Sciopero di filiera Amazon, che fare?

Il 22 marzo 2021, ci sarà lo sciopero dell’intera filiera Amazon indetto da Filt-CGIL, Fit-CISL e Uilt-UIL. Qualcuno esagerando ha enfatizzato questo sciopero definendolo “storico”, per poi confinare i suoi caratteri essenziali dentro un angusto quadro locale nazionale italiano ripetitivo.

Di fatto lo sciopero del 22 è davvero importante e significativo. Esso si collega ad una mobilitazione contro il super sfruttamento imposto dalla multinazionale americana ai suoi più di 300 mila lavoratori diretti nel mondo. Il cui precipitato della crisi economica mondiale e di quella pandemica hanno visto aggravare il regime di sfruttamento schiavistico all’interno delle sue warehouse e magazzini. In Italia sta arrivando sotto forma di onde di tramontana, il moto d’onda già partito dalle warehouse Amazon negli Stati Uniti e che sta coinvolgendo altri paesi, ed attraendo alla lotta sotto lo slogan “Make Amazon Pay”.

Il retroterra di questo sciopero ed i suoi svolti immediati sono nella sostanza comuni alla vicenda della lotta degli Amazonians Workers degli Stati Uniti ed all’altro fatto cosiddetto “storico” della loro sindacalizzazione formale nella warehouse Amazon di Bessmer, su cui questo blog rimanda alla lettura.

Lo sciopero che si realizza oggi in Italia è il portato della stessa necessità dei lavoratori e delle lavoratrici di sottrarsi al regime di sfruttamento spietato da parte di Amazon, ma su di esso gravano le stesse luci fosche descritte nell’articolo su Bessmer. Non di meno, i lavoratori e le lavoratrici in Amazon in Italia, così come quelli di Bessmer Alabama, non concedono fiducia ai sindacati collaborazionisti perché disposti a farsi impiccare ai magazzini il giorno dopo. Non è così negli USA e non è così in Italia.

La effettiva materialità di questo sciopero di oggi ce lo descrive quanto è successo nelle settimane e mesi appena precedenti. Il caso della lotta dei drivers dello snodo Amazon di Montacchiello (PI) è da questo punto di vista esemplare, dove i lavoratori diretti od indiretti neo assunti quasi da subito reagiscono all’insopportabilità del regime di sfruttamento della forza lavoro che l’azienda impone. Questo stabilimento ha iniziato la suo operatività il 4 Novembre 2020, con tanto di festeggiamenti da parte delle forze politiche che governano il comune, la provincia, la regione: “Amazon porta il lavoro” e tutti i rappresentanti dello stato con fascia tricolore a brindare e tagliare i fiocchi del nuovo stabilimento.

La crescita di Amazon e l’apertura dei magazzini Amazon vengono contesi tra le varie città e municipalità di ogni provincia, regione e stato, che fanno a gara tra a chi concede più sgravi fiscali, agevolazioni, ecc., basta che il nuovo magazzino del colosso dell’E-Commerce e della logistica apra nella propria città creando il sospirato lavoro. Questa è una dinamica ben nota e davvero globale di come Amazon sussuma alle sue necessità l’intera politica. La politica in cambio chiede il rispetto, si fa per dire, delle “regole”. In questo senso gli sponsor trasversali e democratici in supporto al mare in movimento “make Amazon Pay” sono davvero tanti, fin dentro le istituzioni degli Stati.

Non passano nemmeno due mesi che il numero dei drivers impegnati ed impiegati a Montacchiello attraverso contratti temporanei ed indiretti si dimezzano, ma i tempi di consegna da rispettare diventano sempre più rigidi, perché il numero delle consegne raddoppia o triplica per ogni singolo driver (ne fa una corretta cronistoria l’articolo inchiesta di InfoAut che questo blog consiglia di leggere): iniziano i primi scioperi. Man mano questi scioperi cominciano verificarsi a macchia di leopardo in diversi magazzini Amazon, coinvolgendo drivers ma anche la forza lavoro facchina di magazzino: a Passo Corese (Rieti), A Brandizzo vicino Torino, a Milano, a Brindisi, a Vigonza (Padova).

