Rosa Luxemburg e l’imposta fortemente progressiva. Davvero, quando?

Proponendo la lettura dell’opuscolo del Circolo Internazionalista “coalizione operaia” su marxismo e questione fiscale, vediamo che cosa dice la rivoluzionaria marxista in merito al programma dei comunisti

nel discorso del 31 dicembre 1918 sul Programma al congresso di fondazione del KPD e l’articolo “Cosa vuole la Lega Spartaco” del 14 dicembre 1918.

Il blog Noi non abbiamo patria propone un approfondimento della discussione sulla questione delle politiche fiscali e sulle tasse realizzate dallo Stato del capitale. Lo fa invitando a leggere l’opuscolo Il Marxismo e la questione fiscale realizzato dai compagni “Circolo Internazionalista coalizione operaia”.

Questo blog non si è molto appassionato a questa questione che avrei semplificato come una “querelle” sulla patrimoniale. Viceversa, chiacchierando in alcune occasioni con i compagni del “Circolo Internazionalista coalizione operaia” di Roma durante le giornate della preparazione dello sciopero generale del 29 gennaio, è emerso con una certa evidenza che l’argomento sulla “patrimoniale” esce dai contorni della querelle e viceversa è insistentemente agitata nelle poche iniziative di lotta dei lavoratori qui in Italia. Ma a ben vedere anche altrove, dove è decisamente più avanzato lo scenario della ripresa dell’antagonismo proletario, si può rilevare – dalla manifestazione del movimento di lotta reale – che la questione della “redistribuzione della ricchezza” si pone in maniera concreta ma differente e con indicazioni di prospettiva decisamente discordanti da quelle proposte dai compagni teorici della “patrimoniale” di classe.

Non ci nascondiamo che nella piattaforma dello sciopero nazionale del 29 gennaio (per quanto essenzialmente limitato – tranne alcune eccezioni – al settore della logistica) indetto dal SI Cobas e sostenuto dalla variegata realtà della Assemblea Nazionale dei Lavoratori Combattivi, vi è al primo punto la rivendicazione di una patrimoniale sul 10% dei patrimoni più ricchi e del 10% del loro reddito accumulato. Quindi l’argomento esce decisamente dal binario della discussione tra circoli marxisti e qualche cosa andrebbe detto nello specifico.

Questo qualche cosa andrebbe detto, evitando, però, qualsiasi atteggiamento settario nei confronti non solo dello sciopero del 29 gennaio, (che il compagno di questo blog e gli stessi autori dell’opuscolo (per altro alcuni di essi formalmente iscritti al SI COBAS di ROMA hanno sostenuto concretamente, partecipando alla sua preparazione nelle assemblee dei magazzini e aderito a tutte le iniziative dello sciopero, indipendentemente dalle rivendicazioni presenti nella piattaforma),così come in possibili future iniziative dei proletari in Italia o altrove contro la “ingiustizia fiscale”.

La seconda cosa da aggiungere, però, è la condivisione della “levata di scudi” dei compagni del Circolo Internazionalista che, attraverso questo ricco opuscolo, dimostrano quanto poco abbia a che fare questa parola d’ordine con la prospettiva della rivoluzione sociale comunista del nuovo proletariato meticcio, che a sbalzi è rideterminato dai rapporti di produzione del capitalismo in crisi a ricomporsi attraverso segnali internazionali ben visibili, per chi li vuole vedere abbandonando la suggestione delle “forme” del passato definitivamente non rieditabili dell’auto attività del movimento storico del proletariato.

I compagni affrontano la questione di petto, compiendo una dettagliata contro tesi (di Tendenza Internazionalista, Patto D’Azione, ecc. ma l’elenco potrebbe essere davvero lungo di gruppi più o meno grandi della sinistra anticapitalista), apparsi nella rivista del Pungolo Rosso che fanno risalire a Marx, Engels, Rosa, Lenin (insomma ai sacri padri) l’inevitabile coerenza di questa rivendicazione della patrimoniale con la prospettiva di classe (per come ognuno l’intende). Riferendosi agli stessi testi (agli “stessi sacri padri”), i compagni della coalizione operaia autori di questo opuscolo dimostrano viceversa la completa erroneità delle tesi riportate sul Pungolo Rosso, e che questa rivendicazione, come loro stessi scrivono, “non solo è accettabile ma che in determinate contingenze è perfino funzionale alle esigenze del capitalismo…”.

