La sconfitta USA in Afghanistan, la Cina e gli sfruttati dall’imperialismo

Mentre gli USA ritirano le truppe, evacuano le basi militari, lasciando in molti casi gli arsenali pieni di arme leggere e pesanti (mitragliatrici da torretta, lanciarazzi, mortai, granate, bombe a mano, esplosivi, mitragliatori e proiettili perforanti il cemento armato) che finiscono nei rifornimenti delle forze militari talebane, la Cina evacua 210 suoi addetti ed ingegneri coinvolti nelle “pipeline” e gasdotti che dal Pakistan, attraverso l’Afghanistan, sono diretti verso l’Iran e verso la Russia.

A sorpresa, ma solo per gli investitori occidentali, gli alti vertici delle forze talebane annunciano che la Cina è un paese amico, che i loro investimenti già in essere saranno tutelati e messi in sicurezza, ed invitano la Cina, in quanto paese amico, a continuare ad investire in Afghanistan per la ricostruzione e lo sviluppo del paese devastato da venti anni di martoriata guerra ed occupazione occidentale ed Amerikana. Inoltre, i gruppi dirigenti talebani mandano un chiaro ed esplicito messaggio a Ji Xinping rendendosi disponibili a sottoscrivere un accordo diplomatico e commerciale a tutela dei futuri investimenti.

E’ inconfutabile, e ci vuole davvero tanta fantasia della geo politica, che questo ritiro non sia una vera e propria sconfitta militare sul campo afghano per l’invincibile armata degli Stati Uniti, un ritiro che è l’ammissione dell’impossibilità a vincere la più lunga guerra che ha visto gli USA impegnati nella sua storia di paese leader della catena imperialista.

Alcuni commentatori ed analisti borghesi, dal Financial Times al The Economist, benché confermino la debacle statunitense, cercano di indorare la pillola. In sintesi argomentano “questa è si una sconfitta, ma la sua portata non è paragonabile con quella subita in Vietnam”. Secondo loro a motivarlo sarebbe la sproporzione sul numero dei morti tra i giovani americani in divisa (circa sessantamila) in Vietnam e quelli caduti in Afghanistan (meno di tremila).

Il retroterra della sconfitta USA in Afghanistan.

Ma diciamocela tutta e fino in fondo. La sconfitta in Vietnam non rappresentò una “ritirata” americana nel suo controllo imperialista del mondo. Da lì a poco riuscì ad impegnare l’URSS – fino al suo tracollo finanziario – nella guerra fredda e Regan vinse la sfida contro l’orso russo, determinando lo sgretolamento del cosiddetto est socialista e la penetrazione economica degli Stati Uniti e dell’Occidente europeo oltre le “cortine di ferro” ed oltre i muri berlinesi. Uno sfondamento cui la catena della accumulazione capitalistica, in difficoltà nel suo avvio della caduta tendenziale del saggio di profitto e nella sua conseguente de industrializzazione del motore del capitalismo americano incentrato sull’industria dell’auto, oltre che nel suo apparato militare industriale, trovò modo di rallentarne la discesa, sfruttando appunto la penetrazione economica nei mercati dell’est europeo e dell’ex URSS, pappandosi sia parte della base industriale a bassa composizione tecnica del capitale, che parte del capitale accumulato.

Così come neanche un anno prima della pace di Parigi del 1973 e l’ammissione della sconfitta in Vietnam, Nixon e Kissinger (gli stessi che ammisero la sconfitta contro il popolo vietnamita) furono gli artefici dello storico incontro con la Cina di Zhou Enlai del 1972, che altrettanto e più della penetrazione nell’Est Europeo e nella ex URSS fu l’elemento chiave della ristrutturazione del modello industriale dell’accumulazione capitalistica da quello fordista a quello della delocalizzazione industriale delle produzioni in Asia, Cina e in Messico (le maquilladora), laddove la merce forza lavoro era a più basso costo ed il surplus di pluslavoro abbondante.

La Cina trovò, con l’allenza economica e la distensione con il socio americano, l’impulso per rilanciare il processo dell’accumulazione capitalistica dalle campagne ai nuovi centri urbani industriali in espansione, mettendo a frutto (e per certi aspetti emancipandoli) centinaia di milioni di contadini poveri delle campagne, coinvolgendoli nella produzione del valore capitalistico negli immensi opifici in stile ottocentesco, però funzionali, nel movimento monista dell’accumulazione mondiale del capitalismo, alla catena della produzione del valore capitalistico globale, di cui tutto l’occidente ed il Giappone trovarono nuovo fiato e il rallentamento della crisi di sovra produzione e di caduta di marginalità del profitto: la recessione e la dismissione delle proprie basi industriali obsolescenti a Detroit e Chicago trovavano il paracadute per la tenuta dell’accumulazione rilanciandola appunto attraverso la spinta produttiva basata sul modello della delocalizzazione, della catena del just in time e del toyotismo industriale.