Sono scioperi minoritari, e lo stesso sciopero dell’intera filiera proclamato per il 22 marzo dai sindacati confederali confermerà uno sciopero di filiera minoritario, per le ammissioni di partenza degli stessi vertici sindacali di categoria Filt-Fit-UilTrasporti che non nascondano che tranne alcuni luoghi complessivamente la sindacalizzazione dei lavoratori è bassa.

L’obiettivo dello sciopero del 22 marzo è in sostanza quello di ottenere una omogeneizzazione dei turni, dei ritmi e carichi di lavoro, la continuità occupazionale nei casi di cambio appalto, e l’omogeneità delle forme contrattuali, mentre viceversa, ogni singola warehouse Amazon applica le sue regole e discipline di turni, orari, produttività specifici ed in continuo mutamento, obbligando i lavoratori ad adattarsi alle nuove regole e discipline del processo produttivo che mutano in settimana in settimana, consumando la forza lavoro ma anche annullando i tempi di vita. E mentre Amazon diserta i tavoli di trattativa di secondo livello pretende anche decisivi peggioramenti complessivi dei vari istituiti riconosciuti dal CCNL nazionale della Logistica e Trasporti.

Cos’è che accomuna la mobilitazione dei lavoratori di Bessmer per ottenere il riconoscimento di avere una propria rappresentanza sindacale, con lo sciopero di filiera italiana in Amazon? Qual è la luce “fosca” che lì e qui si addensa su questa ripresa di iniziativa di lotta dei lavoratori?

Lo si può evincere dalle parole dello stesso segratario nazionale della Filt CGIL Michele De Rose riportate dal “Il Manifesto” del 11 marzo 2021, che spiega il perché questo sciopero è necessario seppure in una condizione oggettiva di mobilitazione minoritaria dei lavoratori: “La multinazionale americana deve prendere atto, suo malgrado, che il sindacato fa parte della storia del nostro paese e con le rappresentanze dei lavoratori deve confrontarsi, nel rispetto di un sistema corretto di relazioni sindacali e delle tutele e regole previste dal contratto nazionale Logistica, trasporto merci e spedizione”.

In sostanza si lotta a Bessmer Alabama e si sciopera in Italia contro l’insistenza di Amazon a non voler accettare il quadro della concertazione sindacale che in tutto un periodo di sviluppo della accumulazione capitalistica ha realizzato la sussunzione reale della merce forza lavoro alle necessità della produzione del valore, riconoscendo però alcune conquiste (oramai demolite).

Non sono le stesse cose che pretende la Lobby sindacale RWDSU, non è quanto Biden appoggia come necessità dello stesso capitalismo USA quando sostiene i lavoratori di Bessmer e stigmatizza i comportamenti antisindacali di Amazon? Ed il ruolo svolto da Biden lì non è lo stesso di quello praticato in piccolo dalla Prefettura di Piacenza che si fa da mediatore tra SI COBAS e le necessità del padrone TNT/Fedex favorendo un tavolo negoziale prima (la carota della mediazione), cui poi viene dopo il bastone operato dalla Digos e dal GIP donna pochi giorni dopo con gli arresti ai domiciliari per Arafat e Carlo, le revoche dei permessi di soggiorno per 6 facchini immigrati, ecc?

Le luci fosche che si addensano sulla ripresa di iniziativa delle lotte dei lavoratori e di quelli della logistica sono tante e prodotte da oggettivi fattori materiali, cui gli stessi lavoratori al momento vi ci transitano in mezzo come una barca trascinata dai venti del mare, che da bonaccia diventa tramontana e poi dirige verso una urlante burrasca.

Appare strano ed un brusco risveglio per gli stessi lavoratori della logistica di Piacenza, che pochi giorni dopo la mediazione concertativa “condotta e favorita” dalla Prefettura e commentata “positivamente” dai lavoratori stessi, perché di fatto quel tavolo di fatto aveva riconosciuto come legittimo rappresentante dei lavoratori il piccolo ma combattivo SI COBAS (e nonostante esso continui dimostrarsi “ribelle” ed indisponibile ad essere sottomesso alle regole della concertazione – fatto di non poco conto), quando poi quegli stessi lavoratori vengono colpiti duramente da un altro organo dello stato proprio per aver scioperato a lungo, e nonostante il suo esito sia stato appunto anche l’aver strappato con la lotta la loro legittimazione formale.