Non sarebbe necessario ricorrere ai sacri testi, rispolverati dai compagni del Pungolo Rosso in una maniera idealistica e priva di alcuna relazione sia con le fasi del processo di sviluppo dei rapporti di produzione capitalistici e, determinato da essi, che con il percorso storico del vecchio movimento operaio, quando le esperienze recenti di ripresa confusa me evidente delle lotte proletarie nel mondo di almeno questi ultimi 12 anni, forniscono abbondante materiale a smentirne le tesi.

Al di là di una interpretazione positivista dello sviluppo dei rapporti di produzione capitalistici, del vecchio movimento operaio attraverso le diverse fasi del capitalismo e su cos’è lo Stato borghese che ne rappresenta i suo interessi generali che i teorici della “patrimoniale di classe” propongono, basterebbe infatti guardare i fatti storici di un lungo ciclo di 150 anni del vecchio movimento operaio, senza troppo scomodare i testi sacri. I compagni del Circolo Internazionalista fanno alcuni esempi storici ben precisi dopo una serrata contro tesi sui diversi richiami ai testi sacri.

Questi fatti, come i compagni del circolo internazionalista ci ricordano, sono abbondantemente dimostrati dalle fasi di preparazione dei due macelli imperialisti mondiali, in cui il modo ed il processo impersonale del capitalismo (che sempre meno è espressione di interessi borghesi fisici privati, ma di precise leggi dell’accumulazione impersonali e generali), e lo stato, rappresentante di questi complessivi interessi generali, non si è mai sottratto dalla necessità di mettere in riga, non solo i proletari, i lavoratori e tutte le mezze classi, ma anche settori di grande borghesia affinché allentassero i portagli e cedessero quote importanti del plusvalore sociale estorto, accettando un aumento anche della tassazione dei profitti, in funzione delle spese sociali di guerra e per la guerra imperialista.

Si può ricordare il giolittismo italiano che si avviò proprio sulla base del tramonto della stagione dei governi Crispi, proprio a partire dalla riforma fiscale del 1891, la cui imposizione delle tasse doveva passare da proporzionale a progressiva, caldamente osteggiata dai borghesi liberali più intransigenti contrari all’inasprimento fiscale, e la cui operazione portò al rafforzamento dell’interventismo colonialista dell’Italia, preparandola di fatto alla guerra imperialista (e “preparando”, cosa ancor più importante, il proletariato alla sua nullità politica di contrasto alla guerra). Fu il risultato della crescita del movimento operaio e socialista dell’epoca che spaventò i padroni e li costrinse a realizzare quelle concessioni?

Poi, come Rosa Luxemburg ci dimostra, furono proprio la vita concreta e la crescita di quel movimento operaio socialista all’insegna del Manifesto e del programma di Erfurt a condurlo in un crescente processo di subordinazione e sussunzione agli interessi complessivi del capitale fino al 4 agosto 1914. Sul punto specifico della battaglia rivoluzionaria di Rosa Luxemburg e del movimento Spartachista, il blog Noi non abbiamo patria riporta a parte la documentazione storica di quella battaglia teorica e politica che dimostra senza alcun dubbio che le allusioni del Pungolo Rosso circa il recupero integrale della rivendicazione dell’imposta fortemente progressiva e del recupero integrale del programma di Erfurt da parte di Rosa Luxemburg e da parte del processo di formazione dell’avanguardia proletaria rivoluzionaria della Germania, che va dalla Lega Spartaco al congresso di fondazione del Partito Comunista di Germania (KPD) del 1919, è un falso storico.

I compagni del Circolo Internazionalista alla stessa stregua smontano le teorizzazioni di Tendenza Internazionalista con gli esempi del New Deal americano e democratico (ma anche tedesco e fascista), dove l’aumento della tassazione sui patrimoni o sui singoli capitalisti contribuì a preparare il secondo macello imperialista.

Mentre il Pungolo Rosso assegna alle politiche fiscali, dunque alla crescente detassazione dei redditi di impresa, una delle leve principali dell’accumulazione capitalistica per rallentare la caduta storica e tendenziale del saggio di profitto, i compagni del Circolo Internazionalista utilmente sottolineano quali siano gli elementi essenziali determinati in controtendenza: l’aumento dello sfruttamento proletario, l’accresciuto in potenza del vampirismo imperialista nei confronti degli sfruttati dei paesi dominati dall’imperialismo, in primis quello Yankee, UE, Italia e soci. Vampirismo imperialista che avviene sempre più attraverso la merce denaro (il capitale finanziario e fittizio), che attraverso “l’artiglieria pesante” delle “merci a basso costo”, perché le merci a basso costo sono prodotte essenzialmente proprio nei paesi dominati dall’imperialismo e laddove, in funzione del processo di accumulazione del valore mondiale, alcuni paesi capitalistici emergenti fungono da opificio del mondo con una mano d’opera a basso costo, e di cui gran parte del plusvalore prodotto poi viene appropriato attraverso il dominio della finanza e delle banche centrali USA, Europee, di Londra e Tokyo, ecc. e degli altri concorrenti emergenti (Cina e Russia), nella loro competizione sfrenata ad accaparrarsi le quote del plusvalore mondiale prodotto.