In sintesi, la sconfitta statunitense in Vietnam segnò il preludio di una maggiore pervasività a tutto il mondo della concentrazione capitalistica e del mercato sulla scala globale e in tutte le sfere delle attività umane sussumendole tutte nella produzione di merci e valori di scambio al fine del profitto capitalistico.

Ma se l’accordo Nixon – Zhou Enlai aprì poi l’era del denghismo come aspetto determinato della necessità dello sviluppo dei rapporti capitalistici in Cina cui tutto l’occidente se ne avvantaggiò, questo passaggio incubò la crescita di un temibile concorrente capitalistico che in quarantanni ha sprigionato una capacità di accumulazione allargata attraverso la sua miliardaria popolazione lavoratrice. Ed oggi non solo contende la produzione del valore capitalistico agli USA, ma forte della sua accresciuta capacità di export del capitale finanziario contende agli ex alleati americani la leadership sul mercato dell’intera Asia, Medio Oriente, Africa ed America Latina nella esportazioni di capitali finanziari.

Oggi la sconfitta militare in Afghanistan quindi non è tanto il prodotto di una indomabile resistenza popolare, che pure c’è stata ed indubbiamente c’è da parte di settori borghesi e parte dei lavoratori delle città e delle campagne poverissime. Prima ancora di questo fattore il ritiro degli Stati Uniti – e di conseguenza degli interessi delle forze impersonali della accumulazione che dietro al leader americano sono schierati – è la conseguenza del ripiegamento nei confronti della competizione capitalistica e finanziaria con la Cina, dell’arretrare del Dollaro dal suo indiscusso dominio monetario, di fronte all’emergere dello Yuan. Di fronte agli investimenti del Grande Dragone nel suo progetto ambizioso della via della seta, che solo il corridoio cinese pakistano prevede 60 miliardi di dollari, la muraglia USA afghana è costata almeno due mila miliardi di dollari, ma in venti anni solo 120 miliardi sono stati investiti in investimenti economici produttivi.

Mentre oltre al corridoio cinese-pakistano, la capacità di investimento della Cina e della Russi ai confini afghani a nord (Tagikistan, Uzbekistan e Turkemenistan) e quelli cinesi nei confini ad occidente (Iran) hanno iniziato a logorare anno dopo anno la leadership americana nell’area e dunque la sua capacità di controllo dell’Afghanistan proprio dal punto di vista della supremazia economica del dollaro sempre meno indiscussa.

Il caos delle contraddizioni capitalistiche nelle inesorabili leggi della accumulazione a confronto con la sua crisi storica e generale.

Gli Stati Uniti sono costretti alla ritirata, perché appare essere il male minore, il rospo che si è costretti ad ingoiare, di fronte ad una profonda crisi generale dell’accumulazione che sta facendo franare l’economia domestica fin dentro il fulcro del capitalismo nazionale americano. L’immissione di finanza per mantenere in piedi un insieme variegato di imprese produttive zombie, attraverso i crediti federali e l’indebitamento di impresa, per provare a mantenere a galla il consumo domestico e dunque la realizzazione del plusvalore in profitto, non è in grado di contrastare che anche pezzi fondamentali dell’economia americana stanno scricchiolando paurosamente, a cominciare dalla filiera dell’agro business (le cui moderne farm ormai da parecchi anni derivano il 40% della propria redditività dai prestiti federali a fondo perduto), che è sempre più incentrata nella produzione mono colturale (di semi di soia e mais) e per l’export.

Quella produzione che per tutti gli anni ’60, ’70 ed ’80 trovava la realizzazione del plusvalore in profitto proprio sui mercati dell’estremo oriente asiatico, cinese ed indiano, oggi si trova sotto il doppio schiaffo combinato di dover competere sia con le merci asiatiche, indiane e cinesi a più buon mercato, e quello del dominio delle catene multinazionali dell’agro business e della distribuzione delle merci (prevalentemente occidentali ed americane), che determinano la produzione sotto costo e la fame per le centinaia di milioni di lavoratori diretti della terra (proprietari in media di uno o due ettari ad appezzamento) in India, Asia, Africa ed America Latina, e che contestualmente contribuiscono al crescente indebitamento delle farm agricole USA ad alta composizione tecnica del capitale. Oggi anche i capitalisti agricoli americani sono costretti a fare altrettanto, a cominciare a produrre ad un valore i cui margini sono sempre più risicati rispetto all’enorme capitale fisso investito e da rimettere in movimento ogni stagione, vincolata ormai ad una produzione agricola non differenziata.

Fu proprio Trump a dicembre 2020, nel suo colpo di reni per convincere i poteri forti del capitale cosiddetto nazionale a rimanere a suo sostegno, che contrastò la legge di bilancio sottoscritta in maniera bipartisan dal Congresso degli Stati Uniti perché il rinnovo degli stimulus check previsti per le famiglie colpite dalla crisi erano al di sotto delle necessità per la loro sussistenza ed utile sostegno a mantenere ad un livello adeguato il consumo capitalistico ed il pagamento dei ratei di debito, argomentando che i “fondi” per aumentare gli assegni potessero essere recuperati proprio sottraendoli dalle spese improduttive di tante missioni USA all’estero. La quale iniziativa politica ovviamente determinò la rottura col suo vicepresidente Pence e lo scollamento definitivo con il capitale legato all’apparato militare industriale che definitivamente lo mollarono.

