L’aggressione violenta del capitale ai lavoratori SI Cobas di Fedex ed il sindacalismo di classe alla prova della crisi capitalistica

Il 12 giugno questo blog ha pubblicato un posto sulla sua pagina Facebook che qui più viene riportato. I fatti di Lodi rappresentano un momento difficile e delicato in cui i lavoratori della logistica e della filiera Fedex si trovano ad affrontare.

La fase economica del capitale in cui si confronta la lotta operaia nella logistica

Terminata la fase di crescita dell’industria della logistica mondiale, in cui la lotta esemplare dei lavoratori della logistica, organizzati nel SI COBAS e nella ADL COBAS, riusciva a conquistare diritti per i lavoratori, miglioramenti salariali, rispetto dei contratti nazionali di categoria e smascherare la giungla degli appalti e delle cooperative – spesso collegate all’affarismo imprenditoriale amico del PD e della CGIL in special modo nella “ex Emilia Romagna rossa” -, oggi quei lavoratori debbono confrontarsi con le multinazionali del trasporto e distribuzione merci che sono coinvolte in una fase accresciuta di competizione e concorrenza sul mercato mondiale. In sostanza, le difficoltà reali cui la lotta e l’organizzazione dei lavoratori nascono dalla nuova fase di ristrutturazione capitalistica della logistica che la nuova fase di crisi generale economica impone.

Il 12 giugno sulla pagina Facebook di Noi non abbiamo patria il blog scriveva.

La versione dei fatti di Lodi, l’aggressione vigliacca ai lavoratori TNT/Fedex di Piacenza licenziati in tronco per la chiusura del magazzino di Castel San Giovanni, raccontata dal Corriere della Sera (ma non solo stante le prime note diffuse dalla Questura e dalla Prefettura di Lodi) fa davvero rabbia.

la versione dei fatti del Corriere della Sera

Mentre si esprime la totale solidarietà ai lavoratori aggrediti e al SI COBAS, non possiamo eludere – semplificandoli – i problemi reali che vedono i lavoratori, che non vogliono piegare la testa, nel doversi confrontare con dei rapporti di forza generali temporaneamente decisamente sfavorevoli.

Se la sensazione è che in queste prime battute la multinazionale Fedex ed i suoi padroncini mantenuti ricorrono a corrompere ed ingaggiare squadristi (attenzione anche con la pelle nera), la gran parte dei lavoratori, nelle fabbriche o nella logistica non organizzata, che “stanno alla finestra” a quale versione sono tendenti a credere, alla nostra versione dei fatti o a quella fornita dalla Questura e dal Corriere della Sera? E se ritenessero di credere alla versione delle istituzioni dello Stato, perchè? Perchè non hanno “sangue nelle vene” o perchè sono sottomessi alla paura di perdere il posto di lavoro in una fase di generale crisi capitalistica e di ristrutturazione della logistica?

È giusto cominciare a ragionare che gli scioperi e le lotte debbano porsi il problema della autodifesa proletaria, perchè gli attacchi potranno arrivare da “mazzieri” pagati o – un domani – da proletari (anche con la pelle nera) istigati dalla oppressione capitalista.

Nel difenderci, non dovremmo mai concedere alla istintiva aspettativa che le forze dell’ordine intervengano a nostra difesa o a far da “paciere”. Ma anche non dovremmo mai cedere alla facile tentazione di additare chi al momento non lotta con noi come dei “venduti”, “traditori” e privi di “sangue nelle vene”.

La crisi generale del capitalismo procede inesorabile e non vi è alcun decreto “sostegni” o una sua proroga che possa dilazionare, ritardare o posticipare l’attacco alle condizioni generali dei proletari. Non c’è decreto dello Stato che possa ostacolare la necessità capitalistica di ristrutturare pesantemente i cicli produttivi nella ricerca disperata di recuperare e invertire la perdita della accumulazione del plusvalore.

Fedex è nel mezzo di una lunga crisi reale che perlomeno data e si aggrava a partire dal 2019, quando rescinde uno ad uno tutti i contratti di collaborazione con Amazon. Lo fa perchè la partnership con Amazon la stava strangolando in un abbraccio mortifero. Si è indebitata del doppio rispetto al 2016 per predisporre un piano di ristrutturazione generale, ma le potenti finanziare fornitrici del credito e del capitale anticipato a Fedex sono scettiche che questo colosso americano della logistica mondiale possa riemergere e superare la sua attuale crisi di perdita di marginalità sui profitti netti.

Questo aspetto della crisi generale sta mettendo ad una difficilissima prova i ribelli lavoratori del SI COBAS. Ma le stesse leve economiche che al momento mettono in difficoltà i lavoratori, preparano che le “finestre sicure” da cui la maggior parte dei lavoratori stanno a guardare cominciano a cascare a pezzi. E con esse non semplicemente la perdita di salari, aumento dello sfruttamento e aumento dei licenziamenti.
Le condizioni generali della riproduzione della vita proletaria è già adesso duramente attaccata dai meccanismi impersonali del capitalismo attorcigliato in una sua crisi generale e storica.
Non avverrà quando il governo rimuoverà lacci e laccioli fatti di un sottile fil di lana alle ristrutturazioni padronali.

Sulla scala mondiale (Cina inclusa) è previsto un aumento medio della inflazione al 5% sui prezzi ed i beni di prima necessità, che significa un taglio dei salari medi del 5% su scala mondiale, meno soldi per sfamare le pancie e le famiglie proletarie.

La cossiddetta rivoluzione dell’economia verde per salvare il pianeta la cui natura ed il suo sfruttamento ha raggiunto un livello di rottura catastrofico, è bloccata dalle stesse leggi impersonali del capitalismo che tentano la disperata carta della “decarbonizzazione” e della “deidrocarburizzazione” della produzione capitalistica.

Il costo per l’estrazione e sgrezzatura dei metalli rari della nuova “economia pulita” è aumentato del 137% rispetto al 2019, e con esso lo sconquasso della natura rilasciando fuori dalla terra scorie di rocce cariche di alte dosi di nucleidi instabili e di metalli pesanti che inquinano fiumi, laghi e campagne.
Per realizzarla servirebbe un investimento di 35 trilioni di dollari, ossia 35 milioni di miliardi di dollari. Gli stati capitalistici avanzati dovrebbero farsi carico delle necessità di un capitalismo impersonale e collettivo per setacciare le “risorse” sottraendole dalle bocche proletarie e dei lavoratori diretti della terra che ora “transitoriamente” ed in Italia guardano dalla finestra.

È con questa visione che ai lavoratori Fedex attaccati dal capitale, stato e scagnozzi, seppur continuando a non voler piegare la testa e continuando a lottare contro i licenziamenti, servirebbe un ragionamento ed una riflessione collettiva dei lavoratori che già lottano, per realizzare primi momenti, i primi ponti, sotto le finestre ed i balconi che stanno franando. Concludere viceversa che chi, qui ed ora, non sta con noi è contro di noi, espone i lavoratori ribelli e coraggiosi di beccarsi in testa i calcinacci dell’edificio capitalistico che sta marcendo dalle sue fondamenta.

Solidarietà incondizionata ai lavoratori Fedex di Piacenza vigliaccamente aggrediti davanti al magazzino di Lodi Fedex/Zampieri.

In questi due giorni i commenti su questa vicenda si sono sprecati, tutti però volti a non voler affrontare i nodi della difficoltà reale di rapporti di forza contro la quale la lotta dei lavoratori licenziati a Piacenza, della filiera Fedex, organizzati nella stragrande maggioranza (dall’80% al 90%) dal SI COBAS e dalla ADL COBAS, si sta confrontando.

C’è una intuizione corretta dei lavoratori “ribelli” della logistica e della filiera Fedex organizzati con il SI COBAS: la multinazionale nord americana impone una ristrutturazione dove vuole mettere fuori dai magazzini i lavoratori che oggi hanno conquistato contratti e condizioni contrattuali dignitosi, con altri lavoratori addomesticabili o passivizzati, dunque più accondiscendenti a ricevere minori paghe, contratti a somministrazione e regimi di sfruttamento e carichi di lavoro senza fiatare.

C’è una verità in questa intuizione, che è però parziale. Fedex non intende abbassare il monte salari medio per la semplice voracità di profitto, come se questa voracità fosse una caratteristica morale del padrone e per di più della etica del padrone americano. Fedex è alle prese, nonostante il volume dei fatturati sempre crescente, con una perdita secca dei margini di profitto e con un crescente indebitamento [1 – vedi scheda analitica economica Fedex in fondo all’articolo], cui l’acquisto e la fusione della multinazionale concorrente olandese TNT del 2016 non ha portato i benefici sperati, bensì ad una maggiore esposizione del debito consolidato della multinazionale negli ultimi 4 anni, mentre la competizione nel trasporto e distribuzione merci sul mercato mondiale è sempre più agguerrita, necessitando continue ristrutturazioni del processo produttivo e sempre più anticipo di credito e di capitali da parte delle banche finanziarie con cui ci si indebita.