Una tassazione fortemente progressiva delle rendite del capitale finanziario o del reddito di impresa o dei patrimoni  – che sono tre cose nettamente distinte, richiederebbe anche all’esperto governatore borghese una serie di variegate misure che sfuggirebbero di sicuro al “controllo operaio” e che bisognerebbe capire di che cosa si tratta prima di lanciare proclami su una generica imposta del 10% sui patrimoni nei confronti del 10% dei più ricchi – ne sono sicuro, inciderebbe in misura prossima allo zero nel tagliare le grinfie al vampiro imperialista (i patrimoni o i redditi di impresa? Perché entrambi derivanti dall’accumulazione del plusvalore estorto, ma i primi trasformati in redditi dei capitalisti, i secondi in capitale accumulato rimesso nel ciclo della produzione del valore). In sostanza non solo è una rivendicazione illusoria, ma tutto sommato ha anche poco a che fare con una vera tendenza internazionalista di una lotta proletaria incentrata su di essa. I teorici marxisti della “patrimoniale” ci spiegano però che l’intento della parola d’ordine avrebbe non l’obiettivo di colpire i processi reali dell’accumulazione del capitale, dunque di colpirne i suoi rapporti di produzione. L’obiettivo secondo questi compagni – mettendo in guardia da ogni settarismo affibbiato continuamente ai loro contestatori – sarebbe quello di mobilitare il proletariato su una rivendicazione unificante, svelando attraverso la lotta che qualsiasi governo borghese di sinistra è inconseguente ed incapace a compiere questa riforma e che quindi la lotta dovrebbe trascendere sul terreno politico, evidenziando la necessità di un governo operaio e dei lavoratori. Purtroppo la storia ha già ampiamente insegnato tragicamente che all’andare dietro la prospettiva dei governi operai ci si è sempre sbattuti il grugno.

Quand’è e come questa progressione virtuosa della lotta di classe, da lotta immediata diverrebbe politica? Di già nell’agitazione radicale di una diversa politica fiscale da parte dello Stato? Quand’è che “l’inconseguenza del governo borghese” (e magari di un nuovo governo più di sinistra prodotto della corsa ai ripari del capitale a causa della crescente “pressione operaia” dalla piazza) a compiere la tassazione dei patrimoni verrebbe svelata alle masse in lotta, e attraverso quale strategia? Come dopo aver chiamato alla lotta i lavoratori sulla patrimoniale, questi poi si dirigerebbero nel senso di ritirare qualsiasi delega proletaria nei confronti del governo borghese in carica, per, viceversa richiedere di assegnare il potere ad un vero governo operaio e dei lavoratori?

Questo blog constata che è dura a morire la concezione progressiva di strappare pezzo a pezzo il dominio del capitale attraverso rivendicazioni sempre più radicali, attraverso cui cresce progressivamente il movimento rivoluzionario del proletariato (che è la sostanza della critica rivoluzionaria di Rosa Luxemburg).

Che la rivoluzione sociale – così è perché lo è il modo di produzione capitalistico – non si dà attraverso un accumulo progressivo di forze: in fondo all’appoggio verso ipotesi sempre più radicali avanzate nei confronti di quelli “borghesi” o di quelli “operai-borghesi inconseguenti”, seppur sospinti dalla mobilitazione generale anche rivoluzionaria, non si arriva pezzo per pezzo progressivamente a strappare il dominio alle forze impersonali del capitale. La storia del passato ci ha mostrato che in fondo al tunnel ci sono i “Freikorps” di proletari, di disoccupati e della piccola borghesia affamata, gli alti comandi dell’esercito della repubblica di Weimar che si sono eretti proprio a difesa armata del “governo operaio e dei lavoratori” contro i sussulti proletari. E, immediatamente dopo, c’è stata la preparazione del secondo macello imperialista e della democrazia imperialista vittoriosa.

