La guerra agli immigrati e l’anacronistica lotta per la difesa del salario al tempo della crisi e del coronavirus

Il titolo può sembrare assolutamente provocatorio, ma l’emergere di un nuovo mostro proletario dai caratteri meticci, impone l’uso del termine “anacronistico” quando le forme della lotta di classe cui ci si riferisce sono quelle determinate durante lo sviluppo delle forze e dei rapporti capitalistici di tutto un ciclo precedente che ha caratterizzato il vecchio movimento operaio del secolo scorso.

Molte volte abbiamo letto e riletto l’opera del giovane Engels del 1844 (allora ventiquattrenne) la Situazione della classe operaia Inglese ed in particolare il passaggio specifico sul proletariato Irlandese. Questo lavoro di Engels contribuì a forgiare le prime bozze del socialismo scientifico e della teorica rivoluzionaria di Marx ed Engels sin dai suoi esordi nel Manifesto del Partito Comunista del 1847 ed uscito per la prima volta alle stampe nel 1848. Leggiamo attentamente quanto Engels scriveva nel capitolo V circa l’immigrazione Irlandese:

…Questi lavoratori irlandesi, che per quattro pence, vanno in Inghilterra — sulla coperta dei vapori, ove spesso sono accalcati come bestie — s’insinuano ovunque. Le più luride abitazioni sono per essi sempre buone; i vestiti danno loro poca pena, fino a che sono tenuti assieme da un filo; non conoscono scarpe; il loro nutrimento è di patate e soltanto di patate. Quello che guadagnano in più, lo spendono in bevande; che bisogno ha una tale razza di un salario elevato?… Come usa in patria, l’irlandese fabbrica in casa il suo porcile, e, se non può, lascia che il suo porco dorma nella stanza presso di lui. Questo nuovo modo anormale di allevamento nelle grandi città è completamente di origine irlandese; l’irlandese è attaccato al suo porco, come l’arabo al suo cavallo, soltanto con la differenza che il primo vende il porco se è abbastanza grasso per poter essere macellato, ma parimenti mangia e dorme con esso, con esso giuocano i suoi bambini che lo cavalcano e che con esso rotolano nelle immondizie, come si può vedere in tutte le grandi città d’Inghilterra, centinaia di volte….

Come potrebbe essere altrimenti? Come vuole la società, che lo pone in uno stato in cui egli quasi di necessità deve divenire un’ubbriacone, che lo trascura in tutto e che lo lascia inselvatichire, come vuole essa di poi accusarlo, se realmente egli diviene un ubbriacone? L’operaio inglese ha da lottare con un simile concorrente, un concorrente che sta nel gradino più basso ch’è possibile in un paese civilizzato e che perciò abbisogna anche di un salario minore di qualsiasi altro…

Per divenire meccanico (mechanic è in inglese ogni lavoratore occupato alla fabbricazione delle macchine) e operaio industriale, l’irlandese dovrebbe in primo luogo accettare la civiltà inglese ed i costumi inglesi, in breve, divenire inglese. Ma dove si tratta di un lavoro semplice e poco esatto, che dipende più dalla forza che dall’abilità, in tale caso l’irlandese è capace quanto l’inglese. Perciò pure questi rami di lavoro sono abbandonati dagli inglesi; i tessitori a mano, i manuali, i facchini, gli artigiani, sono nella massima parte irlandesi, e l’affollarsi di questa nazione ha contribuito moltissimo all’abbassamento del salario e della classe lavoratrice. E se anche gli irlandesi, penetrati nelle altre branche di lavoro, dovessero divenire più civilizzati, rimarrebbero tuttavia sempre abbastanza dipendenti dalla vecchia economia per influire — accanto all’influenza che sarebbe prodotta dalla vicinanza degli irlandesi — in modo degradante sui compagni di lavoro inglesi…