L’attacco cui i lavoratori Fedex sono oggi sottoposti attualmente in Europa era già nell’aria dal 2019 quando quattro grandi finanziarie di Wall Street declassarono il titolo della multinazionale a fronte dell’allarmante peso del debito sul bilancio Fedex. L’espansione del colosso Amazon che impone ai driver tradizionali della logistica prezzi ribassati e marginalità di profitto sempre inferiori (al punto che l’espansione Amazon sta portando il servizio nazionale statunitense di U.S. PS sull’orlo della bancarotta finanziaria), ha costretto Fedex a sottrarsi dalla partnership con la multinazionale di Seattle dismettendo uno ad uno unilateralmente i suoi contratti di collaborazione di trasporto merci internazionale con la corporate di Jeff Bezos, e di ristrutturare il suo modello produttivo e di business in funzione di una diretta competizione con Amazon sul suo stesso terreno dell’e-Commerce. Il primo impatto è stato un accresciuto indebitamento di Fedex nei confronti delle banche e le grandi finanziare di Wall Street azzerando il recupero di marginalità dei profitti derivanti dall’acquisizione di TNT.

andamento del debito consolidato di Fedex – dati forniti da macrotends.

Oggi, Fedex ha una marginalità di profitto pari al 1,85% mentre nel 2018 era del 6,98%, il che significa che per ogni dollaro di ricavato per la vendita di beni e servizi la multinazionale trattiene come profitto netto 0,0185 millesimi di dollaro, mentre nel 2018 tratteneva 0,0689 millesimi di dollaro ed è ancora decisamente inferiore rispetto al quadriennio 2011-2014.

sebbene il 2020 indica una certa risalita rispetto all’anno precedente, contemporaneamente il debito consolidato e l’esposizione verso le grosse banche si è raddoppiato: al 31 novembre 2018 il debito consolidato verso le banche da parte di Fedex era di 34 miliardi di dollari, a fine febbraio 2021 esso è salito a circa 61 miliardi di dollari. Ossia quasi pari al fatturato globale di Fedex del 2020 che è stato di 69,2 miliardi di dollari.

Allora è ovvio che i carichi ed i ritmi di lavoro che la ristrutturazione comporterà e la necessità di abbassare il volume dei salari medi non è causa di una personale voracità di profitto da parte della multinazionale, bensì l’offensiva sui lavoratori è determinata dalla perdita secca che Fedex sta subendo nel suo posizionamento nella competizione mondiale con Amazon e con la cinese Alibaba, le quali dettano le condizioni alla logistica tradizionale, e si contendono le piattaforme globali dell’e-Commerce, dotandosi esse stesse di una rete ed di una infrastruttura logistica di trasporti in continua espansione, fatta di flotte aree e su gomma.

In che consiste inoltre la ristrutturazione del modello produttivo di Fedex? C’è un’altra importante intuizione da parte dei lavoratori Fedex organizzati nel SI COBAS e tra i circa 300 lavoratori di Piacenza cui il magazzino di Castel San Giovanni è stato chiuso e loro messi in mezzo ad una strada.

Fedex alla rincorsa competitiva con Amazon

Fedex guarda al modello Amazon, il quale è basato sulla capacità della corporate di Jeff Bezos di realizzare un nuovo corporativismo aziendale nei confronti dei sui lavoratori. I lavoratori vengono assunti direttamente da Amazon con contratti a tempo indeterminato (badge blu), mentre uno stuolo di lavoratori trimestrali, settimanali o per i week end (badge bianchi o badge verdi) vengono ingaggiati di continuo secondo la modalità usa e getta, mentre sulla massa dei lavoratori vige lo spremi e consuma in cambio di paghe leggermente migliori dei loro colleghi impiegati nei magazzini delle altre aziende della logistica ed accecati dal miraggio di una loro stabilizzazione come badge blu se rincorrono i regimi di iper produttività aziendale.

Alla prova dei fatti, guardando agli Stati Uniti d’America, il neo corporativismo aziendale riesce ad averla vinta sui tentativi di sindacalizzazione dall’alto e tradizionale dei lavoratori come la vicenda delle elezioni sindacali nel magazzino di Bessmer ha dimostrato.

In Italia ed in Europa Amazon si serve delle locali leggi che regolano il mercato del lavoro (per esempio attraverso il lavoro a somministrazione) e non ha bisogno del regime degli appalti, subappalti e delle cooperative per assicurarsi la divisione dei lavoratori e la pace sociale negli impianti. Nella sostanza Amazon si espande mettendo al lavoro quell’insieme di proletari espulsi dalla produzione capitalistica e della industria tradizionale e dai servizi legati alla produzione cui la crisi generale del capitalismo sta generando. Questi lavoratori, improvvisamente finiti in mezzo alla strada, accettano – perché al momento non possono fare altrimenti – le condizioni di sfruttamento che Amazon loro impone.

Lo possiamo constatare nel grande polo Amazon del centro Italia di Passo Corese in provincia di Rieti e vicino Roma. Gran parte di questi lavoratori sono trentanni che hanno perso il loro contratti e posti di lavoro “garantiti”, sono disposti a concedere l’ultima goccia di sudore, di sangue e di filamenti dei loro tendini nella speranza che i loro contratti trimestrali da badge verdi possano essere un giorno trasformati in badge blu a tempo indeterminato. Altri sono nuove generazioni proletarie di ventenni cui Amazon rappresenta la possibilità di uscire dal precariato cronico se essi affidano testa e muscoli al raggiungimento degli obiettivi di produttività e di economia della multinazionale.

Il magazzino di Passo Corese è composto da una metà di lavoratori diretti a tempo indeterminato ed un’altra metà a somministrazione, mentre nei periodi delle festività e delle tredicesime e quattordicesime il numero degli interinali diventa il doppio dei blu attraverso ingaggi per periodi settimanali, di weekend o per singole giornate. In questa gerarchia dello sfruttamento – che è pressoché identico tra stabilizzati e somministrati – al momento Amazon riesce a sottomettere i lavoratori alle necessità della produttività capitalistica e della produzione del valore e del profitto, legando meritocraticamente il miglioramento delle condizioni di lavoro proletarie (salari e stabilità del posto di lavoro) ad un modello di neo corporativismo aziendale capitalistico.

Il recente sciopero di filiera Amazon indetto da Filt-CGIL, Fit-Cisl e Uil-Trasporti del 22 marzo da questo punto di vista ha fallito ad incrinare il neo corporativismo aziendale, nonostante primi importantissimi segnali di insofferenza dei lavoratori a questo modello dello sfruttamento, e che si stanno cominciando ad esprimere all’interno della filiera Amazon in Italia, in Polonia e Germania ed soprattutto nel nord degli Stati Uniti ed in Canada. Una insofferenza che necessariamente è minoritaria rispetto alla massa dei lavoratori impiegati (Amazon è il terzo datore di lavoro al mondo con circa 1.200.000 addetti, che appunto raddoppiano in brevi periodi dell’anno). Lo sciopero di filiera Amazon ha fallito perché, benché i confederali sbandierassero più di 300 iscritti all’interno del polo di Passo Corese (su un totale di 2400 lavoratori tra indeterminati badge blu e somministrati badge verdi), essi non sono stati organizzati ad esercitare una leva verso la maggioranza dei lavoratori al momento passivizzati dal neo corporativismo meritocratico, rendendoli visibili ed organizzati a Passo Corese davanti ai cancelli della multinazionale. No a questi lavoratori gli si è detto di starsene a casa e davanti al polo Amazon di Passo Corese c’erano solo pochi funzionari e burocrati confederali ed una piccola pattuglia del SI Cobas romano (che non ha al momento collegamenti diretti con i lavoratori di questo polo Amazon). Come dire, indire uno sciopero cui nessuno si accorge che ci sia e che passa inosservato agli occhi dei lavoratori al lavoro all’interno dei magazzini e senza possibilità di confronto diretto tra lavoratori, tra chi lotta e chi cerca individualmente il miglioramento delle proprie condizioni di vita e di lavoro, la bega sulla conta delle adesioni allo sciopero tra sindacati ed azienda è insignificante, in quanto uno sciopero così condotto non può realizzare alcun passaggio utile.

C’è da dire “a discolpa” (ma è ovviamente un eufemismo) dei confederali che la preoccupazione che lo sciopero, sicuramente minoritario, poteva esporre i lavoratori agli occhi attenti della vigilanza neo corporativa padronale, ed alle ritorsioni del padrone su base meritocratica. Tant’è che anche all’interno degli stabilimenti Amazon non vi era alcun volantino confederale affisso nelle bacheche o diffuso sottobanco. Ma fatta la premessa circa la “discolpa”, il collaborazionismo dei sindacati confederali al capitale non può far altro che confermare e rafforzare l’attuale difficoltà dei lavoratori, e come alternativa alla lotta organizzata difficile da realizzare, invoca l’intervento regolatore delle istituzioni e del governo indicando come difesa dal neo corporativismo Amazon che sottomette i lavoratori alle necessità economiche e di sfruttamento di Amazon, la stessa sottomissione dei lavoratori ma alle necessità del capitalismo nazionale italiano.

Fedex nella concorrenza mondiale con i colossi multinazionali del settore e con Amazon non solo investe in una pesante ristrutturazione dei processi produttivi cui affianca nel suo nuovo modello di business anche i processi dell’e-Commerce in diretta concorrenza con Amazon stessa (operazione che accelera la sua esposizione debitoria di lungo periodo verso le banche e holding finanziarie). Ma Fedex tenta, a partire da presupposti di partenza differenti nel rapporto con i suoi lavoratori, anche di copiarne il modello neo corporativo, pianificando una riorganizzazione dei rapporti con le maestranze operaie sempre meno basato sul mercato paludoso degli appalti e sub appalti dei magazzini ai padroni locali italiani, ma più orientato alla internalizzazione diretta dei lavoratori.