Certamente è necessario un certo buon senso ed uno spirito non settario nel constatare che moltissime lotte e rivolte proletarie e degli sfruttati del recentissimo passato sono scoppiate appunto a causa di una improvvisa manovra fiscale del governo borghese in carica, sotto forma di aumento delle imposte indirette (ossia dell’abbassamento del salario nominale al di sotto del valore necessario per la riproduzione della merce forza lavoro), che l’attuale crisi del capitalismo non consente margini di manovra riformisti: i “gillet gialli” contro l’aumento delle accise sul gasolio; gli scioperi operai in Iran dell’autunno 2019 sempre per lo stesso tipo di aumento; tutte le rivolte per il cus cus, il pane (di almeno gli ultimi 30 anni) dell’intero nord Africa, nel recentissimo passato in Libano, per la fame ed il caro vita in Tunisia, in Egitto, a Bagdad. Di fronte a questi iniziali momenti di ripresa dell’auto attività dei proletari, quali sono le difficoltà materiali e di rapporti di forza che ne determinano poi il riflusso e attraverso quali passaggi è possibile avviare una strategia di collegamento internazionalista? Andare lì e chiarire loro che il pane, il cus cus, il peggioramento delle condizioni di vita e soprattutto il collegamento internazionalista (al di là degli appelli di solidarietà reciproca) si ottiene attraverso un percorso di lotta progressiva per la patrimoniale contro l’arricchimento delle “caste capitaliste”? Ma questo elemento è già il portato stesso di quelle lotte, loro lo sanno già chi si arricchisce mentre per i proletari cresce la fame.

Certamente, ci assicurano i compagni di Tendenza Internazionalista, non sarebbe questo il loro intento. Facciamo il raffronto allora tra la “patrimoniale” proposta oggi e l’esperienza di nemmeno 30 anni fa.

Perché, settarismo a parte, con la proposta della patrimoniale, quanto ad internazionalismo qui siamo ancora più indietro rispetto alle proposte ed ipotesi del movimento anti o alter globalista (cosiddetto no global) di fine anni ’90 del secolo scorso. Perché di fatto una patrimoniale da avanzare paese per paese davvero offre pochi appigli ad uno slancio per il collegamento internazionalista di quelle e di queste lotte. Su questo dovremmo pur riflettere, prima ancora di discutere se la rivendicazione della patrimoniale abbia senso oppure no.

Nei social forum del movimento no global si dettagliavano proposte (diciamoci la verità, delle autentiche boiate) di tassazione delle transazioni finanziarie internazionali sulle valute (la famosa Tobin Tax), che erano il prodotto illusorio di un movimento internazionale interclassista di contestazione dei meccanismi più esteriori della globalizzazione neo liberista (ossia dell’offensiva dello sfruttamento finanziario imperialista difeso poi con le guerre di aggressione imperialista agli sfruttati dei paesi dominati a cominciare dall’Iraq ed all’insieme delle masse arabo islamiche dell’area), dunque di una riforma degli effetti dei rapporti di produzione capitalistici, deprivati dei suoi soli aspetti più eccessivi, per un ritorno ad un capitalismo senza imperialismo. C’è da prendere atto, che nonostante l’illusorietà interclassista di questa critica, perlomeno un movimento reale provò a tracciare una riforma che potesse transitoriamente avvicinare il campesinos dell’America Latina al lavoratore “cittadino” occidentale, al piccolo contadino francese attraverso una rabberciata proposta – e di fatto in controtendenza ad una critica internazionalista del modo e dei rapporti di produzione capitalistici. I comunisti internazionalisti nondimeno provarono ad interagire in modo non settario nei confronti di questo movimento internazionale connaturato da un generico “internazionalismo” interclassista, e nei confronti della boiata della Tobin Tax, mai si immaginarono che la decantazione verso la necessaria ripresa su scala internazionale di una lotta internazionalista contro il capitalismo si sarebbe potuta realizzare attraverso una Tobin Tax all’ennesima potenza. Tant’è che in assenza dei fattori materiali della crisi generale del sistema capitalistico – cui stiamo assistendo al suo precipitare per lo meno dal 2008 – questa decantazione non avviene a colpi di proposte calate dall’alto, ed inevitabilmente quel movimento rifluì, prima ancora per le sue premesse rabberciate, per i fattori generali di forza del capitalismo ancora in una fase di capacità nel rallentare la sua corsa a precipizio nella sua crisi generale.

Sebbene constatiamo, che è aspetto non irrilevante della gestione complessiva dell’accumulazione, della appropriazione e della concentrazione del plusvalore mondiale prodotto e della rapina imperialista, e che vi sia anche la politica finanziaria degli stati imperialisti, delle banche centrali (Federal Reserve e BCE), così come le imposte indirette incidano sempre più sull’abbassamento dei salari reali al di sotto del loro valore nominale, dove sono questi movimenti di lotta in Italia che richiamano la questione di “redistribuzione” della ricchezza sociale prodotta (considerando che lo sfruttamento capitalista non dipende da un problema di equa ripartizione del valore del lavoro sociale globalmente prodotto) nei confronti dei quali non dovremmo storcere il naso in maniera indifferentista?