Engels non dà alcuna speranza di riscatto sociale per il proletariato straccione irlandese, cui solo la lotta e l’organizzazione del movimento operaio inglese potrà, a certe condizioni, consentirgli di elevarsi ad un proletariato civile e in lotta per il socialismo. Questa è una fotografia dura, oggettiva della condizione operaia in Inghilterra, che giustamente deve essere considerata secondo il punto di vista dello scienziato rivoluzionario e senza alcuna suggestione moralistica ed umanitaria. Quanto questa prima analisi circa la situazione della classe operaia inglese e della sua componente “stracciona” (che volgarmente poi verrà definita con il termine di sottoproletariato) verrà poi sintetizzata a tre anni distanza nello stesso Manifesto del Partito Comunista secondo la categoria del lumpenproletariat lo troviamo nel seguente passaggio all’interno di questo passo dello storico programma:

questa putrefazione passiva degli infimi strati della società, che in seguito a una rivoluzione proletaria viene scagliato qua e là nel movimento, sarà più disposto, date tutte le sue condizioni di vita, a lasciarsi comprare per mene reazionarie”.

Quando Marx ed Engels scrivono questa suggestiva fotografia è al proletariato irlandese innanzitutto cui stanno pensando, la cui disponibilità a farsi super sfruttare in cambio del necessario per una bevuta di acquavite ostacola la lotta del movimento operaio e della classe operaia inglese. Anzi è suscettibile di farsi strumento antiproletario ad uso e consumo della reazione controrivoluzionaria borghese.

In sostanza la liberazione del proletariato straccione irlandese non potrà essere per opera di se stesso, ma per opera dell’azione del più ‘avanzato’ movimento della classe operaia inglese.

Quanto questa prima visione fosse totalmente sbagliata non è una lettura eterodossa di questo blog, ma sono Marx ed Engels stessi a chiarirlo, a scriverlo con colpi di cesello nella critica scientifica rivoluzionaria, scolpendo a chiare lettere al movimento operaio europeo, che nel frattempo si organizzava nella sua Prima e poi nella sua Seconda Internazionale, quanto viceversa le leggi ferree ed impersonali del capitalismo stavano determinando.

Marx scrive ad Engels il 10 dicembre 1869 su come intenderà impostare la discussione nella prossima seduta della Prima Internazionale Comunista:

La maniera con cui martedì prossimo intavolerò la faccenda è questa: astraendo da ogni frase ‘giustizia per l’Irlanda’ sia ‘internazionale’, sia ‘umanitaria’ – frase che nel ‘Consiglio Internazionale’ va da sé – è ‘interesse assoluto e diretto della classe operaia inglese di liberarsi del suo attuale vincolo con l’Irlanda’. E’ questa la mia convinzione più profonda per motivi che in parte non posso comunicare agli stessi operai inglesi. Per lungo tempo ho creduto che fosse possibile abbattere il regime irlandese mediante la ascesa della classe operaia inglese. Ho sempre sostenuto questo parere nella ‘New York Tribune’. Uno studio più approfondito mi ha convinto ora del contrario. La classe operaia inglese ‘non farà mai nulla’, prima che si sia liberata dell’Irlanda. Dall’Irlanda si deve far leva. Per questo motivo la questione irlandese è così importante per il movimento sociale in genere.

Marx insiste su questo punto: “E ora la cosa piú importante di tutte! Ogni centro industriale e commerciale in Inghilterra possiede ora una classe operaia divisa in due campi ostili, proletari inglesi e proletari irlandesi. L’operaio comune inglese odia l’operaio irlandese come un concorrente che comprime il livello di vita. In relazione al lavoratore irlandese egli si considera un membro della nazione dominante e di conseguenza diventa uno strumento degli aristocratici inglesi e capitalisti contro l’Irlanda, rafforzando così il loro dominio su se stesso. Egli nutre pregiudizi religiosi, sociali e nazionali contro l’operaio irlandese. Il suo atteggiamento verso di lui è più o meno identico a quello dei ‘bianchi poveri’ verso i negri negli ex Stati schiavisti degli U.S.A. [n.d.r. grassetto del blog].  L’irlandese lo ripaga con gli interessi della stessa moneta. Egli vede nell’operaio inglese il corresponsabile e lo strumento idiota del dominio inglese sull’Irlanda.

Questo antagonismo viene alimentato artificialmente e accresciuto dalla stampa, dal pulpito, dai giornali umoristici, insomma con tutti i mezzi a disposizione delle classi dominanti. Questo antagonismo è il segreto dell’impotenza della classe operaia inglese, a dispetto della sua organizzazione. Esso è il segreto della conservazione del potere da parte della classe capitalistica. E quest’ultima lo sa benissimo.