Questo ci dovrebbe dire, dunque, che sebbene i lavoratori Amazon – che spero sciopereranno numerosi il 22 marzo – si orientano nel rivendicare anche lì in Amazon le “normali regole della concertazione sindacale”, queste sono sempre meno possibili e meno consentite per motivi che sono indipendenti dalla volontà o cattiveria padronale.

Dovremmo non curarci di come andrà questo sciopero, evitando le questioni che esso pone a tutti i proletari evitando di parlarne e sperando che tutto torni a prima di esso? O peggio sperando che un suo fiasco sia meglio per rafforzare la strada dell’autorganizzazione operaia e del sindacalismo di classe?

Questo blog ritiene che dovremmo augurarci la riuscita di questo sciopero nella filiera Amazon e riflettere poi come l’altra parte sanamente “ribelle” dei lavoratori della logistica possa collegarsi, interconnettersi senza alcun timore di sporcarsi le mani con il tipico opportunismo dei vertici sindacali che oggi guida la lotta in Amazon.

Perché, seppure con la richiesta illusoria di partenza di richiedere al padrone di rispettare le regole, di applicare la “concertazione perduta”, l’importante è che ogni tentativo di ricomposizione intorno alle necessità del profitto che  la strategia della concertazione sindacale tra padroni, stato e sindacati di stato allude, un conto è se il risultato dei tavoli di trattativa è concesso dall’alto, un altro se è strappato con la lotta, un altro se la lotta diventa una vaga ed impalpabile rappresentazione di intenti. Perché la possibilità di bruciare l’illusione che si possano imporre le “regole ai padroni” in maniera durevole (che è l’altra faccia della stessa medaglia della illusoria difesa attraverso la concertazione imposta dal basso), e comprendere che la “concertazione sindacale” secondo CGIL-CISL-UIL è una trappola mortale, sta proprio nella capacità della lotta e della forza che essa può ed è in grado di esprimere.

Questo richiederebbe però che cominciamo quindi a rompere con la nostra vecchia convinzione che “la concertazione” è solo un modo per soffocare le lotte e che la vera lotta operaia e proletaria possa ripartire solo alla precondizione della sua immediata rottura con quella logica, capendo viceversa che i lavoratori temporaneamente e transitoriamente cercano appunto il rifugio nell’insieme delle regole concertative che lo Stato ed i padroni hanno concesso per decadi e decadi di sviluppo della accumulazione capitalistica, per cui oggi la sua stessa crisi nega e sgretola per un numero crescente di nuovi proletari. C’è una richiesta che viene dal basso e non semplicemente da quei lavoratori un po’ meglio garantiti che difendono corporativisticamente la propria “concertazione” e la propria condizione migliore sopra agli immigrati, ma è una spinta viceversa che viene proprio dal nuovo proletariato giovanile italiano ed immigrato, che quell’insieme di istituti, regole e garanzie concertative non le hanno mai viste, vissute e conosciute.

Non dobbiamo quindi stupirci, che sebbene i margini di concessioni durevoli ai lavoratori si fanno sempre più limitati e ristretti, nel verificare ed ammettere che la “fascinazione” della concertazione sindacale ancora attragga per motivi essenzialmente dovuti ai rapporti di forza generali la navicella della lotta dei lavoratori, facendo apparire ai lavoratori stessi l’unica strada percorribile, quella appunto della lotta per rivendicare il “rispetto delle regole” da parte dei padroni. Il cosiddetto “opportunismo” che erroneamente potremmo affibbiare a quei lavoratori di Pisa che in Amazon scelgono di andare dietro le bandiere della UILTrasporti o a quelli di Bessmer che prendono quelle della AFL-CIO in Alabama, invece di rivolgersi al sindacalismo di base conflittuale e di classe SI COBAS e ADL COBAS o di continuare l’esperienza di lotta attraverso i grassroots (comitati di base) degli Amazonians United di Chicago, New York e della Bay Area, è alimentato appunto da questo deficit di forza della mobilitazione generale.