Poco dopo i provvedimenti giudiziari da parte della Procura di Piacenza contro i lavoratori Fedex del magazzino di Castel San Giovanni (la messa in arresto domiciliare dei responsabili provinciali del SI COBAS, la minaccia di revoca dei permessi di soggiorno, fogli di via e denunce a piede libero per i lavoratori – vicenda sindacale non direttamente legata ai provvedimenti di licenziamento in essere e di minaccia di chiusura del magazzino), arriva poco dopo il 29 marzo la rescissione di Fedex del contratto di appalto con l’hub di Piacenza che viene chiuso perché non più strategico nella distribuzione delle merci nel nuovo modello di business. Il piano aziendale prevede anche: l’internalizzazione di 800 lavoratori dagli hub di Padova, Ancona, Bari, Bologna, Firenze, Fiano Romano e Napoli Teverola; più il futuro investimento in un nuovo hub a Novara prevalentemente orientato alle attività inbound e outbound della nuova piattaforma e-Commerce Fedex. Fatti i debiti conti, oltre ai circa 300 licenziati di Piacenza, c’è aria anche di molti altri esuberi.

La decisione è confermata poi dall’accordo sindacale sbandierato da Filt-Cgil, Fit-Cisl e Uil-Trasporti – convocati (comandati) a Canossa dal management aziendale – come un successo della loro concertazione e trattativa che finalmente aprirebbe un grande spiraglio per la messa in mora degli appalti e subappalti, “delle illegalità” e dell’uso delle “forme improprie di utilizzo delle cooperative spurie” [si legge nei comunicati dei sindacati confederali di categoria] che loro, CGIL-CISL-UIL, in tutti questi ultimi dieci anni, mentre i lavoratori del SI COBAS ed ADL COBAS combattevano coraggiosamente a dispetto delle ritorsioni padronali e della magistratura e polizia, sono rimasti a guardare se non ostacolare la lotta perché invischiati con la rete imprenditoriale delle varie cooperative e sotto cooperative “ex-rosse” della Emilia Romagna e dell’area padana.

Purtroppo di fronte alla manovra Fedex non basta dire “brutti fetenti bugiardi, ipocriti infami e mafiosi” di CGIL, CISL, UIL. Perchè, ancor prima del corporativismo e collaborazionismo confederale, è di fatto l’operazione capitalistica a innestare nel terreno reale tra i lavoratori il seme della pianta della divisione, dello sconforto e della preoccupazione degli operai che fin qui in tutti questi anni hanno lottato uniti coraggiosamente e che oggi sono sicuramente indigesti ed indesiderati nel processo di internalizzazione, a meno che essi non accettino il diktat dell’economia e della produttività che Fedex rincorre e facciano “un passo indietro” rinunciando alle conquiste e alla loro organizzazione sindacale di lotta.

La fine di un ciclo di espansione della industria logistica all’interno della crisi più generale della accumulazione capitalistica?

La battaglia non è solo contro la chiusura del magazzino di Piacenza ed il licenziamento in tronco di circa 300 lavoratori organizzati con il SI COBAS. E’ l’intera filiera nazionale della logistica Fedex e gli assetti dei rapporti di forza tra lavoratori e necessità economiche dell’azienda che oggi vengono scossi. La battaglia riguarda i lavoratori dell’intero comparto della logistica che in questi dieci anni si sono battuti lottando ed organizzandosi nel sindacalismo di base e di classe in una fase in cui la logistica mondiale poteva espandersi assicurando alti margini di profitto per tutti i concorrenti principali, perchè progressivamente la distribuzione del trasporto merci e distribuzione è divenuto un elemento cardine del modello produttivo capitalistico complessivo basato sul just in time, sulla delocalizzazione delle produzioni e di semi lavorati su scala mondiale e del loro trasporto veloce. Le lotte della logistica di questi dieci anni si sono appunto inserite all’interno di una fase di espansione e di centralità della branca dell’industria della logistica mondiale prodotta essa stessa dalla crisi della accumulazione capitalistica mondiale che ha determinato il nuovo modello di produzione mondiale del valore basato sulle delocalizzazioni della produzione delle merci e dei semi lavorati. Oggi questa fase è in prossimità di raggiungere i limiti stessi che la crisi capitalistica della accumulazione generale fa ricadere sui i colossi industriali come Fedex, DHL, UPS, BRT e l’italiana di Poste Italiane SDA, mentre altri concorrenti ne sono usciti sconfitti, U.S. PS è a rischio bancarotta, TNT ha dovuto cedere nella competizione ed essere assorbita da Fedex.

La stessa espansione Amazon, che appare illimitata, rappresenta l’altra faccia di questa crisi. Oggi Amazon è alla disperata ricerca di nuove aree di mercato da cui estrarre plusvalore nel tentativo di non rimanere invischiata dalle difficoltà del suo core business dell’e-Commerce, che vede l’emergere di un temibile concorrente la Alibaba cinese, inoltre già dotata di un suo circuito finanziario di carte di credito e di crediti alle imprese (Alipay) che Amazon viceversa non ha.

Amazon lancia l’operazione Amazon Fresh nella distribuzione industriale di massa dei beni di consumo alimentari (di cui l’acquisizione di Whole Foods Market del 2017 per 14 miliardi di dollari da parte della corporation di Jeff Bezos ne è stato il primo tassello), andandosi a posizionare in diretta concorrenza con le produzioni agricole dominate dalle multinazionali dell’agro business e le altre multinazionali della catena della distribuzione dei beni di prima necessità alimentari e della ristorazione di cibo a sotto costo per le bocche proletarie, di cui tutte dominano le produzioni agricole mondiali e spingono alla fame centinaia di milioni di lavoratori diretti della terra e di lavoratori delle campagne senza terra, i cui lavoratori in eccesso a milioni spopolano le campagne defraudate in un processo di urbanizzazione catastrofico nelle città dei contenenti africani, della america latina, dell’india e del colosso asiatico. Quello che rimane in eccesso come offerta di forza lavoro che l’accumulazione capitalistica locale non può assorbire attraverso la sua domanda è costretta ad una immigrazione coatta determinata dalla rapina imperialista rappresentando i “dannati della terra” che bussano poi a confini armati degli Stati Uniti D’America, dell’Europa e dell’Italia.

Amazon ne potrà uscire con le ossa rotte oppure no, in ogni caso sarà difficilissimo continuare a lungo nel suo successo di sottomissione neo corporativa dei suoi lavoratori, perchè questo processo contribuirà il peggioramento drastico delle condizioni materiali e complessive di vita dei proletari, quelle stesse condizioni che impongono negli Stati Uniti d’America ai proletari della GIG economy (delle catene industriali della produzione di beni e servizi al commercio, alla ristorazione ed alla distribuzione vendita dei beni di prima necessità contro cui l’operazione Amazon Fresh si pone in diretta concorrenza) le peggiori paghe orarie dimezzate anche nei confronti del minimo federale della paga oraria di 7,2 dollari e prossimo ai livelli minimi di sussitenza imposti in Africa, Asia e America Latina. Questo processo determinerà un legame diretto delle loro condizioni della riproduzione della vita proletaria con le rivolte crescenti degli sfruttati delle campagne e per la terra in India, in America Latina, Africa, nell’estrema Asia e in Palestina, di cui stiamo assistendo tumultuosi segnali.

La reazione spontanea e la lotta dei lavoratori della logistica.

La reazione alla ristrutturazione capitalistica di Fedex da parte dei lavoratori è stata immediata impegnando i facchini e drivers in diverse notti consecutive gli scioperi e picchetti organizzati dal SI COBAS all’interno della filiera nazionale Fedex, bloccando con successo l’ingresso e l’uscita delle merci attraverso ben articolati scioperi consecutivi.

La reazione c’è stata già prima anche in Belgio. Ma dobbiamo constatare che le prime reazioni, al di là dei generosi e sinceri attestati di solidarietà reciproca, non è riuscita a realizzare il necessario collegamento delle strategie e delle lotte tra Italia e Belgio. E dobbiamo anche constatare al momento che la dura lotta sembra lontana dall’ottenere il suo obiettivo fondamentale prefissato, ossia la ricollocazione nella filiera Fedex dei licenziati di Piacenza e la possibilità delle rappresentanze dei lavoratori a contrattare i criteri della ristrutturazione sotto le forme della internalizzazione evitando la perdita secca delle conquiste dei lavoratori.

Non possiamo evitare di riflettere, che tanto più la lotta rimane isolata, essa è costretta a confrontarsi anche con le difficoltà interne che potranno circolare nelle prossime settimane e mesi, dove gli umori, le ansie e le preoccupazioni dei lavoratori vengono espresse in modalità differenti, perchè la ristrutturazione capitalistica all’insegna della internalizzazione agisce ed agirà come potente fattore divisivo dei lavoratori e della unità che la lotta del ciclo precedente aveva sedimentato. Gli umori dei lavoratori della filiera, tutti presi dalle stesse fatiche della lotta e dalle stesse ansie potranno orientarsi in maniera differenziata mano mano che le modalità della internalizzazione verranno svelate centellinandole dai piani alti del management aziendale circa le riorganizzazioni di Fiano Romano, Napoli, Bologna, Piacenza, Milano, Padova, ecc.