La questione era perfettamente chiara al primo violino (Marx) ed al secondo violino (Engels).

Dopo essermi occupato per anni della questione irlandese sono venuto alla conclusione che il colpo decisivo contro le classi dominanti in Inghilterra (e sarà decisivo per il movimento operaio all over the world), deve essere portato non in Inghilterra ma piuttosto in Irlanda.” (Marx a Sigfrid Meyer e August Vogt, a New York, del 9 aprile 1870).

Quindi Marx ed Engels, erroneamente, pensavano grosso modo fino al 1867 che la questione dell’oppressione dell’Irlanda potesse essere risolta dalla rivoluzione di classe, dovettero poi ricredersi come lo scienziato indaga il corso della malattia, ne individua la causa e gli effetti sull’organismo umano. Di primaria importanza era per loro la battaglia all’interno della Prima Internazionale per ribaltare lo schema erroneo precedente e continuarono a battere su questo tasto anche dopo il suo scioglimento.

Ma i chiesastici del marxismo e della socialdemocrazia (dei programmi minimi in fedele continuità con il Manifesto del 1847) continuavano a leggere il processo storico non con l’attitudine delle scienziato rivoluzionario, bensì con quelli del piccolo borghese soggiacente al moto di sviluppo inesorabile dei rapporti di produzione capitalistici su larga scala. Tant’è che Engels ancora nei primi anni ’80 del XIX secolo doveva strigliare il “partito” operaio più avanzato dell’epoca ed i suoi capi:

Per quanto riguarda l’Inghilterra un vero movimento operaio potrà svilupparsi solo quando i lavoratori saranno posti con evidenza di fronte alla fine del monopolio mondiale dell’Inghilterra. Fino ad ora la partecipazione, come appendice della borghesia, al dominio del suddetto mercato ha determinato la nullità politica degli operai inglesi che sono stati blanditi con piccole concessioni come la legalità delle Trade Unions e degli scioperi, la rinuncia alla giornata lavorativa illimitata e il diritto di voto agli operai agiati” (Engels a Bebel, 30 agosto 1883).

Quanto lo scenario di sussunzione alle leggi del processo dell’accumulazione capitalistica e la sua forza materiale di sussunzione alle leggi del capitale abbia tratto vantaggio proprio da questa polarizzazione in senso razzista del proletariato internazionale ce lo dicono poi le leggi di Jim Crow negli Stati Uniti d’America dove lo schiavismo è continuato e perdura sotto altra forma fino ad oggi. Così come le nuove leggi di “Jim Crow” europee (i Testi Unici sull’immigrazione in Europa ed in Italia ed i suoi fortilizi armati contro gli immigrati), e quelle  esistenti alla scala mondiale (pensiamo per esempio al Citizen Amendment Act del governo Modi in India) sono un’altra realizzazione della forza materiale dei rapporti di produzione capitalistici che ostacolano la reazione del proletariato di fronte alla crisi generale polarizzandolo e frammentadolo secondo le linee del colore e gettandolo in una tragica concorrenza.

La forza materiale del capitalismo degli Stati Uniti derivante dalla sua leadership nel dominio imperialista e della struttura razziale dei rapporti di produzione e sociali interni, basati sulla supremazia bianca e l’oppressione dei neri, non solo ha tenuto diviso il proletariato, ne ha anche determinato la nullità politica del movimento operaio americano e con conseguenze dirette su quello internazionale di fronte al capitalismo. La sua organizzazione immediata e la sua lotta a difesa delle proprie condizioni di vita e di lavoro ha condotto verso l’inevitabile sviluppo del vecchio movimento operaio in un movimento corporativo e lobbista nei confronti del grande capitale e dello stato democratico borghese.

La crisi generale e pandemica che dal 2008 e soprattutto dallo scorso anno sta scuotendo le fondamenta dell’ordine sociale e del capitale, aprendo la possibilità per l’emergere di un nuovo mostro proletario meticcio.