E’ lo stesso deficit di forza generale che pesa sui lavoratori del SI COBAS, che sebbene ancora capaci di reagire alla repressione dello Stato con coraggio eroico – e che speriamo continuino a resistere con una mobilitazione sempre più ampia dei lavoratori e delle lavoratrici –, che purtroppo ancora li costringe in un angolo isolato e che impedisce di verificare e trarre un bilancio per esempio che la mediazione “positiva” della Prefettura sia stato di fatto il preludio della repressione dei giorni seguenti.

manifestazione nazionale a Piacenza del 13 marzo 2021 per Arafat e Carlo liberi subito, contro la repressione dello stato, le revoche dei permessi di soggiorno e la criminalizzaione delle lotte operaie e dei lavoratori

Amazon e TNT/Fedex non possono concedere la “concertazione” o mantenere quell’insieme di relazioni sindacali strappati con la lotta di questi anni. Lo stato ed i governi lo fanno ma solo a ben rigide condizioni. Nella logistica il tempo in cui la lotta, rompendo i vincoli angusti della “concertazione”, era in grado di ottenere l’applicazione delle regole secondo il punto di vista operaio ed imposte ai padroni con la lotta dura, si fa e si farà sempre più complicato.

Anche per liberare Arafat e Carlo e rispondere alla repressione dello Stato a Piacenza e Prato, dovremo augurarci che lo sciopero nella filiera Amazon del 22 marzo possa avere una continuità ed un suo rafforzamento, senza avere paura di sporcarsi le mani realizzando il sostegno da parte degli operai ed operaie della logistica “ribelle” e del sindacato di classe SI COBAS ed ADL COBAS a questo ed ai successivi passaggi di lotta in Amazon, rifuggendo da scorciatoie identitarie e semplificatorie.

Perché questo transitorio passaggio nella nebbia attraverso la conquista della “concertazione sindacale” perduta o mai avuta, i padroni non se la possono permettere per come essa era prima.

Mentre i governi si trovano nella difficoltà crescente di gestire e governare la crisi (economica, sociale, della pandemia e della natura), essi talvolta confliggono solo relativamente e spesso a chiacchiere con le necessità economiche immediate dei padroni, ma al tempo stesso devono, sempre per gli stessi generali interessi capitalistici, gettare qua e là qualche carota ma non per tutti i proletari senza riserve (qualche proroga della CIG in qualche settore produttivo, qualche proroga del divieto di licenziamento, qualche soldo in più come del resto ha fatto Jeff Bezos nelle warehouse degli Stati Uniti aumentando per gli associati full time – i badge blu – l’aumento della paga oraria tra i 13 dollari ed i 15 dollari, ma con la triplicazione dei ritmi e dello sfruttamento e l’impossibilità di accumulare i punti che consentono l’accumulo dei giorni di ferie). Di fatto stati e governi attraverso le sempre più piccole e limitate carote stanno preparando un regime di warfare state sociale e di disciplinamento della forza lavoro e proletaria sul piano generale.

Non è questo il segnale che viene da Torino dove la GIP incaricata delle indagini e degli arresti minaccia la decurtazione degli assegni di reddito di cittadinanza o la loro stessa revoca per quelle famiglie di proletari senza riserve, i cui figli “ribelli” il 26 ottobre 2020 assaltarono i negozi del lusso a Torino? Che significato assumono questi fatti alla vigilia di un nuovo perfido lockdown “generalizzato” alla vita ma non applicato alla produzione del profitto, preceduto da una violenta repressione dello stato delle lotte e delle insubordinazioni proletarie di ieri e l’altro ieri?