Oggi la cosiddetta vittoria delle forze capitalistiche globaliste che Biden rappresenterebbe, di fatto sono costrette a tornare indietro sui loro passi e l’amministrazione della Casa Bianca è costretta a percorrere la politica dell’America First trumpista contro gli stessi interessi cosiddetti globalisti. Ma questo non accade perché un cavallo capitalista prevale sull’altro: di fatto le due categorie del capital nazionale industriale e di quello globalista in conflitto tra loro sono inesistenti nella sostanza dell’unitario moto contraddittorio dell’accumulazione, il cui movimento in questa fase di crisi storica e generale fa apparire l’ingovernabilità della contraddizioni nell’economia come due tendenze distinte delle medesime forze impersonali del capitalismo. Di tendenze e modelli capitalistici ne esiste solo uno con le sue immutabili leggi ferree dell’accumulazione, il resto sono solo inganni dell’ideologia borghese.

Biden, come prima Trump, è costretto a fare i conti con la contraddittorietà e per certi aspetti con l’ingovernabilità del movimento storico del capitale stretto nella sua crisi generale di caduta tendenziale del saggio del plusvalore estorto. Cerca disperatamente di tamponare lo scricchiolio di tutte le relazioni sociali capitalistiche e la polarizzazione crescente tra i differenti interessi di classe, tra quelli dell’accumulazione e quello di un nuovo proletariato giovanile meticcio. Non può ancora all’infinito finanziare l’obsolescenza della industria americana stretta tra sovra produzione e concorrenza mondiale sul mercato delle merci, sovvenzionare la media impresa industriale e di produzione di beni e servizi americani e la pletora di aziende zombi al fine di non far ribassare il consumo di massa, dunque la realizzazione in profitto della massa di plusvalore estorto ai lavoratori. Non può far crollare lo zoccolo duro bianco e suprematista alla coda ed a sostegno delle necessità del capitale della middle class (di tutti i colori) del sogno americano e della vecchia classe operaia bianca della rust belt e delle sue moderne piantagioni capitalistiche che aspira a continuare a vivere secondo il modello delle suburb bianche dei ceti medi ricchi possibile fino a qualche decade fa. La crisi generale apre la forbice tra l’impossibilità di mantenere a lungo ed a fondo perduto intatto il blocco nazionale corporativo con il rilancio della aggressività capitalistica ed imperialista all’esterno in una contesa finanziaria e militare mondiale che non sta andando secondo le attese del capofila yankee.

L’impero romano che provò a tenere buona la plebe dispensando gratis farro, pane e vino alla fine sprofondò sotto i colpi delle popolazioni barbare che prima che con la violenza convinsero le gens romane per la loro estraneità all’uso degli schiavi per il lavoro nelle campagne incapace però di sfamare l’impero.

L’economia capitalista, dalla deindustrializzazione causata dalla crisi strutturale alla globalizzazione finanziaria di oggi è sotto la pressione delle sue stessi leggi dell’accumulazione e della concorrenza. Essa ha determinato una maggiore propensione della produzione industriale ed agricola degli Stati Uniti orientata all’export delle merci sui mercati conquistati nel mondo ex sovietico e di quelli del dragone rosso, ed ora subisce i colpi della concorrenza emergente dell’est asiatico che essa ha contribuito a far sviluppare.

Quindi l’espansione globalista, utile a rallentare la caduta storica del saggio del plusvalore, per difendere l’interesse impersonale delle forze dell’economia deve segnare temporaneamente il passo, rinnovando negli Stati Uniti la politica economica dell’America First (oggi raccolta dalla bandiera del partito democratico) e rinunciando alla sua presenza improduttiva in Afghanistan, ma così facendo espone ulteriormente i propri produttori e le proprie imprese capitalistiche domestiche dedite alla produzione di mais e semi di soia per il mercato mondiale a subirne le dirette conseguenze dell’inasprimento della guerra commerciale. Ed ovviamente indebolisce la posizione indiscussa dell’America come guida globale. Già la lunga guerra di Trump sui dazi causò il crollo delle esportazioni agricole in Cina per circa l’80%, mentre quella di maiali e di foraggi per gli allevamenti intensivi verso il Messico e l’India scontò una brusca diminuzione tra il 30% ed il 34%. Cosa accadrà ora agli imprenditori ed agricoltori capitalistici degli Stati Uniti quando la guerra sui dazi, cui la ritirata Afghana è figlia e ne è il precipitatore, vedrà un brusco inasprimento della guerra commerciale, finanziaria e politica contro la Cina? Che ci faranno le imprese agricole americane, le moderne piantagioni capitalistiche, con la sovra produzione di semi di soia, foraggio e mais che troverà di sicuro più ostacoli a realizzarsi in profitto sui mercati asiatici e dell’America Latina? Sarà sufficiente il mercato capitalistico domestico ad offrire possibilità per la realizzazione della massa del plusvalore estorto ai braccianti neri ed immigrati latini in profitto? Quando già circa cinquanta milioni di proletari americani (neri, latini, nativi e bianchi) vivono nella insicurezza alimentare (ossia a rischio di nutrirsi al di sotto dei livelli necessari di sussistenza e per la riproduzione della vita) dov’è l’espansione della domanda interna? A cosa servirà la massa di semi di soia e mais in sovra produzione, come segna punti per il bingo e per la tombola?