Proprio negli USA ha dimostrato, che al contrario e nonostante la popolazione black rappresenti solo il 13% della popolazione nazionale, e gli sfruttati e proletari di colore (solo una esigua minoranza del proletariato americano), la sua lotta assume una potenzialità ai giorni nostri davvero incredibile. Al contrario di chi ritiene che la lotta del proletariato di colore contro il razzismo non abbia alcun futuro finché rimane separata dalla lotta di classe, piuttosto è che la lotta operaia semplicemente sulle questioni del salario e dell’orario risulta riassorbibile nell’ambito della conservazione dello sfruttamento capitalistico, se essa non pone al centro della sua organizzazione e della sua lotta la questione dell’oppressione razziale nei confronti dei neri, dei latini e degli immigrati. Questo è quanto il movimento di ribellione del proletariato multirazziale e meticcio che si è dato nel nome di George Floyd ha rappresentato.

Non ci sono voluti Marx ed Engels per dimostrarlo a loro, è il processo dei rapporti di produzione capitalistici e dell’accumulazione del plusvalore in profonda crisi a spingere invece istintivamente milioni di giovani proletari senza riserve bianchi a scendere in campo solidali e complici con i loro fratelli di classe neri, bipoc, latini e nativi. Negli Stati Uniti d’America, dove 50 milioni di proletari vivono l’insicurezza alimentare, il movimento di lotta per paghe decenti per una paga minima oraria garantita a 15$, condotta principalmente da proletari neri e marroni e donne proletarie nere e marroni, partita appunto dai settori “marginali” del proletariato impiegato a sfruttato nei vari Mc Donalds, Burger King, Wendy’s, KFc, Starbucks ecc. non solo ha trovato un nuovo slancio con gli scioperi di fine gennaio ed inizio febbraio 2021, ma lo ha potuto realizzare proprio perché ha mantenuto al centro della battaglia per il salario la battaglia contro la discriminazione secondo le linee del colore che impone ai neri e marroni le peggiori paghe da fame. Questo rinnovato slancio, che offre una oggettiva leva per tutto il proletariato degli States chiama i Biden e le grandi corporations a correre ai ripari (a supporre concessioni) proprio perché spaventati dall’inedita saldatura nel movimento multirazziale del nuovo mostro proletario meticcio contro il razzismo sistemico del capitale del 2020, dove i proletari bianchi hanno messo al centro del loro destino la vita dei neri.

https://www.theguardian.com/money/2021/jan/15/us-fast-food-workers-plan-strike-15-an-hour-minimum-wage

Queste lotte, come ogni movimento potranno essere riassorbite e ridotte di nuovo all’impotenza attraverso le concessioni che le multinazionali quali Amazon ed il governo Biden si trovassero a dover riconoscere. Sicuramente questo si realizzerebbe più facilmente se la lotta mettesse da parte anche solo per un momento il suo collegamento indissolubile con la lotta abolizionista e contro il razzismo sistemico. Ed è proprio questa stagione di lotte – che principalmente nascono dai proletari neri e marroni e da giovani proletari bianchi – che ci dicono che è un non senso fare distinzione tra la questione dell’oppressione di classe e quella dell’oppressione della razza. Che è un non senso constatare i rapporti di forza dal punto di vista del numero percentuale dei neri rispetto all’intera popolazione. L’oppressione di classe ed il razzismo si fondono realizzando un cappio solido intorno al collo del proletariato bianco e di colore che significa appunto che l’oppressione di razza non debba mai ridursi ad una questione asettica della ‘classe operaia’, all’interno della quale l’oppressione sulle linee del colore via via assume una ‘importanza secondaria’. Che non è così è l’intuito realizzato appunto con l’esperienza della rivolta del 2020 che mai come prima ha cominciato ad incrinare nella gioventù proletaria bianca il suo privilegio basato sulla bianchezza.

Che la lotta dei neri, anche quando essa fosse una lotta dei soli proletari neri (che come abbiamo visto nel 2020 non è) essa già di per se esercita una leva materiale che incrina gli attuali e preesistenti rapporti di dominio del potere capitalistico di classe, scuote le catene che inchiodano i lavoratori bianchi alla loro nullità.

https://www.theguardian.com/us-news/2021/feb/13/fight-for-15-minimum-wage-workers-labor-rights

Di fronte alla crisi generale ed insanabile dell’accumulazione capitalistica mondiale, dove milioni di sfruttati senza terra e senza riserve sono costretti a premere dall’America Latina o dalla Bosnia verso il muro degli Stati Uniti e verso la fortezza Europa, ogni conquista ottenuta con la lotta (o per determinata concessione) verrebbe sottratta facilmente e successivamente e immediatamente congelato il dispiegamento di una autonomia politica del proletariato gettato nella competizione più tragica con la pressione dei “dannati della terra”, nell’acuita concorrenza materiale sul mercato delle braccia che questo moto umano determinato dai meccanismi di rapina imperialista provoca.