Questo dovrebbe suggerire che se è finito il tran tran della lotta di classe in guanti bianchi, con esso si sta evidenziando anche l’impossibilità che una alternativa operaia e di classe possa emergere con le agende, forme e piattaforme del passato: le lotte avvengono improvvisamente, sovvertendo il quadro sociale per lo stesso procedere della crisi capitalistica. Assisteremo a reazioni dei lavoratori – sempre più in difficoltà di campare – non immediatamente in rottura con le regole della concertazione sociale, ma nel tentativo di partenza di volerla riaffermare, mentre le necessità del profitto e della accumulazione sociale del valore le stanno demolendo, così assisteremo ad altrettanti reazioni “ribelli” e di insubordinazione diffuse di un giovane proletario sempre più senza riserve che non è di fatto riassorbile negli schemi programmatici ed organizzativi del sindacalismo di classe tradizionale e della concertazione sociale. La cassetta degli attrezzi che abbiamo concepito fin qui è inutile per reagire agli eventi imprevisti; governare la barca attraverso le improvvise onde di burrasca e dalle correnti mutevoli prodotte dalla crisi generale del modello dei rapporti di produzioni capitalistici basati sulla accumulazione del valore e della produzione delle merci, richiede di guardare avanti e non verso la rotta appena alle spalle.

Non c’è una ricetta preconfezionata capace di dare tutte le risposte, ma senz’altro far finta di nulla dello sciopero nella filiera Amazon è la via peggiore.


Perché Amazon non è cattiva

Amazon è stata fondata nel 1994 come piccola società di acquisti on line, prevalentemente stipulando contratti con piccoli e medi produttori di merci a basso costo. Rapidamente si è dotata di un piano industriale diversificato ma attorno al suo core business che le ha dato la possibilità di diventare il colosso attuale e con una workforce mondiale diretta che supera i 300 mila lavoratori nel mondo: nella ricerca e sviluppo informatico e delle tecnologie digitali, nella realizzazione di imponenti infrastrutture di data center per il Cloud Computing posizionandosi nella leadership di questo mercato mondiale che ha visto delle revenue di fatturato passare dai 13 bilioni di dollari del 2008 agli attuali 236 bilioni di dollari del 2020. Ha realizzato attraverso la fornitura di una piattaforma di vendita di merci per il business ma anche per il mercato consumer la concentrazione della realizzazione del plusvalore di quella miriadi di piccoli produttori di merci a basso costo della Cina e di tutto il sud est asiatico. Attraverso la capacità di dotarsi – con le revenue del Cloud e della ricerca informatica – di una offerta di merci targate Amazon e di delivery diretto al consumatore, di una logistica informatica all’avanguardia, capace di mettere alle strette i driver della logistica tradizionale, UPS, DHL, Fedex e facendo finire anche sulla via della bancarotta lo storico servizio federale postale di United States Postal Service (USPS). In sostanza sta dettando i tempi della ristrutturazione per i driver della logistica tradizionale mettendoli in concorrenza tra loro nell’accaparrarsi le commesse Amazon per le distribuzioni dell’ultimo miglio o di inter-hub. L’avanzato modello dell’algoritmo informatico di Amazon con cui pianifica il delivery, le operazioni di facchinaggio all’interno dei magazzini, di sorveglianza dei lavoratori, di assegnazione dei task di lavoro che li obbligano a fare miglia all’interno del magazzino per prendere o disporre i pacchetti (col fine di fargli accumulare meno task eseguiti che vanno a costituire il numero di early hours libere che il lavoratore può usufruire), obbliga anche gli altri driver a stare sullo stesso ritmo nel giro di vite di una ristrutturazione più complessiva, sia del lavoro che delle relazioni sindacali.

In questo senso la lotta dei lavoratori dei driver della logistica tradizionale, se non effettivamente generalizzata di tutte le filiere ed a livello sovranazionale poco scalfigge Amazon, anzi la lotta frammentata filiera per filiera indirettamente consente ad Amzon nell’ottenere da Fedex, DHL, UPS, SDA, USPS prezzi per i loro servizi sempre più ribassati.

Allora, perché Amazon pigliatutto non può accettare una concertazione sindacale anche la più becera possibile?

Nel 1999 un grosso finanziere Cinese, Jack Ma, raccoglie un capitale di partenza di 60 mila dollari e fonda Alibaba Group (o meglio nota Alibaba).