Noi non abbiamo patria ritiene che vi siano però degli esempi da fare in questo senso e magari non in Italia. Proprio per questo motivo però è necessario fare chiarezza, perché questi esempi ci dicono tutto il contrario di quanto i compagni di Tendenza Internazionalista sostengono.

Primo fra tutti gli esempi, ce ne è uno che pone ben al di là e in maniera decisamente più avanzata la questione della ripresa da parte del proletariato del maltolto capitalistico.

I compagni del Collettivo Internazionalista ne fanno cenno – forse avrebbero dovuto spendersi di più proprio per l’attualità ed i caratteri straordinariamente inediti dell’argomento in esame – citando il movimento di rivolta del proletariato senza riserve nero, latino, nativo, bianco che si è dato nel nome di George Floyd. Un movimento di proletariato meticcio che ha posto la questione per come la crisi generale del capitalismo impone all’attuale livello di crescente ingovernabilità di tutte le contraddizioni.

L’accademico marxista (ed è sorprendente che la sensibilità dei compagni di Tendenza Internazionalista non gli abbia fatto cogliere fino in fondo questo aspetto, e di fatto l’aggettivo “accademico” non è rivolto a loro), che ha lo sguardo volto al passato e tutto sommato secondo una ottica di militanza confortevole alla modalità della lotta riformista del vecchio movimento operaio, ritiene la ribellione di George Floyd appunto una rivolta senza programma e senza speranza. Solo espressione di una rabbia senza alcuna possibilità né strategia rivoluzionaria e nemmeno di classe, perché priva del programma.

Da fine maggio, giugno ed una parte di luglio, poi da fine agosto, settembre ed ottobre, una estensione geografica di lotta che va dalle grandi città alle più piccole suburb ed alle piccole contee rurali abbiamo assistito ad un attacco violento del proletariato al plusvalore accumulato ed estorto e in nome degli interessi generali del capitalismo amministrato dal suo rappresentate, lo stato del capitale. Distretti di polizia, auto della polizia, palazzi governativi e federali (soprattutto gli istituti di detenzione per gli immigrati senza documenti) assaltati e dati alle fiamme. Dietro ad una parola d’ordine nata dai riot o come risposta ai riot (defund the police o la più radicale abolish della police), nonostante essa sia stata agitata anche e ripresa nel senso di una prospettiva democratica di riforma del capitalismo razziale in un capitalismo senza razzismo impossibile, qualcosa di profondo ha cominciato a scuotere i rapporti sociali generali consolidati sulla supremazia bianca ed il capitalismo razziale. Tant’è quella parola d’ordine ha continuato di fatto a legittimare un movimento di milioni di giovani proletari meticci che ha agito quel programma secondo il senso che la modalità nuova che la questione della riappropriazione del maltolto sottende. Il programma effettivo di questo movimento di ribellione non è stato nelle parole scritte del defund o abolice, bensi nel programma di azione diretta del proletariato meticcio e senza riserve di eseguirlo come esso può farlo al momento dato: riprendendosi parte del plusvalore sociale amministrato dallo Stato e destinato al rafforzamento degli strumenti di repressione dei proletari di colore. Anche chi ha ritenuto di sostenere questa lotta attraverso le vie “pacifiche”, semplicemente sfilando con i cartelli “abolish the police” (ma poi venendo represso), di fatto rafforzava la legittimazione dei riot e dei saccheggi. Contro questo primo moto insurrezionale una contro insurrezione democratica delle forze borghesi liberali bianche – per via delle classi medie black – ha cercato e tenta tuttora di ricondurre, di imbonire il movimento di ribellione attraverso la prospettiva di spingere “la borghesia democratica” (è inconseguente? domandiamoci!) sul terreno del definanziamento della polizia in cambio di più servizi sociali. C’è da dire che il budget medio complessivo che i vari Dipartimenti di Polizia di città e contee ricevono ogni anno supera di gran lunga i 100 miliardi di dollari. E siccome la polizia è finanziata essenzialmente dalle contee e che questo budget non affonda quasi per nulla dalle tasse federali, qui decisamente una rivendicazione di una patrimoniale a livello della tassazione federale non intaccherebbe di nulla i finanziamenti della polizia. Mentre la tassazione federale si limita solo, si fa per dire, a finanziare Pentagono, FBI, forze di polizia federali ed altrettanti strumenti generali repressivi. E dove sta scritto che re-invertendo la detassazione dei redditi di impresa (che gli stessi ultramiliardari americani lamentano) si andrebbe ad alleviare le condizioni immediate dei proletari? Gli ultramiliardari sono viceversa consapevoli che la loro posizione di leadership sul mercato mondiale richiede una gestione complessiva del plusvalore prodotto verso un aumento dei finanziamenti di esercito, polizia e strumenti repressivi globali e sono dunque ben disposti a concedere maggior quote del loro plusvalore accumulato alla gestione da parte dello stato in nome degli interessi generali ed impersonali del capitalismo.