Già oggi la repressione premeditata e sicuramente istigata dai subdoli capi-popolo a pagamento davanti al magazzino Fedex-Zampieri di Tavazzano Lodi, nel futuro metterà più direttamente a dura prova i lavoratori ribelli e coraggiosi della logistica con quelli espulsi da altre filiere della logistica o di altri settori industriali, i nuovi assunti e la nuova mano d’opera immigrati più disponibile a fare un passo indietro rispetto ai diritti e alle garanzie conquistate dai lavoratori, perché tutti si troveranno sotto il ricatto del posto del lavoro e vittime della speranza di rimanere compresi dal neo corporativismo aziendale Fedex, cui la internalizzazione diffusa ne è espressione. Non possiamo chiudere gli occhi di fronte alla realtà che nuovi proletari meglio addomesticabili saranno messi in diretta competizione con i coraggiosi del Si Cobas, prelevati dal proletariato in special modo immigrato che o è stato già espulso dai cicli produttivi in crisi, oppure ingaggiato tra il precariato e la nuova disoccupazione immigrata determinata dal fallimento nella crisi delle piccole imprese dedite al commercio, al turismo o alla ristorazione. Oppure potranno essere quei nuovi proletari giovani senza riserve bianchi e autoctoni anche essi impossibilitati a poter vivere come prima nei margini del precariato sociale diffuso e cronico. Ad ancora dai “bassifondi” dei lavori forzati delle campagne italiane dove braccia nere immigrate vivono condizioni di vera schiavitù a raccogliere pomodori e frutta e sotto i colpi di fucile dei sicari del caporalato capitalistico.

Questo è un elemento oggettivo reale in marcia nell’intero mondo capitalistico di cui la ristrutturazione Fedex ne è parte ed avviene e su cui è necessaria una riflessione collettiva da parte dei lavoratori ribelli e coraggiosi in lotta. Una parte di questa riflessione è stata già chiarita dagli stessi lavoratori di Piacenza licenziati: “le nostre buste paga per Fedex sono troppo onerose“.

In questo contesto mantenere i ranghi compatti ed uniti non è facile se si evita di guardare in faccia il mostro capitalistico che determina la concorrenza tra i proletari. Allora cari compagni e lavoratori, certamente la lotta contro il licenziamento dei lavoratori di Piacenza e contro il ricatto di Fedex che ci pone di fronte il diktat o internalizzati passivizzati oppure disoccupati deve continuare finché vi sono energie spendibili. Però c’è un modo di farlo che ci rende in ogni caso prigionieri ed impotenti alla concorrenza tra lavoratori ed un altro che in prospettiva possa lavorare in controtendenza. Domandiamoci fraternamente, che senso ha in questa fase organizzare delle iniziative di lotta – magari a numeri sempre più ridotti – davanti ad un magazzino della filiera per cui di sicuro già sappiamo che all’interno non ci sono collegamenti solidali ma probabili lavoratori ostili suscettibili di essere strumentalizzati dal padrone? Non si tratta di escludere tali iniziative di lotta e manifestazioni davanti al magazzino di Tavazzano (che oggi lavora parti della lavorazioni che prima faceva l’hub di Piacenza), ma di andarci con quell’obiettivo e con quella chiarezza che stiamo giocando una difficile partita fuori le mure amiche del nostro campo di calcio. Altrimenti la sola volontà e coraggio dei lavoratori di continuare sempre a giocare all’attacco necessariamente non potrà evitare in queste condizioni la facile istigazione padronale dei lavoratori all’interno e contrapporli vigliaccamente contro quelli licenziati fuori. Ha magra consolazione constatare che solo pochi lavoratori istigati e venduti componessero la squadra di picchiatori vigliacchi che hanno sovrastato in numero e forze i quaranta proletari licenziati di Piacenza. Magari così è stato il 12 giugno, ma agli occhi generali della massa dei lavoratori vince la narrazione dominante dei poteri dominanti, ossia del capitale, che si è trattata di una violenta contrapposizione tra lavoratori interni al magazzino e lavoratori licenziati in lotta all’esterno.

Piccole verità traspaiono ed è lo stesso Aldo Milano, nella intervista del servizio del telegiornale di La7 del 14 giugno, tenuta davanti al magazzino di Tavazzano (nel frattempo sotto custodia e chiusi per le indagini in corso da parte della procura di Lodi) a constatarla amaramente, ammettendo che tra quelli che hanno partecipato alla vigliacca aggressione della notte del 12 giugno vi erano anche tre ex lavoratori della GLS, licenziati alcuni anni fa e che precedentemente erano vicini al SI COBAS. Possiamo pensare di questi tre lavoratori tutto il male possibile per essersi prestati alla sicura istigazione padronale che in assenza dei ponti e collegamenti tra chi sta dentro e chi viene buttato per i padroni è un facile esercizio.

Ma ritenerli – ed i nuovi addetti addomesticati di questo magazzino ed eventualmente del resto della filiera – come dei nemici degli operai a tutto tondo, ci espone alla facile strumentalizzazione di chi difende gli interessi del capitale e ci fa trovare disarmati di fronte all’incedere dei meccanismi impersonali del capitalismo che gettano i proletari nella mischia della concorrenza sul mercato delle braccia e della forza lavoro.

Questi sono difficoltà materiali reali cui rincuorare i lavoratori del Si Cobas che non vogliono giustamente piegare la testa con gli “avanti tutta” e i “non ci piegheranno mai”, è antidoto poco utile. Perchè la lotta è innanzitutto fatica, sacrificio e ansie per chi ne è impegnato. Allora è meglio dire le cose come stanno: questa ristrutturazione ed il neo corporativismo passivizzante della internalizzazione di gran parte della attuale filiera italiana Fedex non è contrastabile anche perchè – come giustamente il SI COBAS fa – negarla è tantomeno contro l’interesse stesso di sempre dei lavoratori del SI Cobas che da un decennio si battono contro l’attuale organizzazione basata sugli appalti – taluni al sud anche di tipo colluso-camorristico.

Si tratta di tenere le fila attraverso la lotta, evitando di inciampare alla sottomissione alle necessità neo corporative per il rilancio della produttività di Fedex da un lato, e nei processi di scomposizione divisoria dei lavoratori che essa produce dall’altro lato.

Sappiamo tutti che la multinazionale nord americana non ha alcuna disponibilità a contrattare questo passaggio con le attuali rappresentanze dei lavoratori del SI Cobas e della ADL Cobas, proprio perchè esse riflettono l’istanza dei lavoratori di non voler recedere dalle conquiste degli anni passati: i lavoratori Si Cobas sono indgesti per il capitale e vanno masticati. Ma se al momento i rapporti di forza non ce lo consentono, rincorrere i tavoli istituzionali con enti locali, regioni e governo per ottenere un riconoscimento politico da fare pesare nei confronti del padrone è esercizio inutile e dispendioso di energie.

Se qualcuno immagina che questa valutazione provochi scoramento e disfattismo tra le fila dei lavoratori Fedex e del SI Cobas che non vogliono e non possono piegare la testa, và detto chiaramente che al contrario questo scoramento e l’ansia comincia lentamente già a poco a poco a serpeggia inevitabilmente. E la ricaduta dei fatti di Lodi rappresenta un duro colpo per tutti i lavoratori.

Constatare che nei magazzini Fedex del Veneto e di Padova dove l’internalizzazione è un processo già avviato, i lavoratori che prima lottavano con l’ADL Cobas e oggi si trovano nella drammatica scelta se lasciare le tessere e fare un passo indietro accettando le nuove condizioni imposte (e magari cercando illusorie garanzie sotto l’ombrello pieno di buchi della CGIL) siano diventati improvvisamente dei nemic, è disfattismo della lotta o comprensione delle loro reali difficoltà? Non nascondiamoci dietro il dito che nulla ci piegherà, piuttosto confrontiamoci senza timore con le ansie e le preoccupazioni dei lavoratori della filiera che emergono con sottili espressioni e manifestazioni differenti, perchè l’azione della ristrutturazione capitalistica della filiera Fedex articolerà l’internalizzazione in maniera differente a Roma, Bologna, Piacenza, nel Veneto e a Milano.

Allora rimane la strada più difficile da percorrere attraverso la lotta che consiste sul come realizzare quelle passerelle di legno che ci consentano di tenere i ranghi di e non disperdere le energie e la disponibilità alla lotta e di realizzare i ponti ed i collegamenti, relazioni di discussione e confronto, con quei lavoratori “vecchi” e “nuovi” che transiteranno attraverso l’internalizzazione capitalistica sotto il diktat economico passivizzante del rilancio capitalistico della multinazionale Fedex.

Evitare che l’attuale e reale senso di unità e solidarietà dei lavoratori possa trasformarsi in un domani possibile in aperta contrapposizione tra proletari, tra chi ogni giorno è sospinto dai rapporti di forza a cedere o fare un passo indietro e chi non vuole e non lo può fare perchè è già escluso (come a Piacenza) dal processo di internalizzazione. E’ possibile gettarne le premesse solo se una vera riflessione collettiva dei lavoratori avviene nell’ambito della lotta senza nascondersi mai le reali difficoltà.

Allora è giusto che i licenziati di Piacenza, espulsi dal processo produttivo della filiera Fedex continuino a lottare contro il loro licenziamento, ed anche di continuare ad andare a protestare davanti al nuovo magazzino di Lodi?

Si! Finché essi hanno la disponibilità e le energie per farlo, e noi ed il loro sindacato sarà in grado di sostenerla, aiutandola organizzativamente, senza mai lasciarla isolata e soprattutto trovando i modi più idonei di giocarsi la partita evitando di andare tutti all’attacco in un stadio ostile ed in inferiorità numerica, perché in questa maniera ci si espone facilmente ai colpi del capitale. In sostanza l’obiettivo principale delle proteste e dei “picchetti” a Tavazzano non dovrebbe essere la conquista del blocco delle lavorazioni e del carico scarico delle merci, bensì la conquista delle pance e delle teste dei lavoratori all’interno già separati dal capitale da chi fuori lotta.

L’attacco del capitalismo mette alla prova il sindacalismo confederale e quello alternativo di classe.