Prima ancora delle politiche collaborazioniste dei sindacati dei lavoratori europei ed italiani in questi anni è stata la forza materiale della doppia oppressione nei confronti della marea umana immigrata che raggiungeva le nostre coste ed i nostri confini, convogliata e funzionalizzata alle necessità del capitale attraverso le leggi di “Jim Crow” europee e dei vari Testi Unici sull’immigrazione (dalla Turco-Napolitano, alla Bossi-Fini, alla Minniti-Orlando e con le loro sanatorie capestro connesse), che hanno agito come arma materiale per disarticolare prima di fatto i rapporti di forza sul mercato del lavoro, poi a demolire l’articolo 18 e ad introdurre i vari Job Act, tanto per fare alcuni esempi.

Attraverso l’istituzione del vincolo tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro (ossia attraverso una legislazione segregazionista del mercato del lavoro) anche se realizzata nei confronti di un settore minoritario del proletariato, quello immigrato residente, è stato poi possibile demolire ogni resistenza all’aumento dello sfruttamento, imporre la deregolamentazione del mercato del lavoro, bloccare i salari, aumentare i ritmi della produzione e lo sfruttamento, e realizzare la sottomissione all’inevitabilità della crisi economica e dei sacrifici da subire.

Le politiche sull’immigrazione degli ultimi 40 anni, i campi lager a cielo aperto in Bosnia o in Grecia (riscoperta bastione dei confini europei), nei CPR, il dominio ed il saccheggio imperialista e dell’Italia nei paesi sfruttati dei “popoli di colore” continuano ad esercitare l’arma materiale e sociale che realizza la nullità politica del proletariato europeo di fronte agli affondi della crisi. Non vi è via d’uscita sperando in un processo di un prima e di un poi del riemergere della conflittualità proletaria di classe attraverso un progressivo graduale accumulo di forze sul salario.

Oggi mettere al centro la battaglia contro il vincolo del contratto sul permesso del soggiorno (che deve essere appunto incondizionato e per tutti), contro i muri, i CPR e contro la fortezza armata dell’Europa contro gli immigrati, assume la stessa stringente importanza che la questione irlandese e dei neri americani (nella loro giusta successiva correzione storica) assumeva per Marx ed Engels, come necessità primaria per il movimento operaio inglese, continentale e della sua organizzazione internazionale. Questo tema è tanto più necessario proprio perché il razzismo è soprattutto democratico, proprio perché la sanatoria a numero chiuso è addirittura necessaria per il grande capitale. Ma mentre si concede la sanatoria, si rafforza nei rapporti sociali materiali il vincolo contratto, permesso e criminalizzazione del cosiddetto clandestino, il cui reato di clandestinità viene una tantum e pro quota poi amnistiato. La necessità del capitalismo è di segregare la grande massa degli immigrati per poi includerne quote crescenti come merce forza lavoro a basso costo, in concorrenza con il resto dei lavoratori autoctoni e tra gli immigrati stessi. Le immagini dei lager a cielo aperto della Bosnia rappresentano un incubo per i lavoratori, che ne intuiscono l’effetto che questa fotografia provocherà sul terreno della concorrenza sul mercato della forza lavoro, ed è un arma materiale per fargli accettare le condizioni che la crisi impone. E non solo ai lavoratori europei ed italiani, ma anche a quegli immigrati che nel frattempo attraverso la loro autorganizzazione e la loro lotta (isolata per lo più dal resto di quella dei lavoratori europei ed italiani) hanno accorciato un pochino il gap di condizioni generali che li divide dai lavoratori europei.

Finché il regime delle leggi di Jim Crow europee rimane intatto, l’uso che si farà della marea umana dei dannati della terra che preme ai confini dell’Europa da parte dei capitalisti e delle banche servirà per provare a sbaraccare anche la recente autorganizzazione dei lavoratori immigrati. Non solo viene realizzato un regime di segregazione sociale tra lavoratori autoctoni ed immigrati, bensì tra autoctoni, immigrati regolari, quelli che si possono sanare una tantum e secondo necessità temporanee e quelli clandestini da bastonare.