Nonostante questo tentativo di orientare la lotta del movimento di ribellione di George Floyd su questo terreno, confortevole per la black middle class e per la borghesia in generale, solo nei primi 6 giorni della rivolta sono state compiuti “danni” nei confronti dello stato pari ad 1 miliardo e 700 milioni di euro (2 miliardi di dollari), più altrettanti non calcolati in danneggiamenti alla proprietà privata. Può sembrare poca cosa in confronto ai 400 miliardi di euro calcolati dai compagni di Tendenza Internazionalista. Ma i conti con l’oste da fare sono ben altri.

Nonostante questo terreno scivoloso della prospettiva immediata e del temporaneo riflusso del movimento – determinato principalmente dai rapporti di forza complessivi che orientano la parte maggioritaria dello stesso proletariato meticcio che compone questo movimento di ribellione verso una strategia immediata, ma che l’ingovernabilità delle contraddizioni e la crescente polarizzazione sociale non consentono di rinchiuderlo nell’ambito della contesa democratica elettorale -, questa rivolta generale si è posta prospetticamente più avanti delle precedenti rivolte di soli neri, compresa quella immediatamente precedente di pochi anni fa che originò il movimento del “Black Lives Matter” che rivendicava la riforma della polizia (non il defund).

Infatti, i caratteri inediti, incendiari ed estremamente avanzati di questa lotta del proletariato giovanile multirazziale, stanno appunto nella caratterizzazione dello stesso “defund” o dello stesso “abolish” attraverso l’azione diretta del proletariato multirazziale contro le istituzioni dello stato (sia quello federale che delle varie contee e degli stati democratici). Il programma esplicito di questo movimento reale, più che essere il defund o l’abolish, è l’azione diretta che anima coraggiosamente i giovani proletari ad attaccare la polizia, lo stato e la proprietà privata. Ancora pochissimi giorni fa nella piccolissima contea di Tacoma (vicino Seattle) giovani proletari hanno assaltato il distretto di polizia locale, rompendo la recinzione a protezione di esso, a seguito del brutalmente arresto (con tanto schiacciamento a terra e a faccia in giù, manette ai polsi e gasamento con lo spray al peperoncino) di una bambina nera di 9 anni. Oppure sempre nel giorno dell’insediamento di Biden il quartiere generale del Partito Democratico a Portland è stato saccheggiato e vandalizzato.

E’ una ribellione, che per estensione geografica, partecipazione e livello di coordinamento e organizzazione (che comunque è sempre presente ogni dove c’è un riot o un saccheggio di massa) che esprime i caratteri avanzati della questione della destinazione della “ricchezza sociale” prodotta, quando a fianco agli attacchi alle proprietà ed ai mezzi della polizia e dello stato, abbiamo la diffusione geografica dei saccheggi dei vari Wendy’s, Walmart, Whole Foods, Instcart, Target Corps, ossia l’attacco ai templi della realizzazione del profitto (e della proprietà privata adeguata alla epoca storica attuale del capitalismo) che le grandi catene commerciali e finanziarie rappresentano. A Chicago, la cui downtown è di fatto una isola, sono stati alzati i ponti levatoi per impedire al mostro proletario di imperversare con i suoi saccheggi nel cuore della ricca e grassa metropoli nord americana.

Nella maggior parte dei casi, i saccheggiatori erano proprio quegli stessi giovani proletari che in quei luoghi vendono la propria forza lavoro ultra svalutata rispetto al valore reale necessario per la sua riproduzione. Questa è la “patrimoniale” di classe, cui viene contrapposta quella proposta dalle organizzazioni ONGizzate della black middle class (che d’altronde è impossibile e rispedita indietro al mittente dagli stessi Obama, Biden, Harris) fatte di riforme ai bilanci delle contee, degli stati e federali. Perché signori miei, Biden (come del resto fece Trump) i soldi da mettere sul piatto per provare a spegnere la brace che continua ad ardere ci sta provando a metterli, ma non certo togliendo fondi agli apparati repressivi dello Stato e dell’Esercito (in preparazione delle future guerre imperialiste).

