Noi non abbiamo patria

Luci fosche sulla lotta dei lavoratori Amazon negli Stati Uniti

La vicenda della spinta dei lavoratori Amazon di Bessmer (cittadina della suburb area della contea di Jefferson e della città di Birmingham in Alabama) verso la loro sindacalizzazione è sorta alla attenzione di tutto il movimento dei lavoratori negli Stati Uniti ed all over the Europe. Una attenzione che si sta esprimendo in un rinnovato protagonismo spontaneo di tanti lavoratori e proletari che si fanno promotori di iniziative diffuse a sostegno dei lavoratori di Bessmer.

Questo accade non solo perché Amazon negli ultimi 15 anni è diventata una delle principali e più potenti global company del capitalismo nord-americano e del mondo, ma anche perché i suoi lavoratori sono crescentemente sottoposti (soprattutto negli USA ma anche all’estero) ad una offensiva contro l’organizzazione sindacale sul posto di lavoro, che vede l’impiego di una global intelligence privata, licenziamenti mirati di migliaia di lavoratori attivisti e le moderne tecniche di repressione offerte dalla famigerata e famosa Pinkerton Detectives Agency (quella famigerata agenzia che è famosa per essersi adoperata nella repressione nel sangue degli scioperi operai di fine ‘800 ed inizio ‘900 e soprattutto per il famoso eccidio degli operai in sciopero di Homestead del 1892), fino alla sorveglianza diretta del singolo lavoratore attraverso l’imposizione dell’uso del braccialetto elettronico al polso.

Amazoninan Bessmer workers

Da payday report, 28 febbraio 2021 (i virgolettati sono le dichiarazioni di Biden e le repliche dei dirigenti sindacali).

Questa notte, il presidente Joe Biden ha rilasciato un video in cui esprime il suo sostegno agli sforzi di sindacalizzazione, compresi quelli di Amazon in Alabama, dove 6.000 lavoratori voteranno questo mese sull’opportunità di sindacalizzarsi.

Oggi e nei prossimi giorni e settimane, i lavoratori in Alabama e in tutta l’America voteranno se organizzare un sindacato sul posto di lavoro“, ha detto Biden in un video pubblicato su Twitter. “Questo è di vitale importanza – una scelta di vitale importanza, poiché l’America è alle prese con la pandemia mortale, la crisi economica e
d il riconoscimento della questione razziale – ciò che rivela sono le profonde disparità che ancora esistono nel nostro paese“.

Biden ha affermato nei suoi commenti che il governo federale ha avuto un ruolo nell’aiutare a promuovere la sindacalizzazione negli Stati Uniti. “Dovreste tutti ricordare che il National Labor Relations Act non ha solo affermato che i sindacati possono esistere, ma ha detto che dovremmo incoraggiare i sindacati“, ha detto Biden. Biden ha anche compiuto un passo per denunciare alcune delle tattiche di distruzione dei sindacati che le aziende, inclusa Amazon, usano regolarmente per distruggere i sindacati. “Non dovrebbero esserci intimidazioni, coercizioni, minacce, propaganda anti-sindacale. Nessun supervisore dovrebbe confrontarsi con i dipendenti sulle loro preferenze sindacali “, ha affermato Biden. Gli storici del lavoro hanno salutato il discorso come una svolta epocale nel modo in cui i presidenti aiutano i sindacati. “I politici fanno sempre grandi discorsi alle convenzioni sindacali ed evitano di organizzare campagne sindacali a causa della possibilità di fallimento. Ma Biden ha infranto questa norma ”, ha twittato lo storico del lavoro dell’Università della California di Santa Barbara Nelson Lictenstein. La RWDSU, che sta cercando di sindacalizzare i lavoratori di Amazon in Alabama, ha accolto con favore la dichiarazione. “Grazie, presidente Biden, per aver inviato un messaggio chiaro a sostegno della BAmazon Union Workers che cercano di portare il primo sindacato in un magazzino Amazon con RWDSU”, ha detto il presidente di RWDSU Stuart Applbaum in una dichiarazione. “Come sottolinea il presidente Biden, il modo migliore per i lavoratori di proteggere se stessi e le loro famiglie è organizzarsi in sindacati
“.

Il processo ad organizzarsi nei magazzini Amazon è un dato materiale prodotto dalla volontà dei lavoratori di contrastare il loro super sfruttamento imposto dal magnate Jeff Bezos. Ma quanto emerge dalla comunione di intenti tra la nuova sindacalizzazione formale in Amazon e l’amministrazione Biden fa a cazzotti con le “nostre aspettative” e “speranze” [1].