Come contro altare di questa drammatica dinamica della lotta dei lavoratori Fedex organizzati dal Si Cobas, si fa interprete la Filt-Cgil diffondendo anche nei magazzini uno osceno e volgare comunicato di presunta solidarietà sui fatti di Lodi del 12 giugno, proponendo una riflessione ed una strategia sindacale del tutto corporativa ed opportunista, ma che riflette le paure vere di chi tentenna e potrebbe fare un passo indietro nella lotta fino a rinunciare anche la “sicurezza” della tessera Cgil (che già sono poche nella logistica). Vi si può leggere nelle prime righe: “Non si attaccano mai i lavoratori. Serve fare chiarezza sulle violenze accadute in Fedex a Lodi, assicurando la tutela del diritto di manifestare in modo non violento..“. E dopo essersi volgarmente fatto vanto dell’accordo di internalizzazione proposto dalla multinazionale aggiungono: “E’ sufficiente? No. I colossi della logistica hanno colonizzato il territorio italiano confrontandosi solo con i singoli Enti Locali [n.d.r. del blog: ossia avendo intessuto quella rete di buoni affari e buoni rapporti tra le forze politiche locali, interessi padronali locali, di cui le reti degli interessi corporativi ed affaristici delle cooperative degli stessi sindacati territoriali confederali ne fanno parte, assicurando in maniera clientelare l’assunzione di tizio o caio sponsorizzato da una tessera UIL, CISL o CGIL]. Che potere contrattuale può avere un Comune di fronte a questi soggetti? Come può chiedere da solo il rispetto della qualità del lavoro ed il rispetto del territorio?..

Tradotto, la Filt che lusinga i lavoratori che presi nel mezzo tra una lotta dura contro Fedex, ma nella necessità di non venire esclusi dalla ristrutturazione capitalistica nel nome della internalizzazione, si rende conto, come se ne rendono conto prima di tutti i lavoratori stessi, che questo processo non riserva garanzie e diritti per il futuro, che Fedex sicuramente farà piazza pulita delle nuove regole contrattuali cui gli enti locali (comuni e regioni) non avranno la forza di opporsi, farà carta straccia degli accordi al ribasso sottoscritti con la CGIL, ed invece di organizzare la resistenza dei lavoratori e predisporli alla lotta, invoca anche essa la concertazione e l’inutile intervento del governo a garanzia delle regole nel quadro più generale del rispetto delle necessità del capitalismo italiano di non farsi “colonizzare” troppo.

Questo è lo scenario di difficoltà che avvolge di nubi fosche la lotta complessiva dei lavoratori della logistica e della filiera Fedex, ma è anche uno scenario che non potrà consolidarsi a lungo, perché la crisi e la concorrenza sfrenata nella logistica mondiale erode le condizioni complessive di vita deii lavoratori, costringendoli a reagire.

Una specifica parola di commento la meritano tutte quelle minuscole aree critiche della cosiddetta sinistra rivoluzionaria che di fronte alle difficoltà reali additano di “opportunismo” e di “riformismo” allo stesso modo i confederali e le stesse attuali dirigenze del SI COBAS (le cui colpe se vogliamo è l’illusorietà che nascondendo i problemi reali si possa contrastare lo scoraggiamento dei lavoratori), perchè anche essi fanno le conferenze stampa nelle sale istituzionali del senato o fanno comunicati di elogio nei confronti della prefettura di Piacenza che in una prima fase (prima delle denunce, degli arresti e della chiusura del magazzino di Castel San Giovanni) si fece da mediatore tra i lavoratori e la multinazionale nord americana. Tutta questa roba è illuminismo ed idealismo filosofico, che è l’altra faccia dell’idealismo del quadro dirigente del SI COBAS che ritiene che l’unità dei lavoratori si possa consolidare con la sola forza di volontà ma poi si chiede il riconoscimento da parte delle istituzioni (che continuamente li castigano come a Tavazzano), oppure sulla base dei sani principi comunisti distillati dall’alto delle loro cattedre. Ma scendete sulla terra marxisti principisti di fine illuminismo e camminate per le strade piene di fango e sporche dove cammina l’umanità sfruttata e lavoratrice. Certamente il quadro dirigente del SI Cobas, alla prova dei fatti che la sola volontà dei lavoratori non basta di fronte ai soverchianti rapporti di forza sfavorevoli, è sospinto dalla offensiva capitalista a scivolare sullo piano inclinato abbondantemente realizzato dal sindacalismo confederale: che intervenga il governo aprendo dei tavoli istituzionali a garanzie delle regole e delle leggi dello stato!

La differenza però è evidente. Il Si Cobas, la persegue attraverso la lotta – ed è una sostanziale differenza non da poco! La Filt attraverso la concertazione ed il corporativismo con il capitale più marcato adagiandosi e riflettendo la passività dei lavoratori che non lottano e di quelli che messi di fronte alla drammatica scelta se fare un passo indietro o divenire in esubero. Entrambi sono il riflesso e la rappresentazione delle reali reazioni dei lavoratori che essi rappresentano. I primi i ribelli e coraggiosi proletari immigrati rappresentanti dal Si Cobas che non vogliono piegare la testa ma la cui azione non sta scalfendo le posizioni padronali. I secondi annullati nella passività cui la Filt opportunisticamente rappresenta escludendo il terreno della lotta, indicando ai lavoratori come unica via il corporativismo ed il collaborazionismo con il capitale nazionale in concorrenza con la multinazionale USA. Il problema non risiede mai prima nelle intenzioni dei capi, o dovremmo ammettere che i rapporti di forza generali sono il frutto della battaglia tra le idee e non tra precise determinazioni materiali prodotte dal capitalismo che si riflettono sulle masse e sui “capi” che poi intendono rappresentarle e rafforzardone le debolezze e la loro sottomissione alle compatibilità economiche del capitale.

Verso lo sciopero nazionale della logistica del 18 giugno.

Il 18 giugno i lavoratori della Fedex e della logistica organizzati nel SI COBAS vanno allo sciopero generale nazionale, che se prima dei fatti di Lodi aveva l’obiettivo di contrattare con la lotta il rinnovo del CCNL e contrastare i piani di manovra del governo Draghi (sblocco dei licenziamenti – che nessuna legge dello stato può bloccare), oggi assume necessariamente un contenuto che và al di là della normale contrattazione collettiva dei lavoratori sul contratto di categoria. Lo scioperò, già fissato da settimane prima, si stava organizzando in un clima di relativo isolamento dalle restanti sigle del sindacalismo di base e di classe che hanno una rappresentanza reale tra i lavoratori della categoria anche se minoritaria. Se la Filt “condanna” i fatti di Lodi ma non invita i lavoratori alla necessità della lotta per assicurare le promesse padronali in cambio della massima disponibilità corporativa dei lavoratori alla ristrutturazione capitalistica nel settore, il sindacalismo di base e di classe, che appunto nella logistica ancora rappresenta la maggior parte dei lavoratori, supera l’innata propensione dei capi sindacali a dividersi tra loro ed aderisce allo sciopero nazionale indetto dal SI COBAS: ADL Cobas, AL Cobas, SOL Cobas, SGB ed infine USB inviano comunicati di solidarietà con i lavoratori aggrediti a Tavazzano ed aderiscono allo sciopero nazionale. La USB addirittura non si attarda ad aspettare il 18 giugno ed il 15 giugno organizza un presidio davanti al magazzino Fedex-Zampieri di Fiano Romano insieme al Coordinamento provinciale del Si Cobas di Roma.

In sostanza dal sindacato di categoria della Filt-Cgil, che ha fatto della collaborazione e concertazione con i governi e con le necessità del capitalismo nazionale l’alfa e l’omega della difesa dei lavoratori rinunciando sempre più alla lotta, all’arcipelago del sindacalismo di base e di classe, si intuisce che i fatti di Lodi raffigurano uno scenario serio che non è ristretto ai soli licenziati del Si Cobas di Piacenza. Non rispondere significa arretrare paurosamente di fronte alla offensiva determinata dalla crisi generale capitalistica che oggi bussa forte anche nell’industria della logistica. Ed in questo, è corretto intuire come si può leggere nei vari comunicati e in quello del Si Cobas, che questo passaggio và al di là della singola categoria ma rappresenta la necessità generale del capitale (in Italia ed ovunque) di sottomettere, addomesticare corporativisticamente i lavoratori, e se necessario bastonarli con la repressione legale o extra-legale, incitando i proletari già divisi dai meccanismi di dominio del capitale a scagliarsi gli uni contro gli altri, o da parte di servizi d’ordine pagati ed agenzie di intelligence aziendale [per inciso ricordiamo che negli Stati Uniti durante gli scioperi dei lavoratori latini e chicanos immigrati del 2020 negli impianti di macellazione e nelle aziende della produzione della frutta, l’intimidazione spontanea ai picchetti dei lavoratori era condotta anche da settori di proletariato rurale bianco che vive condizioni materiali migliori in virtù proprio della loro bianchezza, e lì assoldarli pro compenso non c’è stato bisogno, lo fa già la struttura razzista del capitalismo assegnando ai lavoratori bianchi delle catene della produzione capitalistica legata alle lavorazioni della produzione agricola una posizione di supremazia nella catena gerarchica della divisione del lavoro e della produzione del valore], perché l’epoca della concertazione e della inclusione conflittuale ma concessiva (e di consolidare una “aristocrazia operaia” all’interno delle necessità di sfruttamento della merce forza lavoro) diventa sempre più impossibile in maniera durevole proprio per la fine delle fasi di espansione dell’accumulazione capitalistica generale.