Qui non si vuole affermare il declino e la sconfitta assoluta degli Stati Uniti d’America per il mantenimento della sua leadership capitalistica globale. Quello che questo blog vuole ragionare è sull’ingovernabilità dell’economia e della crisi in atto, con le sue dirette conseguenze nello scricchiolio dei rapporti e delle relazioni sociali capitalistiche consolidate tra le varie classi sociali. La possibilità che questa faccia crescere ancora di più la difficoltà a riassumere e contenere le sempre più profonde contraddizioni capitalistiche all’interno del quadro borghese democratico ed elettorale e dell’ordine capitalistico, come abbiamo assistito nel 2020 e nelle inedite rivolte del proletariato meticcio datesi nel nome di George Floyd, ed il suo di fatto contrapposto e contro insorgente moto della middle class (bianca e colorata) e di settori marginali di lavoratori a difesa dello stato e del suprematismo capitalista bianco a cozzare contro il suo stesso stato assaltando il palazzo del Capitol lo scorso 6 gennaio.

Ripresa dell’accumulazione, new deal o crisi generale delle condizioni della riproduzione della vita proletaria?

E’ un movimento del capitalismo determinato nella sua crisi storica di caduta tendenziale del saggio del plusvalore, che spazza via tutte le teorie basate sul dominio della geopolitica che forza i processi dell’economia e sulla stregoneria finanziaria capace di riavviare l’accumulazione o di provvedere fondi immensi dal nulla semplicemente stampando carta moneta per determinare la pace sociale ed il riassorbimento della conflittualità proletaria emergente. Nei giornali finanziari occidentali si afferma che gli Stati Uniti si stanno proiettando verso una ripresa economica ai livelli più alti di prima del 2006. Ma già adesso sul mercato immobiliare c’è una impennata dei prezzi del 18%, così come l’inflazione annualizzata che si sta registrando sui beni di prima necessità per il 2021 è superiore al picco del 2000 e raggiunge ormai l’8%, prevedendo da qui ai prossimi anni un continuo incremento inflazionistico del 4%.

Gli stessi operatori finanziari chiariscono che questo non spaventa le borse come dimostrato dall’andamento dei mercati finanziari, ed questo refrain viene a più riprese ripetuto sulla stampa finanziaria per l’allocco piccolo proprietario privato risparmiatore che a questo punto dirige il suo poco capitale accumulato, piuttosto che nella sua produzione immediata, che però al momento non trova una corrispettiva domanda di mercato, a dirottarlo nelle spire della concentrazione capitalistica della finanza, oppure a continuare a chiedere credito alle banche finché ce n’é senza pena di un suo ulteriore indebitamento.

Tant’è, che nei confronti della propaganda ottimistica dei giornali finanziari Michael Harnett, principale stratega finanziario della banca di investimento Bank of America, ironizza sul facile ottimismo degli operatori finanziari di fronte alle borse in rialzo affermando che è “affascinante che così tanti considerano l’inflazione transitoria, quando gli stimoli, la crescita economica, l’inflazione sugli asset, beni d’uso ed immobiliari sono permanenti“. Anzi previene l’ironia con la dura realtà che solo un crack totale generale del mercato finanziario potrebbe evitare l’inevitabile inasprimento delle politiche delle banche centrali sui tassi di interesse e sulle concessioni del credito a pioggia, il che significa aumento del saggio di interesse per la concessione del credito per l’anticipo del capitale e per il consumo di massa e se le garanzie offerte in cambio sono scarse allora il cordone della borsa non viene allentato e piccole imprese e famiglie debbono fallire secondo il principio economico della concentrazione capitalista.

In sostanza, è in atto l’erosione non transitoria ma generale evidente della capacità del consumo di massa, della circolazione capitalistica, di concorrere nella realizzazione del profitto e del saggio di interesse del capitale finanziario, sostenuta attraverso l’indebitamento delle famiglie in cambio della garanzia del prodotto del lavoro sociale futuro accumulato, che tanto, negli ultimi 40 anni, ha tenuto la linea di galleggiamento dell’accumulazione nella sua storica caduta del saggio del plusvalore.