Con queste premesse il processo di sindacalizzazione in Amazon che si sta realizzando appare più essere una controreazione al tentativo di autorganizzazione dei lavoratori, anziché un avanzamento dell’autorganizzazione stessa e risultato delle lotte spontanee del 2019 e 2020 [2]. Quello che sta accadendo nello stabilimento di Bessmer è l’evidenza che quel processo di autorganizzazione non sta trovando la forza per sottrarsi a come il modo di produzione capitalistico, nel suo livello più alto del suo sviluppo dei rapporti di produzione e dell’accumulazione del valore nella sua fase epocale di crisi sistemica – nel cuore dell’impero nord americano, risponde secondo le sue necessità alle aspettative dei lavoratori: attraverso il riassorbimento della spinta dell’autorganizzazione dei lavoratori all’interno del compattamento corporativo e nazionalistico intorno alle necessità democratiche di rilancio degli Stati Uniti nella competizione capitalistica ed imperialistica mondiale.

Di fronte alle difficoltà dei lavoratori Amazon a rafforzare, estendere ed auto-organizzare la lotta, dove conclude questo processo formale di sindacalizzazione che già nei suoi primi passi avviene sotto l’imprimatur dall’alto del governo federale già alle prese con le crescenti difficoltà del capitalismo nordamericano?

Che fine faranno gli Amazonians United di New York, Chicago e della Bay Area della California che sono dei veri grassroots operai (comitati di base) della stagione di lotte appena alle spalle? Che ne sarà degli scioperi unitari in Amazon e Fedex di tutta la Bay Area della California contro il razzismo avvenuti all’interno del movimento di ribellione per George Floyd nel 19 giugno 2020 (la giornata del black Juneteenth)? Che continuità potranno trovare i primi timidi tentavi di solidarietà internazionale inviata ai lavoratori Amazon polacchi dai loro colleghi del comitato di base degli Amazonians United Chicagoland o che stanno caratterizzando a fatica una mobilitazione globale dei lavoratori in tantissimi paesi avviata con lo slogan “Make Amazon Pay”?

L’esito di questa vicenda nello specifico immediato appare scontato e con possibili ricadute negative su tutti i lavoratori. Nel medio periodo, invece, l’esito sta tutto nella divaricante contraddizione tra la politica di “Bezos” (che prevede il ritocco delle paghe orarie minime, controbilanciate dall’aumento ai limiti umani dei carichi di lavoro e la negazione assoluta di una qualsiasi sindacalizzazione, anche la più becera che sia) e quella di “Biden” (che non esclude a priori l’esercizio dell’uso della repressione contro i lavoratori dopo avere tentato prima di compattarli nazionalisticamente), ma che è ovviamente ritenuta da Bezos stesso un “azzardo”, in quanto i margini lobbistici e corporativi per esercitare una totale e duratura sottomissione del lavoro al capitale si fanno sempre più limitati ed in contrasto con le necessità immediate della realizzazione del profitto, con o senza i sindacati di stato corporativi.

Alle necessità che la lotta dei lavoratori Amazon pone sul terreno dello scontro sociale, l’opzione “Biden” e l’opzione “Bezos” sono due politiche in contrasto tra loro solo relativamente: la prima dettata dalle necessità complessive e generali di rilancio aggressivo del capitalismo USA nella contesa imperialistica mondiale dei mercati; la seconda dalle necessità economiche immediate di Amazon all’interno del suo coinvolgimento nella stessa competizione globale capitalistica. A ben vedere alla base di entrambe vi è l’ingovernabilità della crisi generale dei rapporti di produzione capitalistici che non offre possibilità per soluzioni durature e di lungo periodo, e che per altri versi ha costretto all’angolo Trump proprio per l’impossibilità di risolvere senza intoppi i due corni del problema.

Certamente i lavoratori Amazon di Bessmer si apprestano a sindacalizzarsi attraverso la lobby corporativa della RWDSU non per farsi impiccare immediatamente il giorno dopo agli scaffali dei magazzini in Alabama e nel resto degli Stati Uniti. Così come non è nelle intenzioni dei lavoratori di altri servizi essenziali, della ristorazione e della GIG economy, cui in queste settimane lo Stato e l’istituto del NLRB potrebbe “concedere” ad alcuni di loro lo stesso “diritto” concesso a quelli di Amazon.