Allora quale progressività di forza proletaria potrebbe avere una lotta tutta incanalata nel richiedere allo Stato un differente stanziamento del plusvalore estorto che esso gestisce in nome degli interessi del capitale collettivo? E che cosa cambia se i fondi dei servizi sociali venissero prelevati attraverso l’aumento della tassazione sui redditi di impresa (cosa che per altro Biden è in procinto di ritoccare al rialzo), se nel frattempo lo Stato – come rappresentante collettivo degli interessi e delle necessità del capitalismo – continua a destinare la maggior parte delle quote crescenti del plusvalore estorto a finanziare gli apparati razzisti di repressione e di guerra dello stato democratico?

Le attuali difficoltà del movimento, nella sua fase temporanea di riflusso, che contributo potrebbe ricevere da una proposta di “patrimoniale” al fine di dimostrare l’inconsistenza e l’incoerenza (ne siamo certi che sono incoerenti e inconsistenti?) della black middle class, della borghesia democratica liberale, di Biden e della Harris? Altro che strappare pezzo a pezzo il potere ed il maltolto alla borghesia per una diversa e anacronistica gestione della tassazione al fine di sviluppare le forze produttive ed il salario. Il movimento di rivolta di George Floyd e dei giovani proletari neri, latini, nativi e bianchi senza riserve ci dice: vogliamo tutto.

Ce lo chiariscono i compagni che si richiamano alle aree del black marxism o dell’afro-anarchismo che si muovono come pesci nell’acqua all’interno del movimento di ribellione che si è dato nel nome di George Floyd. E nel chiarircelo recuperano tutto il senso della critica teorica rivoluzionaria di Marx su quali siano gli obiettivi della lotta di classe, sia nei periodi in cui la rivoluzione non è possibile, e soprattutto quando si apre la fase storica della crisi irrisolvibile di tutte le contraddizioni del capitale. Le loro affermazioni ci dimostrano non solo quanto sia più avanzata la lotta di classe negli USA, ma anche la nostra arretratezza quando siamo costretti al solo richiamarci (si fa per dire) ai testi sacri per trovare un orientamento.

Loro dicono, ci dicono (in un dibattito pubblico su un canale podcast statunitense) riguardo al defund the police o il più radicale abolish the police secondo l’unico punto di vista che ci interessa, le necessità auspicabile della rivoluzione del nuovo mostro proletario meticcio:

“Non dobbiamo essere settari nei confronti di questa parola d’ordine, però dovremmo capire che questa ha un limite. Chi gestirebbe il defund? Nell’impegnarsi in questa rivendicazione di fatto togliamo dalle mani del proletariato la possibilità di auto attivarsi ed agire in prima persona per il raggiungimento dei sui obiettivi, sia per l’abolizione della polizia o per la sua semplice abolizione graduale, così come per il rafforzamento di una strategia rivoluzionaria. Il defund verrebbe affidato allo Stato, ai rappresentanti del Partito Democratico, ai tecnici delle ONG delle classi medie. Nelle nostre parole d’ordine, oltre alla efficacia della proposta, dobbiamo soprattutto guardare a quella che va nella direzione che richiede sempre di più una azione diretta del proletariato senza alcuna delega ad alcun rappresentante dello Stato. Se non facciamo questo – come movimento – finiamo di rimetterci nella scia di quanto hanno fatto storicamente e stanno facendo le tradizionali Union sindacali, quello di riassumere il movimento di ribellione del proletariato e quello dei lavoratori in un movimento di azione LOBBISTA nei confronti dello Stato”.

Perché il rafforzamento della auto attività storica del proletariato non dipende da una proposta in quanto tale (questo vale anche per la rivendicazione stessa della riduzione dell’orario a parità di salario avanzata dal movimento operaio del secolo XIX), ma dalla prassi esercitata, da quanto da questa prassi emerge e si rafforza la separatezza e l’autonomia del proletariato dallo stato e dai rapporti del capitale. Al livello della fase attuale dello sviluppo del capitalismo, della ingovernabilità crescente delle sue contraddizioni, e della sua fase storica di crisi generale dell’accumulazione capitalistica, presupporre e teorizzare oggi quale sarà la nuova esplicazione pratica della strategia rivoluzionaria e dell’organizzazione del nuovo proletariato meticcio, che la stessa fase crisi sistemica sta determinando, non è ancora dato sapere.

Ricorrere idealisticamente all’assunzione “integrale” dei “testi sacri” per riproporre gli stessi schemi anacronistici del vecchio movimento operaio, astratti dal processo storico di sviluppo dei rapporti di produzione capitalistici e del concreto movimento proletario determinato da esso, è di fatto assegnare a Marx ed Engels una visione antistorica della coscienza che determina le condizioni della vita e dunque della rivoluzione socialista e comunista. Allora va benissimo ribattere alle “tesi” con le “contro tesi” (lavoro prezioso) presentate dai compagni del Circolo Internazionalista nell’opuscolo che questo blog presenta, aprendo però una discussione senza veli e senza paure, saldamenti ancorati dalla inevitabilità della crisi capitalistica e della necessità della rivoluzione sociale internazionale dell’umanità proletaria e sfruttata.