L’aumento dei consumi, che dovrebbe essere indicativo di una ripresa della crescita economica, è di fatto confinata al consumo sul mercato dei beni finanziari e monetari, la cui aspettativa di realizzo del saggio di interesse è legata alla prospettiva non corrispondente alla realtà dei fatti, ossia del regime asfittico della produzione e del valore determinato dal lavoro sociale complessivo in special modo.

La ripresa economica americana ha creato 559 mila nuovi posti di lavoro attraverso le riaperture dell’industria capitalistica legata alla produzione di beni di consumo e valori di scambio nelle catene dei servizi, del commercio e del turismo. Ma questi si sono tradotti nella creazione di sole 227 mila nuove buste paga, solo per la metà si parla di nuova occupazione, mentre l’altra metà è il precariato cronico cui è sottoposto il nuovo giovane proletariato meticcio nell’industria dei servizi commerciali e finanziari, nel turismo. Viene raccontato che a maggio 2021 c’è stato un miglioramento rispetto al tasso di disoccupazione che era nell’aprile 2020 era del 6,1%, mentre oggi è a calato al 5,8%. Ma la disoccupazione assoluta al tempo stesso non è diminuita secondo le previsioni, ed addirittura è peggiore rispetto ai dati pre pandemia secondo i dati forniti dal Bureau of Labour Statistics, che chiariscono che il tasso di disoccupazione era del 3,5% pari nel triennio precedente alla pandemia e pari a 5,7 milioni di disoccupati, mentre nel 2020 ed ad inizio 2021 vi sono 9 milioni di disoccupati stabili [n.d.r. non sto qui a spiegare che le statistiche americane escludono dai disoccupati tutti coloro che hanno prestato una offerta di lavoro saltuario, mentre le liste per gli assegni di disoccupazione si allargano a fisarmonica ogni volta che un lavoratore viene messo in aspettativa non pagata dalla impresa capitalistica o il contratto a chiamata o precario scade – e dunque le liste di unemployment per la richiesta degli stimulus check si compongono di decine e decine di milioni e nell’aprile 2020 raggiunsero i 47 milioni].

Nelle attività e nelle catene della GIG economy che ripartano manca la forza lavoro, non ci sono sguatteri proletari e produttori di plus lavoro disposti ad offrire le proprie braccia sul mercato ad al servizio della produzione del valore capitalistico.

Gli economisti borghesi narrano che questo accade perché negli Stati Uniti ancora sono attivi gli stimulus check ed il blocco degli sfratti in molti stati. Dunque le nuove generazioni proletarie preferiscono rimanere a casa ad oziare finché gli assegni dello stato federale sono garantiti. Qualcosa però non quadra con questa spiegazione. Lo stesso fenomeno di penuria di offerta nel mercato della forza lavoro accade anche in Australia dove gli stimulus check non vi sono completamente, così come non spiega il fatto che nella logistica e specialmente in Amazon quegli stessi giovani proletari vengono ingaggiati di nuovi a centinaia di migliaia in tutto il nord america. Se così fosse perché le centinaia di migliaia di giovani proletari avrebbero preferito farsi spezzare la schiena nei magazzini Amazon e per un lavoro precario a 400 dollari o 520 dollari alla settimana, piuttosto che rimanere a casa con l’assegno dello stato di 400 o 600 dollari alla settimana?

E se l’inflazione aumenta del 18% sul mercato immobiliare anche il mercato degli affitti rischia di esplodere e con esso la bomba sociale proletaria che magari ancora campa qua e là con gli assegni dello stato federale, ma rischia di non avere più un tetto sotto cui vivere, in una situazione dove nelle grandi città dell’area del Pacific West le strade delle downtown ed i parchi dei centri cittadini sono distese di accampamenti e di tende di proletari senza casa e fissa dimora. Le catene multinazionali della ristorazione e del turismo sono di nuovo a pieno regime, ma l’enorme investimento di capitale fisso rinnovato con lo sforzo del mercato finanziario ha i locali vuoti, non si sa per una cronica diminuzione della propensione al consumo, per la mancanza di forza lavoro proletaria insufficiente a fare andare a regime il motore dell’accumulazione, o infine perchè in una America a stelle strisce dove ancora la metà della popolazione non è vaccinata (ed in alcuni stati della rust belt si arriva a non più del 20% o del 30% della popolazione che abbia inteso vaccinarsi) prevale la paura del virus e delle sue varianti. Non c’è nulla di più insondabile della psicologia della masse determinate dal caos e dalla crisi capitalistica, che squadra i conti degli andamenti del rilancio dei mercati borsistici impulsati da nuovo debito basato sul prodotto del lavoro sociale futuro accumulato, che però non garrisce al vento e non riavvia la circolazione del capitale per mezzo della ripresa del consumo di massa. E la punta di lancia del nuovo modello della produzione industriale Amazon, ci racconta che ogni giorno milioni di pezzi unitari delle merci prodotte per la vendita sulla piattaforma e-commerce vengono distrutte e mandate al macero negli hub Amazon dell’Inghilterra, come l’altra faccia di una crisi di sovra produzione, di un eccesso di capitale sociale complessivo che non riesce a valorizzarsi attraverso la realizzazione del profitto.