Se è vero questo, è anche vero però che non vi è spazio per la riedizione a sinistra o più a sinistra delle vecchie forme dell’organizzazione operaia sui posti di lavoro, dove essa possa tracciare sul piano immediato una prima sua distinzione dagli interessi capitalistici complessivi. Sta avvenendo sotto i nostri occhi: la sindacalizzazione formale in Amazon già nasce con l’imprinting della totale assenza di una qualsiasi “autonomia della classe” (giusto per usare una terminologia che appaia chiara a tutti), già imbrigliata da un angusto accodamento agli interessi complessivi, generali ed impersonali del capitalismo rappresentati dal suo stato democratico, potremo dire già riassorbita nell’ambito della sussunzione reale del lavoro al capitale, che le dichiarazioni della RWDSU rappresentano.

E’ una fase difficile di transizione temporanea di riflusso attraverso il Bidenismo di sinistra come risposta alla crisi, dove i proletari sono più facilmente ostacolati proprio quando si muovono come operai “organizzati” nelle tradizionali forme del movimento operaio.

Si è vista la stessa dinamica durante i forti scioperi e picchetti operai agli Hunts Point Market del Bronx di fine gennaio per la richiesta dell’aumento di un dollaro sulla paga oraria, terminati in un tripudio nei confronti di Alexandra Ocasio-Cortez, Sanders e la nuova presidenza Biden-Harris. Ma lì l’esito non era scontato in quanto il lavoro degli operai dell’Hunts Point del Bronx provvede a coprire il 60% del fabbisogno alimentare della città di New York, evocando un aspetto non secondario della vicenda, che in un futuro vicino può essere capace di catalizzare un numero crescente di proletari: la questione dell’aumento della insicurezza alimentare che oggi negli Stati Uniti affligge più di 50 milioni di persone.

La lotta agli Hunts Point del Bronx fa anche parte di una scia di scioperi e lotte più ampia sui cui aleggia lo spettro del fallimento dei fondi pensioni dei lavoratori dai 45 anni in su. Una patata bollentissima che l’attuale presidenza Biden si trova in mano, cui gli stessi tentativi bipartizan avviati da più di due anni non sono riusciti ancora a trovare una soluzione, che rischia di esplodere in maniera incontrollabile mettendo in crescente difficoltà ed in crisi l’intero movimento unionista ufficiale dei lavoratori. Il Bidenismo di sinistra ha avuto buon gioco nel Bronx nel realizzare l’opera di pompieraggio della lotta, compiendo una mediazione in favore dei lavoratori che gli ha fatto ottenere 0,75 centesimi l’ora di aumento (e possibilmente arrivare ad un aumento complessivo di 1,85 dollari a fine 2024). Ma gli stessi lavoratori plaudenti la Ocasio-Cortez continuavano e continuano a domandare “che ne sarà delle nostre pensioni?”.

Viceversa, i lavoratori sono meno facilmente imbrigliabili quando si mobilitano come proletari senza riserve contro gli sfratti, contro il razzismo sistemico, contro la pandemia, per le vitamine ed il pane e come “lavoratori essenziali” per paghe orarie decenti nei settori ultra marginali della GIG economy, dove talvolta tutti questi aspetti confluiscono insieme. Le lotte immediate diventano – in questa fase di crisi generale – un materiale incendiario quando sono costrette a confrontarsi con l’insieme della geografia capitalistica e dei suoi rapporti di produzione e di riproduzione della vita. Ossia quando concretamente spinge chi lotta alle domande non semplicemente su come allargo il fronte di lotta, bensì prima di tutto come riproduco le mie condizioni di vita che la crisi sta demolendo e la pandemia sta evidenziando, quando esse per la maggior parte dipendono da luoghi lontani, in altre contee, suburb, stati e continenti da dove noi proletari viviamo e lottiamo? Cosa ci serve dalla società e che cosa offriamo di utile ad essa? Come ci riscaldiamo d’inverno, come ci nutriamo in maniera sostenibile, da dove viene il cibo e l’elettricità che ci serve per campare? 

Nei giorni in cui l’intero Texas, patria USA dell’estrazione petrolifera e cuore energetico degli Stati Uniti d’America, è rimasto al gelo ed al buio per più di una settimana a causa di un blackout generale, fa apparire il sistema complessivo basato sulla produzione e accumulazione del plusvalore davvero incapace di offrire le risposte ai bisogni essenziali per la vita umana: il blackout ha causato più di 20 morti, 5 milioni di persone senza acqua corrente, gas e luce e la messa in stato di allerta per almeno 200 milioni di statunitensi ed ancora oggi in molte zone la distribuzione dell’acqua corrente e dell’elettricità non è tornata a regime. 