Lo sciopero del 18 giungo, dunque sembra essere un passaggio di rilancio verso la ripresa di un sindacalismo generale di classe, che sappia unire con la lotta quello che il capitalismo divide e di cui l’arcipelago concorrente ed in competizione delle varie sigle del sindacalismo di base ne è anche il prodotto.

C’è da sottolineare che lo sciopero e la lotta inevitabilmente mostra ancora l’attuale temporanea incapacità di uscire al di fuori delle leggi impersonali del capitale di compatibilità per come il sindacalismo storico e quello attuale, di classe e non la rappresenta.

E se i lavoratori della Fedex, di Piacenza prima dei “capi” del Si Cobas denunciano la multinazionale americana che viola le leggi italiane dello stato, la USB richiama alla solidarietà ed alla lotta unitaria a difesa della democrazia attaccata dal fascismo padronale (categoria che per un marxista non esiste, il capitalismo non ha una veste politica ideologica, esso determina, a secondo le condizioni materiali dello sviluppo, la forma essenzialmente democratica ed anche quando centralizza il suo stato che se ne fa garante utilizzando i caratteri dello stato fascista, anche in questo caso il rapporto del capitale con i propri lavoratori è di tipo corporativo democratico), tutti uniti a difesa della costituzione – in sostanza contro la colonizzazione del capitalismo italiano da parte di quello multinazionale degli Stati Uniti d’America.

Su questa medesima base e sulle ceneri del patto corporativo del capitalismo italiano con i lavoratori sottomessi al suo capitale nazionale, e dunque sulle ceneri del sindacato fascista del ventennio, che sorse con i medesimi tratti corporativi il sindacalismo di classe della vecchia CGIL di Di Vittorio che assegnava ai lavoratori un posizionamento conflittuale ma al tempo stesso funzionale alle necessità di sviluppo della accumulazione capitalistica dell’Italia del dopo guerra.

Oggi l’azione dei “capi” delle varie sigle del sindacalismo di classe (nella produzione industriale tradizionale e nei magazzini) non può far altro che scivolare su questa linea determinata dalla materialità del rapporto capitale lavoro come classe del capitale, con la differenza che durante il ciclo economico espansivo dell’economia del dopo guerra il sindacalismo di classe rappresentato da Di Vittorio ne consentiva il suo allargamento a masse crescenti di lavoratori nell’orizzonte della contrattazione conflittuale, antagonista e compatibile con l’economia capitalistica ed il suo sviluppo. Oggi, però il nuovo sindacalismo combattivo viene attratto nella stessa dinamica ma nella cronica difficoltà di rappresentare una parte minoritaria dei lavoratori.

Ma prima di esserne i “capi” gli artefici di questo slittamento, è l’azione stessa dei lavoratori, di fronte alla dura realtà di una crisi oggettiva e non fittizia.

Quale sindacalismo di classe indipendente possibile?

Allora non ci sarebbe nulla da fare e la lotta immediata dei lavoratori, la lotta, l’organizzazione sindacale non servono a nulla e non rimane altro che un destino di sottomissione? Tutto al contrario ed è la stessa esperienza dei Si Cobas o un altro esempio quello rappresentato dai lavoratori di Amazon degli Amazonians United Chicagoland degli Stati Uniti che ci dimostrano che al contrario – a sbalzi – emergono segnali inediti, innovativi, che non stanno nei programmi o nelle piattaforme del sindacalismo di classe tradizionale formalizzato, le cui esperienze di lotta immediata li costringe ad affrontare non solo la schiavitù salariale nell’anello immediato della produzione capitalistica in cui sono sottomessi, ma l’intera catena della oppressione capitalistica generale, costringendo i proletari dall’uscire fuori dall’angusto ambito conflittuale del singolo anello della catena. I proletari vengono sospinti, a sbalzi e ripiegamenti, ad affrontare in maniera antagonistica l’insieme delle relazioni mercificate all’interno della intera società che determina e rafforza l’intera catena dell’oppressione della produzione del valore sull’umanità lavoratricej e sfruttata. Quando viceversa, questa connessione sfugge ed il lavoratore si confronta solamente all’interno del meccanismo dello sfruttamento della forza lavoro che lo vede direttamente coinvolto, esso è costretto ad indietreggiare dalle proprie posizioni indipendenti (come classe del capitale), perchè è l’intera catena del dominio economico e delle relazioni complessive della riproduzione della vita ad esercitare quella forza impersonale che lo fa recedere.

Aggredire i meccanismi impersonali del capitalismo non è immediatamente facile o realizzabile sulla spinta della volontà operaia e proletaria invocata dai suoi “capi operai”. Mantenere intatte, consolidare, ed estendere le attuali esperienze dei movimenti di lotta immediata dei lavoratori sulla base delle forme e metodi della lotta di classe del vecchio movimento operaio storico è di fatto impossibile, perché quella vecchia fase storica del capitalismo che le ha determinate e rese possibili, ore è chiusa e si apre la nuova fase storica del suo declino tumultuoso e della sua crisi catastrofica di sistema generale. Si dischiude una fase da verificare all’interno dei processi materiali di nuove forme e contenuti della lotta del proletariato ed operaia.

Poche righe più sopra si richiamavano alcuni esempi.

Gli Amazonians United Chicagoland si trovano a fronteggiare una offensiva determinata dalla necessità di Amazon di contrastare nella concorrenza sia la logistica tradizionale che la concorrenza sull’e-Commerce della rampante cinese Alibaba. Questa consiste nell’aver trasformato le lavorazioni inbound e outbound di smistamento delle merci che avvenivano di notte attraverso due turni di 6 ore (ossia 12 ore totali) in un unico turno di 10 ore, quello che i lavoratori compievano in due turni nelle dodici ore, ora gli stessi lavoratori lo compiono in 10 ore. Prendere o lasciare è il diktat di Jeff Bezos laddove il neo corporativismo aziendale ha editato forme nuove di suprematismo razziale in aggiunta a quello basato sul colore della pelle: quello basato sul colore del badge che il proletario possiede e che deve esporre sempre in bella vista.

I grassroots degli Amazonians Chicagoland nel mentre nel magazzino cercano di sensibilizzare i lavoratori contro l’aumento dello sfruttamento attivando anche iniziative di lotta e di “walk-out” (ossia di sciopero) tra i turni dove la parte maggioritaria dei lavoratori è già sensibilizzata, non si limitano però alle tradizionali rivendicazioni sindacali, cercano nel territorio soluzioni per alleviare le condizioni generali delle donne proletarie ed operaie, spesso madri single o divorziate, che sono anche esse impiegate nei tre turni notturni consecutivi settimanali di 10 ore. In un paese come gli Stati Uniti d’America dove la condizione delle donne proletarie ed in particolar modo di quelle di colore è aggravata per la loro triplice condizione di oppressione, come operaie, come operaie nere e come donne proletarie, e dove vi è un numero crescente di lavoratrici con figli ma separate, abbandonate o divorziate, la cura dei figli e la certezza del salario rappresenta un elemento materiale ed oggettivo di forza delle necessità dell’economia e della produttività capitalistica di contro a quella dei proletari. Quindi correttamente ed intuitivamente i lavoratori di Amazon di Chicago cercano di contrastare e di rivendicare contro il capitale non solo gli aspetti immediatamente economici nel rapporto dello sfruttamento della forza lavoro, ma di dotarsi di strategie di lotta ed organizzative che vadano incontro alla condizione materiale complessiva della vita proletaria e nel caso specifico delle condizioni generali della donna lavoratrice che subisce l’ulteriore conseguenza dell’oppressione di genere del capitalismo e del patriarcato borghese. Viceversa, è proprio nella incapacità strutturale del sindacalismo tradizionale, di cui le vecchie e grandi Unions nel contrattare la condizione proletaria solo all’interno dell’anello immediata dello sfruttamento della forza lavoro e contrattando corporativisticamente con lo stato e con il capitale i livelli di “welfare” per i lavoratori, il sindacato tradionale vieno sconfitto nel polo Amazon di Bessmer in Alabama per la capacità del management nero di Amazon di dimostrare ai propri operai neri che la corporate conosce meglio dei sindacati bianchi quali siano le ansie e le preoccupazioni complessive dei proletari di colore. Chi prima aveva depositato la propria firma pubblicamente a sostenere la realizzazione del processo referendario per la sindacalizzazione all’interno del magazzino, poche settimane dopo fa un passo indietro e più della metà dei lavoratori che si fecero promotori della sindacalizzazione dall’alto votano no al sindacato.

