarre non solo un giovane proletariato latino, ma anche ampi settori di nuovo proletariato bianco (ed in alcune città perfino come componente numerica maggioritaria ma saldamente centrata intorno alla guida delle necessità del popolo black), ora non più come gli alleati democratici del passato, ma come partner in crime, affrontando anche sul piano dell’azione le inevitabili contraddizioni tra proletariato bianco (senpre meno intriso dalla sua superstizione determinata suprematista) e proletariato di colore.

Dal suo inevitabile e temporaneo riflusso, poi durante i giorni della inedita rivolta dei giovani cosiddetti arabo israeliani palestinesi all’interno dello stato delle città di Israele, abbiamo assistito a Chicago, a New York, Los Angeles, Portland e un po’ in tutta l’Amerika un dispiegamento di una mobilitazione multi razziale contro la pulizia etnica della Palestina. I giovani degli States, le cui vite sono soggiogate dal precariato cronico, hanno guardato i rivoltosi di Haifa, di Lud e di Gerusalemme Est ricordando loro stessi appena l’estate prima, mentre i giovani ebrei di Haifa che si sono uniti sulle barricate insieme ai giovani palestenisi si sono riconosciuti con quei partner in crime bianchi di Minneapolis.

Ed oggi questo abbozzo di richiamo dal sapore internazionalista che il save Australia agli operai di Melbourne ed all’intera umanità sottomessa al rapporto di Capitale contiene.

Forse sembrerà esagerata questa considerazione di Noi non abbiamo patria ma questo avvenimento seppur piccolo e immediatamente non estendibile è in questa ottica che andrebbe considerato nel suo corretto quadro più complessivo di questo 2020 e 2021 pieno di inedite sorprese.

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