E’ difficile per i lavoratori cogliere il nesso tra una lotta generale per un salario universale (per altro corrisposto nella forma degli “stimulus check” della presidenza Trump e ora di quella Biden) come risposta alla discesa verso il crack dell’attuale modo di produzione e dei suoi rapporti sociali marcescenti. Non hanno forse ben più di una ragione?

Molto spesso i medesimi individui umani (proletari) sono obbligati a caratterizzarsi in maniera differente quando si confrontano con le leggi impersonali dell’economia all’interno del loro posto di lavoro, rispetto a quando si confrontano con le stesse leggi ma all’interno del loro territorio, all’interno della geografia capitalistica nel suo complesso che determina la riproduzione delle loro condizioni di vita.

La crisi generale dell’accumulazione capitalistica costringe gli USA a spremere di più i suoi lavoratori nel dover sostenere la acuita concorrenza con le merci a basso costo asiatiche, cinesi dell’Africa e dell’America Latina, e lo fa tentando di corporativizzare una parte di essi, ritenuti dal punto di vista dell’accumulazione capitalistica “nevralgici”, ma non tutti e non la stragrande maggioranza dei proletari, e non senza evitare il drastico peggioramento di tutte le complessive condizioni materiali generali della vita dei lavoratori, soprattutto delle donne, che sono sempre più spesso, insieme ai colorati e ai proletari razzializzati, le prime ed i primi a scendere in campo.

La situazione dei lavoratori delle catene finanziarie della ristorazione è emblematica circa questo intreccio e questa dissociazione. Le multimiliardarie multinazionali McDonald’s, KFc, Burger King, Tacos Bell, Wendy’s ecc. sono coinvolte in una concorrenza spietata tra di loro acuita dalla crisi generale dell’accumulazione capitalistica. La necessità di rincorrere la caduta della accumulazione del plusvalore da un lato le costringe ad una competizione basata sui prezzi al ribasso, basata su menù al discount e venduti quasi a prezzi di sottocosto (serie menù ad 1 dollaro), mentre dall’altro lato impongono ai propri lavoratori turni massacranti, orari prolungati ed in assoluto le peggiori paghe orarie degli Stati Uniti (spesso anche di 5 dollari l’ora e decisamente inferiori alla paga oraria minima di 7.5 dollari prevista dalla legislazione federale). Questa concorrenza è anche il portato e cofattore della stessa concorrenza che esiste nella produzione dell’agrobusiness e dell’industria dell’allevamento mondiali che spinge alla vendita sottocosto dei prodotti della terra, alla fame centinaia di milioni, se non qualche miliardo, di lavoratori poveri della terra di tutto il mondo.

La realizzazione del profitto avviene poi attraverso l’offerta finale di un cibo scadente con cui il proletariato delle metropoli nord americane è costretto a nutrirsi, e che va anche a soddisfare il bisogno di riproduzione di quegli stessi lavoratori “nevralgici” che si tenta di compattare corporativisticamente.

Ma talvolta nelle nuove lotte proletarie, dei proletari di colore e delle donne proletarie (nere e latine principalmente), soprattutto con la congiunzione della crisi pandemica, comincia ad emergere la domanda con tutta la sua drammaticità, non solo su come nutrirsi ma anche su come farlo con un cibo che sia sostenibile per la riproduzione della vita.

Queste sono le domande sulle quali il sistema dei rapporti di produzione e delle relazioni generali del capitalismo in crisi non ha risposte, all’infuori di una generale sottomissione violenta dei proletari sull’altare delle necessità “dell’economia” e della guerra per la supremazia economica tra i vari Stati imperialisti più forti.

Al momento sembra impossibile cavarne un ragno dal buco se pretendessimo di trovare già adesso delle prime risposte immediate alle domande che emergono attraverso le faglie della crosta sociale in sommovimento. Anche la sindacalizzazione “impulsata dall’alto” o “riorientata dall’alto” in Amazon a Bessmer risulta così un passaggio della ri-sottomissione al processo di corporativizzazione dei lavoratori alle necessità complessive del capitale.

E’ però di non secondaria importanza constatare la “novità” delle domande, sul tipo di domande e le diverse reazioni che i diversi attori sociali proletari sono costretti a porsi, recitando a soggetto secondo il canovaccio della storia moderna scritta dal procedere del capitalismo e dalle sue leggi impersonali all’interno di questa sua epocale crisi sistemica. 

Riconciliare ed o riconnettere i due momenti di conflittualità determinata, all’interno del processo della produzione del valore, e all’interno del processo della riproduzione delle condizioni della vita e della merce forza lavoro umana, è qualche cosa che non si può realizzare attraverso piani programmatici preconfezionati. 