L’esperienza dei lavoratori del SI Cobas e della logistica italiana, prevalentemente operai immigrati, dopo dieci anni di lotta coraggiosa (e di centinaia denunce della magistratura, di attacchi della polizia e del lavorio divisivo dei lavoratori operati dai sindacati di categoria collusi con le paludi delle cooperative e degli appalti) sono riusciti a strappare e ad emergere dal ricatto dello sfruttamento più brutale e divenire una forza di opposizione operaia nelle varie filiere. Con questa lotta non solo hanno inviato un segnale all’insieme dei lavoratori su come uscire dal ricatto esercitato da un mercato del lavoro sempre più a chiamata ed a cottimo (segnale che per altro non è stato raccolto dalla generalità del movimento dei lavoratori attuale), ma si sono sottratti, attraverso la lotta e la loro organizzazione sindacale immediata al ricatto del permesso di soggiorno, fattore materiale che determina la messa a sfruttamento di una forza lavoro immigrata facilmente ricattabile e con la testa china di cui i fattori dell’economia hanno disperato bisogno sia per la produzione capitalistica, sia come elemento di concorrenza sul mercato delle braccia e della forza lavoro che come merce forza lavoro pronta all’opera in controtendenza al calo demografico e dei tassi di natalità degli autoctoni. Ma mentre una parte della forza lavoro immigrata si sottrae attraverso la lotta e alla sua organizzazione sindacale allo sfruttamento più brutale delle braccia nere – di cui il Si Cobas rappresenta decisamente questo percorso virtuoso -, i successi che essi ottengono espongono l’insieme dei lavoratori al processo impersonale che non solo vuole dividere e contrapporre i lavoratori autoctoni contro quelli immigrati, ma segregare gli immigrati stessi tra lavoratori regolari e con contratto di lavoro stabile, quelli precari che devono ogni volta o comprare di tasca propria al padroncino di turno la sua accondiscendenza a certificargli il contratto del lavoro o il domicilio, ed infine con quelli decisamente irregolari privi di documenti che lavorano sotto il regime del lavoro forzato nelle campagne e nella agricoltura capitalistica italiana. Per quest’ultimi esiste sempre una sanatoria/sataneria, pro tempo e pro quota limitata, con cui trasformare gli immigrati rei di non possedere un permesso di soggiorno, in lavoratori temporaneamente regolari, da poter gettare regolarmente sul mercato della forza lavoro ed in concorrenza con la restante parte del proletariato a seconda delle convenienze economiche di questo o di quel comparto della produzione capitalistica.

In sostanza, il meccanismo della accumulazione capitalistica e le sue leggi impersonali, se nel mentre era costretto a concedere temporaneamente alle rivendicazioni dei lavoratori combattivi ed immigrati della logistica, attraverso questo passaggio quello stesso meccanismo impersonale ne determina “la falsa coscienza dei lavoratori”, facendoli sentire essi “un po’ meno immigrati” ed un “po’ più italiani”.

Con l’ultimo periodo delle alterne vicende della lotta dei lavoratori del Si Cobas, a partire dal momento che ha dovuto cominciare a confrontarsi in rapida successione alla contro-offensiva capitalistica, molta parte di questi stessi lavoratori ha intuito che la condizione di gap ravvicinato ai proletari italiani non solo non si è accorciato (semmai sono le condizioni generali di vita del proletariato autoctono che sono peggiorate in proporzione relativa), ma che la loro “libertà” dal ricatto del permesso di soggiorno è appunto solo una conquista voltatile, che non può essere consolidata a lungo, fintanto che la struttura razzista del capitalismo rimane intatta, fintanto che essa ha realizzato un insieme di leggi razziste che la formalizzano e la rafforzano mettendo al cospetto del capitale i lavoratori in una disperata concorrenza tra autoctoni, immigrati sindacalizzati, immigrati precari e facilmente risucchiati nella clandestinità, i braccianti dei lavori forzati delle campagne cui l’accesso ai peggiori contratti della logistica immaginabili è in confronto un “paradiso” ed i “dannati della terra” che premono ai confini.

Ma il processo della crisi ha cominciato essa stessa ad erodere la “falsa coscienza” che esso produceva riavvicinando tra loro settori degli operai immigrati combattivi e di quelli del precariato immigrato diffuso, senza contratti rispettati e sotto la spada di damocle del rinnovo del permesso di soggiorno che si tende a dividere e separare.

Chi può negare che più degli arresti domiciliari di Arafat e Carlo, responsabili del Si Cobas di Piacenza, l’attacco grave e frontale fosse rappresentato proprio dalla minaccia di revoca dei permessi di soggiorno dei lavoratori indagati? Chi può negare che dare un foglio di via dalla città dove dove un lavoratore immigrato è domiciliato, e che poi dovrà rinnovare il permesso di soggiorno, creando di nuove le condizioni materiali del ricatto complessivo padronale, rigettando il lavoratore nella palude delle rigide condizioni di vivere legalmente in un domicilio dalle caratteristiche abitative rispondenti al numero che compone il nucleo familiare che è un ulteriore elemento vincolante per la concessione del permesso di soggiorno ed un altrettanto elemento di ricatto materiale nei confronti della condizione generale e complessiva del lavoratore?

E come non vedere che le energie più utili che si sono espresse in queste settimane ed in questi ultimi mesi non siano proprio state quelle spese dai quei delegati del Si Cobas che al livello nazionale si sono sforzati di accorciare, ridurre quel gap di separazione e di concorrenza proletaria che il capitalismo pone come barriera tra i lavoratori immigrati e dunque impegnarsi (con una fatica in più nella lotta complessiva) a realizzare iniziative di piazza con altri immigrati (che sindacalizzati non possono esserlo per il loro collocamento all’interno della divisione sociale del lavoro) per il permesso di soggiorno per tutti, senza condizioni e di denuncia della sanatoria truffa del governo Conte bis? Un percorso che nelle intenzioni vorrebbe realizzare relazioni di lotta e solidarietà con quegli immigrati senza documenti, senza sindacato, senza alcun contratto che sono obbligati ai lavori forzati nelle campagne capitalistiche e repressi attraverso l’omicidio capitalistico premeditato di proletari dalla pelle nera che osano provare ad organizzarsi nelle campagne della puglia e della calabria. Un percorso che meriterebbe l’utilizzo di gran parte delle energie alla lotta disponibili e delle sue forme organizzative sindacali.

In sostanza le condizioni della vita proletaria degli operai della logistica e le condizioni della loro lotta sono fondamentalmente legate alle condizioni materiali complessive del proletariato e di quello immigrato innanzitutto, che necessitano passaggi nella lotta che vadano oltre i cancelli dei magazzini e degli hub e che è espressione di una necessità reale per affrontare le difficoltà attuali della lotta proletaria e degli sfruttati.

Non è una questione facilmente risolvibile all’immediato, nè dipendente dalla volontà dei capi sindacali. Alcuni pezzi del puzzle sono presenti e visibili, e tanti altri ancora mancano la cui precipitazione attiva nel vivo delle lotte non è realizzabile attraverso piattaforme rivendicative generali, ancor più se queste intendono scimmiottare le forme ed i contenuti della lotta per come essa era determinata nel periodo storico del capitale precedente alla sua attuale crisi sistemica.

Ma già adesso vediamo, volgendo lo sguardo dalla lotta degli operai ribelli della logistica dei Si Cobas al mondo e alle rivolte del 2020 negli Stati Uniti del nuovo giovane proletariato di tutti i colori compreso e guidate dal proletariato nero, la emersione di un nuovo proletariato meticcio capace di connettere non solo il proletariato degli sfruttati di colore, ma anche quel nuovo giovanile proletariato bianco che per esempio oggi in Italia è sottomesso sotto il regime Amazon.


Scheda analitica sulla ristrutturazione capitalistica e sul declino di Fedex

Tutti i dati di Fedex sono verificabili e pubblici su vari siti americani di business analisi e delle macro tendenze economiche delle principali aziende multinazionali. I dati di riferimento sono stati analizzati del sito macrotrends.net che offre per le principali multinazionali e corporate mondiali i dati dell’andamento capitalistico e della realizzazione della accumulazione e del plusvalore.

Dai dati si può ricavare l’aumento esponenziale del debito consolidato e di lungo periodo accumulato dalla corporate Fedex che grava sulla sostenibilità economica del suo modello industriale, sulla marginalità dei profitti (saggio del plusvalore) e le preoccupazioni delle banche e delle finanziarie creditrici per l’anticipo del capitale fisso.

Si legge infatti che raffigurando una sintesi dell’incremento percentuale del debito negli ultimi tre anni abbiamo (le cifre sono in miliardi di dollari):

  • FedEx long term debt for the quarter ending February 28, 2021 was $22,797B, a 20,15% increase year-over-year.
  • FedEx long term debt for 2020 was $21,952B, a 32,11% increase from 2019.
  • FedEx long term debt for 2019 was $16,617B, a 9,01% increase from 2018.
  • FedEx long term debt for 2018 was $15,243B, a 2,24% increase from 2017.

Questa breve sintesi mostra l’incremento relativo del volume del debito assoluto. Ma guardando al volume del debito consolidato tra gli anni si può notare come esso, dopo un andamento regolare e costante, abbia avuto due momenti di netto incremento, il primo tra l’anno 2015 e 2016 con l’operazione della acquisizione di TNT che però non l’ha messa al riparo dalla espansione soffocante di Amazon sui driver della logistica mondiale, ed il secondo che segue la rescissione unilaterale di Fedex dei contratti con Amazon e l’avvio della ristrutturazione complessiva del suo processo produttivo.

DateLong Term Debt
2/28/2021$60.81B
11/30/2020$60.12B
8/31/2020$58.19B
5/31/2020$55.24B
2/29/2020$51.18B
11/30/2019$51.30B
8/31/2019$50.29B
5/31/2019$36.65B
2/28/2019$34.57B
11/30/2018$34.00B
8/31/2018$32.73B
5/31/2018$32.91B
2/28/2018$32.96B
11/30/2017$33.23B
8/31/2017$32.73B
5/31/2017$32.48B
2/28/2017$31.60B
11/30/2016$31.82B
8/31/2016$31.43B
5/31/2016$32.18B
2/29/2016$23.49B
11/30/2015$23.38B
8/31/2015$21.96B
5/31/2015$21.54B
2/28/2015$20.10B
11/30/2014$17.42B
8/31/2014$17.47B
5/31/2014$17.79B
2/28/2014$17.50B
11/30/2013$16.01B
8/31/2013$16.02B
5/31/2013$16.17B
2/28/2013$15.72B
11/30/2012$15.77B
8/31/2012$15.67B
5/31/2012$15.18B
2/29/2012$12.18B
11/30/2011$12.54B
8/31/2011$12.12B
5/31/2011$12.17B
2/28/2011$11.32B
11/30/2010$11.53B
8/31/2010$11.01B
5/31/2010$11.09B
2/28/2010$10.50B
andamento del debito consolidato di lungo periodo rilevato per singolo trimestre negli ultimi 10 anni.