E se gli USA predispongono la ritirata economica, finanziaria e militare dall’Afghanistan ed ai confini della Road Initiative cinese, perchè non possono fare altrimenti, cercano di predisporre la santa alleanza occidentale contro la Cina, e soprattutto strategicamente imperniata nel assicurare nel suo campo alleato uno dei paesi capitalistici più emergenti ed importanti del blocco BRIC (Brasile, Russia, India, Cina), che possa esercitare una funzione di contrasto militare, economico e demografico alla pari con il paese del Dragone Rosso: l’India, quella illusione pacifista e ghandiana sconvolta dalle rivolte per la terra di centinaia di milioni di lavoratori diretti delle campagne affamati e strangolati dalla più perversa e sconvolgente riforma agraria imposta dalle multinazionali occidentali e dal rampantismo industriale indiano.

Ma come il caos generale domestico degli Stati Uniti d’America rimane intricato, la ritirata afghana scontenta tutti gli alleati occidentali e soprattutto il grande alleato indiano, che ora vede a rischio tutti i suoi investimenti miliardari precedentemente dirottati in Afghanistan, così come suggeriscono a Germania ed Italia a ripensarci su circa la propria fedeltà incondizionata patto atlantica, ed i vertici dei vertici militari italiani (custodi degli interessi imperialisti del bel paese agenti nell’Afghanistan occupato) nel mentre si ammaina il tricolore all’interno delle basi NATO, definiscono la ritirata una sconfitta senza gloria.

il saluto militare durante l’ammaino del tricolore in una base NATO in Afghanistan

Intanto, come risposta agli USA ed al suo guanto di sfida nel G7, la Cina ostenta la sua muraglia di acciaio composta dal suo miliardo e quattrocento milioni di patrioti lavoratori pronta a rispondere a qualsiasi azione di bullismo statunitense ed occidentale. Però nel popolo patriota e lavoratore si fa labile il ricordo di quelle centinaia di milioni di contadini per cui il motto nazionalista del 996 (lavoro dalle nove del mattino fino alle nove di sera, sei giorni alla settimana) all’insegna dello sviluppo delle forze produttivi capitaliste e dell’accumulazione del valore, effettivamente ne rappresentava l’emancipazione dall’isolamento e dalla povertà delle campagne. Il nuovo giovane proletariato cinese è sempre meno figlio di quel passato e per la materialità delle proprie condizioni di vita l’appello di Ji Xiping che “il lavoro duro è la via per la felicità” è un refrain che non trova le condizioni materiali di convincimento.

Cosa rimane sul campo Afghano?

In Afghanistan l’imperialismo USA ed occidentale ha condotto una sporca guerra di rapina per venti anni, il cui costo umano è stato prevalentemente pagato dalla prima linea delle truppe occidentali rappresentate dall’esercito di quello stato democratico afghano addomesticato dall’imperialismo e composto da proletari e contadini poveri in divisa, cui ha concesso alla locale borghesia le poche briciole sulla tavola dei briganti. Circa sessantamila sono i morti tra le fila dell’esercito lealista afghano, mentre più di cinquantamila tra i civili (lavoratori delle città e delle province rurali, donne e bambini). Che con il ritiro delle truppe USA e Nato se ne sancisca la sconfitta sul piano prospettico dalla parte degli sfruttati è una ottima notizia.

Però, la resistenza popolare talebana composta da ribelli delle montagne e contadini è stata lungi dal rappresentare una istanza di ribellione popolare anti imperialista, simile a quelle suscitate dal moto spontaneo degli sfruttati arabo islamici che infiammarono il mondo musulmano dal Nord Africa all’Indonesia passando per tutto il Medio Oriente, all’indomani della volontà borghese dell’Iraq di Saddam Hussein di contestare l’ordine imperiale in Medio Oriente. Quel moto di ribellione internazionale degli sfruttati arabo islamici è stato di fatto sconfitto sul piano militare dalla lunga guerra imperialista in Medio Oriente ed in Iraq, annichilito dai vari desert storm, dalle bombe intelligenti e dai phantom fury e dalle bombe al fosforo sulla resistenza popolare di Falluja con cui non solo ha piegato l’Iraq ma che ha agito come minaccia terrorista e criminale dell’imperialismo su tutti gli sfruttati e proletari dell’area. Una dura sconfitta, non solo per via delle direzioni borghesi e le loro prospettive non estranee alle necessità del capitalismo come sistema generale, ma soprattutto sul campo della guerra impari, che ha determinato il riflusso di quel movimento spontaneo delle masse sfruttate arabo islamiche in reazione al fallimento storico del precedente ciclo del nazionalismo democratico borghese arabo, ad in luogo del ripiegamento delle masse oggi dietro quelle bandiere con la mezza l’una islamica rimane solo il guscio vuoto anti proletario delle direzioni borghesi e piccolo borghesi che quel movimento di insorgenza spontanea rappresentò. Questa è la fotografia che emerge non solo in Afghanistan, ma nella Cisgiordania occupata da Israele e governata dell’Autorità Nazionale Palestinese, a Gaza nel lagher a cielo aperto governato da Hamas, in Siria ed in tutta l’area nord africana e medio orientale.