In pochi anni la piattaforma Cinese è stata in grado di applicare lo stesso modello industriale di Amazon (acquisti on line di merci di piccoli e medi produttori, logistica interna, informatica e digitalizzazione, data center per il Cloud), ed in più la costituzione di un circuito finanziario dei pagamenti elettronici alternativo all’americano paypal chiamato alipay.

Dopo lo startup fino al 2000 raccoglie 25 milioni di investimenti da Goldman Sachs (americana), SoftBank (Giapponese), Fidelity Investments (americana), ma mantiene la sua autonomia di multinazionale cinese.

Nonostante il gap di partenza, Alibaba sta contendendo ad Amazon i contratti con i produttori di merci cinesi e del sud est asiatico, ossia quella concentrazione del plusvalore del mercato cinese e del sud est asiatico prodotto da quella miriade di produttori medi e piccoli di merci, a cui si va poi ad aggiungere altro plusvalore prodotto nel processo industriale dell’e-commerce e della logistica.

A livello globale il fatturato Amazon è decisamente superiore anche più di 4 volte di più di quello di Alibaba. Ma sul mercato della Cina e del Sud Est asiatico Alibaba è diventato davvero un concorrente aggressivo e pericoloso nei confronti di Amazon, cui Alibaba gli sta sottraendo i contratti con i produttori di merci dell’area.

Tant’è se il fatturato Amazon rimane decisamente superiore, il reddito netto di Alibaba ha prima raggiunto e poi raddoppiato quello di Amazon.

Mentre dal 2016 Alibaba ha cominciato ad affacciarsi sul mercato europeo ed occidentale. In Italia abbiamo Alibaba Italy.

Questa concorrenza sulla concentrazione del plusvalore del mercato mondiale di produzione delle merci spinge Amazon nella impossibilità, per reggere questa concorrenza, di concedere spazi e margini di contrattazione nel solco della “concertazione” con il sindacalismo di stato secondo le regole USA che quelle della democrazia repubblicana italiana.

Il livello della concorrenza raggiunto tra Alibaba ed Amazon paradossalmente sta preoccupando i vertici dello Stato Cinese, che ha messo il colosso dell’E-Commerce dell’oriente “socialista” sotto la lente del controllo politico e forse una possibile multa miliardaria per violazione delle regole di monopolio e per “concorrenza sleale” sui mercati (costringerebbe i produttori a firmare clausole non consentite che vieta ai produttori di vendere le loro merci anche attraverso altre piattaforme e-commerce). Insomma, la competizione è talmente agguerrita che la stessa Cina è attenta che questa non diventi un immediato fattore di precipitazione nella guerra commerciale e militare con gli USA.

È cattiveria quella di Amazon o è la lungimirante visione di Bezos che avverte sul collo il fiato della concorrenza sfrenata di Alibaba che tende a rompere il suo dominio sul mercato mondiale dopo che la multinazionale di Seattle ha surclassato con successo negli anni la sua immediata concorrente storica americana eBay?

Sebbene Amazon ha ancora margini assoluti di vantaggio considerevoli, Alibaba ha un’arma che Amazon non ha: la proprietà di un sistema e di un circuito finanziario riconosciuto e dedicato agli acquisti e vendite on line Alipay.  

Alipay non solo è diffuso in tutta l’asia per le transazioni e-commerce e del tutto alternativo al famoso Paypal (di proprietà di eBay, azienda fondata nello stesso anno di Amazon 1995), ma questo comincia ad essere riconosciuto dai circuiti finanziari europei. I primi paesi e mercati finanziari che hanno riconosciuto questo circuito sono la Francia e l’Italia e chi dall’Europa esegue transazioni e-commerce business to business con la Cina o verso la Cina sempre più trova vantaggioso l’utilizzo di questo canale finanziario, indipendentemente se acquista o vende merci attraverso la piattaforma E-Commerce Alibaba.


Riferimenti:

Alibaba ed Amazon a confronto ultimo trimestre

Alibaba contro Amazon

Alipay nel circuito finanziario europeo

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