In termini assoluti la seguente tabella mostra i momenti degli ultimi anni in cui il peso dell’esposizione del debito è improvvisamente aumentato in occasione dell’acquisizione di TNT del 2016 e l’inizio della fase della concorrenza diretta nei confronti di Amazon.

Ai dati si associano le rilevazione della stampa finanziaria internazionale che registra le preoccupazioni del mercato finanziario.

Dal Sole 24 Ore del 7 agosto 2019

FedEx rompe con Amazon: stop alle consegne per il big dell’e-commerce

La società di logistica aveva già dato il benservito in giugno a un contratto per consegne via aerea per conto della società di Bezos. La nuova rottura è l’ultimo segno di una crescente rivalità scaturita dall’espansione di Amazon su segmenti di mercato concorrenziali a quelli dello spedizioniere.

New York – Federal Express rompe con Amazon. Niente più consegne via terra per conto del re del commercio elettronico di Jeff Bezos. Il contratto che legava i due giganti della Corporate America, in scadenza questo mese, non sarà rinnovato. FedEx aveva già dato il benservito in giugno a un contratto per consegne via aerea per conto di Amazon negli Stati Uniti. La nuova rottura è l’ultimo segno della crescente rivalità scaturita dall’espansione di Amazon, che oggi è impegnata a sviluppare sempre più le proprie attività logistiche e di trasporto e consegna.

Vale a dire a fare concorrenza diretta a un gruppo quale Federal Express. Oggi Amazon sta investendo nel leasing di aerei cargo, nell’acquisto di autocarri e nel finanziamento di reti di autisti a livello locale. La scommessa di FedEx è quella di riuscire a rispondere prendendo di petto Amazon. Si presenterà d’ora in avanti come alleato – e come referente per ogni necessità di traposto e consegna – agli occhi di tutti i retailer online oltre che tradizionali che intendono dare filo da torcere al gruppo di Bezos. «Il cambiamento è coerente con la strategia di focalizzarci sul più ampio mercato del commercio elettronico, uno sviluppo che i nostri recenti annunci legati al network FedEx Ground ci hanno posizionato estremamente bene per realizzare», ha indicato l’azienda. FedEx Ground è la divisione di FedEx che consegna via terra nei 50 stati americani…

Dal Sole 24 Ore del 20 ottobre 2019

FedEx contro Amazon: chi vincerà la guerra delle spedizioni?

Il colosso americano fondato nel 1971 da Fred Smith che ha inventato le consegne in una notte lancia una alleanza contro Amazon chiamando a raccolta altre aziende danneggiate dalla società di Bezos.

Reinventare FedEx dando a vita una nuova “santa alleanza” anti-Amazon. Il colosso americano e globale che è quasi sinonimo delle spedizioni sicure e veloci, da quasi mezzo secolo guidato dal suo fondatore Fred Smith, è in affanno come mai prima: per tre volte è stata ormai costretta a tagliare le previsioni di performance quest’anno, l’ultima soltanto nelle scorse settimane, in occasione di risultati deludenti nel suo primo trimestre fiscale.

In queste revisioni ha visto evaporare quasi un miliardo di dollari in profitti. A Wall Street il suo titolo risente dello scetticismo degli investitori, in ribasso di un terzo del suo valore negli ultimi dodici mesi, del 9% da gennaio. Le sue fatiche, ultimo tra grandi e storici marchi della Corporate America appannati dalle rivoluzioni tecnologiche e nelle abitudini dei consumatori, sono finite anche sotto i riflettori dei media: da tempo si guadagnano le prime pagine dei giornali statunitensi, nei giorni scorsi del Wall Street Journal.

Cosa ha bruscamente frenato i furgoni e gli aerei che da Memphis hanno inventato le consegne overnight, cioè nel giro di una notte? Il fatto che Federal Express non è più incontrastata. Anzi. Il gigante dell’e-commerce e di Internet Amazon si è trasformato da grande cliente dei suoi servizi in un agguerrito rivale, capace di costruire il proprio regno nella logistica e nei trasporti, di costruire una flotta autonoma per le consegne. Una rivalità salita alla ribalta con un plateale divorzio, nel quale FedEx ha annunciato quest’anno al mondo che non effettuerà mai più “deliveries” per il gigante di Jeff Bezos.

È stato un divorzio costoso, da quasi un miliardo di dollari l’anno sommando i contratti con Amazon che FedEx ha lasciato cadere.
Non è solo Amazon: il generale, rapido sviluppo del commercio elettronico ha cambiato la domanda di business, oggi sempre più rivolta a reti capillari di consegne a domicilio da un grande magazzino nelle vicinanze rispetto alla necessità di coprire invece rapidamente soprattutto lunghe distanze. La crisi di un altro grande cliente, il Servizio postale americano, non ha aiutato. La battaglia concorrenziale è poi maturata ed è stata complicata da un clima segnato da rallentamenti del commercio globale, a causa delle nuove tensioni e guerre dell’interscambio fomentate dall’amministrazione di Donald Trump. E da un’economia mondiale comunque in fase di indebolimento.

È però la forza dell’ascesa di Amazon che ha scatenato i terremoti e i ripensamenti di FedEx. Smith ha a sua disposizione una flotta di 680 aerei e di 180.000 veicoli a terra per le sue consegne. Bezos ha a questo punto costruito un’armata quasi uguale per imponenza, soprattutto dopo aver ordinato l’acquisto di centomila veicoli elettrici e di varie dimensioni. A sua disposizione ha autocarri con rimorchio, decine di velivoli cargo e decine di centri di smistamento dei pacchi, che oggi gestiscono autonomamente circa la metà degli ordini che riceve dai consumatori, un’impennata straordinaria rispetto al 15% di due anni or sono.

Il perno degli sforzi di controffensiva di FedEx a loro volta ruotano proprio attorno alla nuova grande rivale, nel senso che scommettono sulla capacità di staccarla e creare un’alleanza alternativa. A mettere assieme una collezione di aziende nei fatti danneggiate dall’espansione onnivora di Bezos. Smith conta in particolare di presentarsi come il gruppo che si fa carico delle consegne dei “nemici” di Amazon in un altro settore cruciale – il retail – vale a dire giganti feriti del calibro di Walmart e di Target. A loro volta questi marchi stanno infatti cercando di recuperare terreno, facendo scattare loro iniziative di e-commerce, che contrastino Amazon.

Per fare questo Smith conta sul rafforzamento del network di consegna da parte di FedEx già silenziosamente avvenuto nel corso degli ultimi cinque anni. Ha oggi 36 milioni di piedi quadrati in più nei suoi magazzini di smistamento pacchi, con 70 nuovi centri. Per rispondere all’indebolimento delle Poste americane ha scommesso su una propria rete a terra, il Ground network, supportato da una ragnatela di operatori indipendenti.

Le ansie di FedEx trapelano tuttavia anche ai vertici. La longevità della leadership di Smith è diventata una necessità. Ex marine e decorato veterano del Vietnam, diede i natali al gruppo nel lontano 1971 sull’onda di una tesi che aveva scritto mentre studiava a Yale. Aveva di recente programmato di ritirarsi dalla direzione attiva, pur mantenendo un ruolo centrale quale azionista. Ma i suoi due potenziali successori sono improvvisamente usciti dall’azienda, in particolare il suo numero due, il 64enne direttore operativo David Bronczek, lo scorso febbraio, limitandosi a citare ragioni personali. Un abbandono al quale il board ha risposto modificando le regole interne che prevedevano il pensionamento di top executive dopo il 75esimo anno di età – quindi di Smith.

Adesso, per Smith e la sua strategia, arriverà la sfida più ardua dal divorzio da Amazon e dai primi passi di rilancio: convincere clienti, analisti e investitori che il declino di FedEx non è inevitabile davanti all’offensiva di Bezos. Quattro banche hanno declassato il titolo soltanto dopo l’ultimo allarme sul bilancio. Mentre la stagione delle festività di fine anno è alle porte, cruciale per i consumi e di conseguenza le spedizioni. Saranno le cifre alla fine a dare il responso sugli sforzi di FedEx di reinventarsi.

Altri stralci commenti del capitale finanziario da Fortune Italia

A parlare sono i consulenti della Morgan Stanley.

..E FedEx è stata colpita anche dagli investitori, con le azioni in calo dell’1% mercoledì. “Le persone sono preoccupate per l’ingresso di un nuovo concorrente”, ha detto Schoonmaker. UPS ha iniziato a raccogliere affari da cui FedEx si è allontanato. “Lo scorso trimestre abbiamo assistito a una crescita massiccia delle consegne rapide di UPS”, dopo che FedEx ha lasciato cadere Amazon, ha affermato Schoonmaker. “Probabilmente succederà ancora”. La decisione potrebbe anche aver aumentato la posizione negoziale di UPS con Amazon. “L’uscita di FedEx rafforza la mano di UPS e USPS a breve termine”, ha affermato Fahri. “A lungo termine, però, devono affrontare una decisione: sono con Amazon o contro di loro? È una decisione difficile”. Per quanto riguarda Amazon, mentre FedEx si allontana, sarà costretto a decidere quanto spendere per compensare tutti quei camion, aerei e personale che ha sfruttato finora per portare libri, pancetta e scatole varie.”

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