Dietro la resistenza talebana è difficile notare una resistenza degli sfruttati poveri afghani. La guerra dell’imperialismo lì, nell’isolamento da una sollevazione più generale e di area, ha costretto i contadini poveri delle campagne ed i lavoratori e proletari sfruttati delle città l’unica dinamica possibile: indossare la divisa (formale o informale) o accodarsi sotto la protezione della forza militare che meglio garantisce la loro condizione e riproduzione della vita quotidiana. Laddove l’occupazione imperialista degli Stati Uniti non ha garantito la sicurezza delle vite umane, lo sviluppo dalla arretratezza, l’orientamento è stato verso le divise talebane ora accolte con un sentimento di aspettativa. Nei centri delle città, viceversa e tra i lavoratori di Kabul, la difesa della propria vita ha significato collaborare con l’unica divisa militare che potesse rappresentare la riproduzione della vita umana, quelle della U.S. Army e delle truppe Nato.

Se la ritirata americana è una sconfitta più cocente di quella subita in Vietnam, dal punto di vista degli oppressi dell’imperialismo, questa non rappresenta uno temporaneo successo di un moto anti imperialista degli sfruttati afghani, come lo fu per il popolo vietnamita.

Alcuni villaggi e distretti finiti immediatamente sotto il controllo delle forze talebane con il ritiro delle truppe U.S.A. molti contadini poveri e molti sfruttati hanno certamente accolto con favore l’arrivo delle nuove milizie, proprio perché il fallimento della lunga guerra non ha portato – come era evidente – alcun progresso dal sottosviluppo. Laddove, viceversa, dove il piccolo traffico, il piccolo commercio e la rete di collaborazione con l’occupazione militare degli Stati Uniti ha dato modo a contadini poveri e lavoratori di campare e sopravvivere, il controllo del territorio e l’avanzata delle forze talebane rappresenta un elemento di forte preoccupazione per come i proletari hanno riprodotto la propria esistenza in questi venti anni di guerra. In sostanza il proletariato di Kabul in queste ore vive con una certa ansia e stato di disperazione la ritirata delle truppe statunitensi. Mentre i proletari delle regioni rurali e dei distretti cittadini minori sperano che il nuovo assetto possa garantire loro migliori condizioni di esistenza.

Ma all’orizzonte non vi è spazio per ripercorrere l’emancipazione contadina delle centinaia di milioni di lavoratori della terra cinese, all’interno di un moderno sviluppo delle forze produttive capitalistiche e dello sfruttamento operaio capitalistico. All’orizzonte non c’è alcuna socialistica patria o aspirante tale, ma solo la catena in acciaio fuso dell’oppressione imperialista degli sfruttati proletari e contadini poverissimi nel nome dello yuan al posto del dollaro.

Questo è il dramma che il proletariato vive di fronte alla guerra, ad ogni guerra, quando contro di essa o sopra di essa non insorge l’auto attività rivoluzionaria delle masse sfruttate.

Questo è un elemento ed una considerazione che l’intera sinistra occidentale dovrebbe riflettere, la cui totale mancanza di comprensione – e per l’effetto anche su di essa dei desert storm e dei phantom fury – l’hanno fatta ubriacare della peggiore miopia alla coda dell’oppressione e manomissione imperialista dell’intera area. Dove in Siria si è guardato alle rivoluzioni sociali e del cooperativismo popolare del Rajova di cui le leadership borghesi invocavano il non ritiro delle truppe americane, oppure alla resistenza cosiddetta anti imperialista degli Assad (espressione di un contro fronte in emersione russo cinese altrettanto imperialista), all’ubriacatura che nel fronte e nello scontro reazionario della guerra balcanica siriana, imposta dalla manomissione dell’imperialismo occidentale, si è finito per mettere tutti sullo stesso piano: imperialismo occidentale ed fronti emergenti di imperialismi d’area, ognuno come rappresentante morale del proletariato occidentale scegliendo un errato ed inesistente campo più progressivo di schieramento all’interno del macello degli sfruttati medio orientali e della balcanizzazione dell’intera area, dimenticando il principale e doveroso atteggiamento e posizionamento da chiarire qui: tagliare e combattere la catena dell’oppressione imperialista e capitalista a partire dallo schieramento contro il proprio imperialismo, quello italiano, per esempio, che oggi vede a rischio i suoi investimenti nell’area afghana come conseguenza della ritirata delle forze militari U.S.A. e dell’avanzata talebana nel controllo del paese.