Di fronte alla nascita del nuovo governo bau-bau di Mario Draghi e delle “Banche”, non si esce dall’attuale impasse e nullità dell’antagonismo proletario, semplicemente rivendicando una anacronistica battaglia per il salario e per far pagare la crisi ai padroni, che, ci si può scommettere è percepita irrealistica dalla maggior parte dei lavoratori stessi. Gran parte dei lavoratori, come eredità degli anni precedenti, probabilmente guardano al nuovo governo nella speranza che esso sappia fare quanto e meglio del precedente governo Conte, magari addossando un po’ anche ai ‘ricchi’ i costi sociali di una crisi inarrestabile (magari riformando in senso progressivo l’imposizione fiscale anche sui redditi di impresa e da patrimoni) e quindi meglio disposti anche alla ricetta del bastone.

Questo blog ritiene, dunque, che valga la stessa avvertenza di Marx ed Engels nel correggere le loro posizioni sul rapporto tra proletariato inglese ed irlandese. Engels sferzava Bebel ed i capi della socialdemocrazia tedesca che le leggi ferree del capitale portano ad una accresciuta concorrenza tra lavoratori che sulla base delle divisioni per razza, religione e nazionalità porteranno ad un vero genocidio non limitato al proletariato irlandese (ebbe ragione non è vero?).

Accogliere il nuovo governo Draghi preparando un primo maggio dei lavoratori che dimentichi, o semplicemente metta in coda la questione delle politiche razziste sull’immigrazione e sul permesso di soggiorno (al decimo punto delle nostre piattaforme) focalizzandosi essenzialmente sulla questione del salario e dello sfruttamento nei posti di lavoro sarebbe una grossa sottovalutazione.

Quando in nome della democrazia e della solidarietà umana le mosche cocchiere e cristiane del capitale democratico imporranno un sacrificio anche per ‘salvare i più deboli’, il rischio che la difesa delle condizioni di vita proletarie di fronte alle conseguenze tragiche dell’incontenibile concorrenza tra lavoratori possa inciampare nella rete del suprematismo eurocentrico e sovranista già tessuto ed ampiamente ornato dai poteri reali che impongono le agende dei governi.

Come se ne esce? Verificando appunto l’inedita energia che si sprigiona dal nuovo movimento del proletariato meticcio, che anche qui in Italia ha cominciato a fare capolino a partire dai magazzini della logistica, da quel settore di proletariato ritenuto erroneamente “marginale” perché “facchino” e perché “immigrato”, cui la separatezza dai comparti tradizionali operai non avrebbe concesso alcuna speranza di resistere e di organizzarsi. Questa esperienza che è appena alle spalle dimostra tutto il contrario ed una lezione per il futuro.

Contro la leva capitalistica del razzismo, la risposta non potrà essere solo più salario e magari una sanatoria allargata, contingentata e determinata dalle leggi europee razziste dei Testi Unici sull’immigrazione (e aggiunta in coda alle nostre rivendicazioni) e arrivarci dopo aver conquistato con la lotta migliori paghe. “Dall’Irlanda si deve far leva”, dal permesso di soggiorno per tutti e senza condizioni, per l’abolizione dei CPR e contro la guerra agli immigrati ai confini Europei bisognerebbe fare leva, perché l’attuale stato di segregazione razzista, che con modalità differenti si abbatte sugli immigrati, realizza la prigione sociale per tutti i proletari di fronte alla crisi. Se dalle campagne dei braccianti immigrati schiavizzati e dalle città dove vive un proletariato immigrato marginalizzato e precarizzato ci arriva una richiesta di sostegno per la loro lotta, allora un primo maggio degli immigrati, dei lavoratori immigrati e per il sostegno delle vite dei proletari immigrati senza riserve rinchiusi nei lager blindati o a cielo aperto della fortezza Europa è la “leva” essenziale attorno alla quale si può riorganizzare la reazione dei lavoratori tutti contro la crisi. Questa “leva” è il corso inesorabile della crisi che la sta predisponendo realizzando al tempo stesso le condizioni materiali per brandirla con forza.

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