La cassetta degli attrezzi necessaria è in fase di veloce preparazione, ma non ci sono ancora noti i nomi degli strumenti né la loro morfologia, non saranno i comunisti a realizzarla, semmai a riconoscerla o esserne una parte di essa maneggiata direttamente dal nuovo proletariato meticcio in componimento.

Qualcuno disse che i comunisti non fanno le rivoluzioni, semmai le dirigono. Entriamo nella fase in cui con maggiore chiarezza emerge che viceversa sono le rivoluzioni a indirizzare i comunisti o i rivoluzionari.


Note:

[1] Biden sembra essere andato a lezione di Benito Mussolini che nel 2 settembre 1922 sulle pagine del quotidiano fascista “Il Popolo d’Italia” scrisse un memorabile articolo dal titolo “Sindacalismo” – potete leggerlo qui sul sito dei compagni del Nucleo Comunista Internazionalista che ce lo ripropongono quasi per intero e a futura memoria.

[2] Il National Labor Relation Board, il principale organo federale di gestione della concertazione sindacale sulle singole istanze e o vertenze poste dai lavoratori.

E’ una agenzia federale “indipendente” i cui membri sono nominati dal presidente degli Stati Uniti d’America e dal Senato. Il Chairman del National Labor Relations Board ha una carica di 5 anni, quindi generalmente durante il primo anno del mandato presidenziale rimane in carica come direttore del Board quello nominato dal presidente degli Stati Uniti uscente.

E’ stato istituito nel 1935 per amministrare le diverse legislazioni in materia di relazioni sindacali (Labor Relations Acts) con l’avvio della politica del “New Deal”. I suoi compiti principali sono:

Lo scopo del Board, sebbene amministra il diritto dei lavoratori di associarsi ed organizzarsi collettivamente per le controversie sul lavoro, la sua istituzione di fatto ha sottratto ai sindacati l’indipendenza dal controllo dello stato. Con la legge Wagner Act del 1935 (e che poi istituisce il Labor Relations Board) la contrattazione tra lavoratori ed aziende rimaneva “libera”, senza alcuna mediazione da parte dello stato, ma di fatto questa doveva essere rigidamente e legittimamente rimanere all’interno del quadro burocratico di regole imposte dallo stato federale. Un esempio fu la lotta dei controllori di volo del 1981 durante la presidenza Regan. Regan dichiarò illegali gli scioperi ordinando il ritorno al lavoro ai lavoratori, licenziando poi gli 11 mila lavoratori che non rispettarono l’ordine del governo, ed in virtù di ciò, il NLRB decretò la decertificazione del sindacato che venne sciolto.

Durante l’amministrazione Trump, l’agenzia federale è stata diretta da Peter Robb, già membro attivo del NLRB sotto la presidenza Reagan e che si distinse appunto nella vicenda della lotta dei controllori di volo. Dal 2019 la politica di Trump e del Board è stata essenzialmente volta a limitare le azioni collettive di “Rank and File” dei lavoratori, irrigidendo i criteri di ammissibilità dei contenziosi presentati dai lavoratori ed in particolare di quelli legati al non rispetto delle condizioni sanitarie contro il covid (specialmente nella logistica, agroindustria e lavorazione delle carni). NLRB dal 2019 e soprattutto nel 2020 è stato molto attivo nel limitare ed ostacolare le elezioni per la formalizzazione dei sindacati in vari posti di lavoro, oppure nel decretare che le misure sanzionatorie delle aziende contro “le comunicazioni inappropriate” dei lavoratori (che vanno dall’uso dei social media per organizzarsi e all’uso indebito dei loghi aziendali durante le campagne di protesta o sui gruppi social) fossero lecite e non lesive delle leggi sul lavoro e della vecchia Wagner Act. La conduzione del NLRB sotto Peter Robb è stata particolarmente attiva nel risolvere anche positivamente per McDonald’s centinaia di contenziosi arrivati sul tavolo del Board negli ultimi 5 anni. La Presidenza Biden è uno dei rari casi che ha interrotto la consuetudine di rispettare la fine naturale mandato del chairmen del NLRB nominato dalla presidenza uscente. Il 20 gennaio Biden chiede a Peter Robb le dimissioni. Peter Robb si si rifiuta reclamando di rimanere al suo posto fino al termine del suo mandato. A quel punto Biden lo licenzia (rappresentando il primo caso nella storia del NLRB degli Stati Uniti), nominando al suo posto Lauren McFerran già membro del NLRB dai tempi della seconda amministrazione Obama.