Nel mezzo gli sfruttati afghani (o quelli in Siria) si muovono per moto di necessità e di protezione delle proprie condizioni di vita e della propria esistenza quotidiana, lottano per una libertà che nessun contendente locale od esterno può loro assicurare. Viceversa gli sfruttati non si mobilitano sulla spinta di presupposti ideali. Indicare da qui ai popoli che noi dominiamo cosa essi dovrebbero fare come sfruttati proletari (combattere il perfido Assad, ma combattendo innanzi tutto e al tempo stesso il massacratore imperialista occidentale che sgancia le bombe dall’alto, lanciando segnali internazionalisti ai proletari curdi che però dovrebbero a loro volta separarsi dalle proprie borghesie nazionali che sul campo si accordano con i criminali occidentali) è pura ideologia inconcludente ed internazionalismo da piccolo chimico, quando qui, invece, non riesce a manifestarsi nemmeno il balbettio di opposizione proletaria alle guerre di rapina italiane in Africa, in Libia, in Siria ed in Afghanistan, di cui si commemorano ancora i morti di Nassiria ed i defunti ambasciatori Attanasio, mentre ci si spende per la cittadinanze del povero Zaki, ma un bracciante nero ed immigrato morto ammazzato a colpi di lupara nelle campagne delle piantagioni neo schiavistiche italiane non fa sdegno e non fa notizia, non vale una ora di sciopero dei lavoratori.

Purtroppo l’effetto del riflusso del moto spontaneo delle masse sfruttate che dall’area del Maghreb fino all’Indonesia ed della sua conseguente balcanizzazione attraverso le guerre di bassa intensità non svanisce con la ritirata afghana dell’imperialismo americano. Ma anche su questo versante gli scricchiolii dell’ordine della catena globale dell’oppressione imperialista si cominciano ad udire, nelle rivolte delle città di Israele in Palestina, della Cisgiordania occupata in quelle degli ebrei israeliani etiopi contro il razzismo bianco degli ebrei israeliani, nella rivolta del mare magnum contadino e poverissimo dell’India e dei proletari dell’Indonesia, delle rivolte in America Latina e nelle città americane dei proletari neri e meticciati in rivolta, che come esperienza viva spazzano via tutte le prospettive e le formalizzate “resistenze” borghesi attualmente ancora agenti sul campo e determinate dai vent’anni della occupazione e della guerra imperialista U.S.A. ed occidentale nell’intera area. Non vi sono fronti progressisti nel campo degli sfruttati e dei popoli musulmani dominati dall’imperialismo, che agiscono nell’area medio orientale o in Afghanistan nei confronti cui sperare per un loro successo solo al fine di indebolire il mostro peggiore. Non vi è una alcuna Cina da “preferire” perchè meno vampira del dominio genocida delle portaerei U.S.A. e del dollaro. I secondi ed i primi hanno determinato in questi vent’anni le linee di scomposizione e di divisione degli sfruttati di un intero pezzo di mondo, attraverso l’economia, il neo colonialismo, la finanza e la guerra, la cui risalita degli sfruttati dall’abisso manda segnali di vita, ma la cui dinamica formale è composita e non lineare e sicuramente non è presente in alcune delle forze politiche soggettive in azione prodotto dal ciclo precedente di espansione dell’economia e delle lotte anti coloniali ed anti imperialiste. Segnali che vengono dallo strato profondo della società, cui anche lo spauracchio anti proletario talebano è costretto a farci i conti, cercando di cavalcare spinte inedite ed inaspettate che prorompono dallo scompiglio profondo del caos capitalista, che spinge le masse a non poter vivere ed in talune circostanze a non voler vivere come prima. Così accade che in alcuni distretti che i talebani già controllano debbano indietreggiare – per evitare la rabbia delle lavoratrici e delle donne sfruttate – e retrocedere nella ortodossia del patriarcato capitalista in salsa “islamica”, a venire a compromesso con l’orgoglio delle lavoratrici e la voglia di riscatto delle giovani fanciulle delle famiglie povere contadine e dei lavoratori delle città, concedendo a queste giovani ragazze ed adolescenti, laddove non possono fare altrimenti, la frequenza scolastica ed alle donne il lavoro come educatrici nelle scuole.

Quello che il caos capitalistico e dell’ordine imperialista ci consegna all’immediato è la soddisfazione per l’indiscutibile sconfitta che affligge anche l’imperialismo italiano e del suo capo fila attuale yankee, per cui per recuperare gli investimenti in fumo non diminuisce il suo sciovinismo tricolore. A tal fine il capitale italico già agita le sue campagne democratiche, umanitarie e razziste contro i barbari islamici talebani oppure contro i cinesi autocrati, illiberali ed oppressori pronti a sostenere la reazione feudale islamica in Afghanistan per il loro interesse economico, uno sciovinismo social imperialista a tutto tondo che bisognerebbe – per stare nel solco futuro degli sfruttatigià da adesso anticipatamente contrastare e denunciare.

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