Il manifesto del 1848 è il maestro scultore che prende il blocco di marmo, lo piccona, ne delinea la figura umana e poi con colpi di scalpello successivi, la genialità dell’artista emerge ricavando dalla pietra grezza la grandezza del David di Michelangelo come prodotto di una esperienza sociale storicamente e materialisticamente necessitata. Questo, forse Marx ed Engels volevano trasmettere nell’affermare “l’invecchiamento” del programma del Manifesto del 1848 e che Rosa Luxemburg ci ricordò nel suo storico discorso del 1918.


Nota sull’intervento di Rosa Luxemburg sul Programma al congresso di fondazione del Partito Comunista di Germania (KPD) e il programma dei comunisti

Come è noto il programma assunto dal partito comunista di Germania (KPD) nel suo congresso di fondazione (avvenuto tra la fine del dicembre 1918 e i primi di gennaio 1919) è l’integrale articolo “Che cosa vuole la Lega Spartaco” (a firma Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht) apparso sulla Rote Fahne il 14 dicembre 1918 e poi ripubblicato sempre l’8 gennaio 1919 sulla “Rote Fahne vom Niederrhein”). Durante il congresso di fondazione del KPD, Rosa Luxemburg sostenne un discorso sul PROGRAMMA il 31 dicembre 1918 davanti ai delegati operai del partito. L’intervento è un condensato incendiario di critica teorica rivoluzionaria e di bilancio storico politico del passato e per il futuro di una importanza fondamentale. Questo intervento si pone decisamente in avanti anche rispetto alle formulazioni programmatiche di tutti i partiti comunisti occidentali che si formarono in seguito alla rivoluzione d’ottobre ed alla crisi generale post bellica.

E’ un falso storico affermare che Rosa Luxemburg e nel programma del KPD ci fosse la ripresa integrale del Manifesto Comunista del 1848. Che cosa si vuole alludere con questo?

L’intervento di Rosa Luxemburg è una critica profonda, radicale del “socialismo marxista” secondo il programma di Erfurt che è in linea di continuità con tutto un percorso che porta al tradimento del 4 agosto 1914. Nessun altro dirigente comunista rivoluzionario dell’epoca osò tanto, nessuno fu così diretto come Rosa Luxemburg nel criticare a fondo la suggestione positivista del processo verso la rivoluzione socialista che forgiò l’intero vecchio movimento operaio dell’epoca ma verso il suo disastro.

Rosa Luxemburg, mai come nessuno altro in quell’epoca, chiarì cosa fosse “l’invecchiamento” del programma, che Marx ed Engels in tante successive prefazioni annotarono. Ammette ai proletari che quell’invecchiamento consiste nella dimostrazione dei fatti storici a Marx ed Engels che il compito e la possibilità di una rivoluzione proletaria al 1848 e per tutti i successivi 70 anni non fosse giustamente possibile. Che Marx ed Engels avessero ragione in questo, ma anche la constatazione che la riaffermazione dell’integralità del manifesto del 1848 attraverso il programma dei partiti socialisti che si formarono e crebbero in forza dagli anni ’60 e ’70 del XIX secolo in poi, riproposta appunto nel programma di Erfurt consolidò il processo determinato ed inesorabile verso il tradimento del movimento operaio internazionale del 4 agosto 1914, l’accodamento al macello imperialista mondiale. In questa critica profonda Rosa Luxemburg non risparmia nessuno, nemmeno i sacri padri fondatori, non risparmia neppure lo stesso Engels citando a lungo (durante il suo intervento alle centinaia di delegati operai del partito) la sua prefazione del 1895 (lo stesso anno della morte di Engels) ad una nuova edizione della “Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850” di Marx, come dimostrazione e spiegazione del “brodo di cultura” che portò all’approdo del 1914, come prodotto della forza di espansione del capitalismo. Il recupero “integrale” del Manifesto da parte di Rosa Luxemburg viceversa è la riaffermazione dell’errore di Marx ed Engels della rivoluzione sociale come compito immediato del proletariato impossibile nel 1848, che diventa dopo 70 anni una necessità storica immediata nel 1918. Quindi non è il recupero integrale del testo (che continua ed essere riproposto nel programma di Erfurt), bensì il suo spirito di azione immediata rivoluzionaria. E che ne è secondo Rosa dell’integralità viceversa presente nel programma di Erfurt? “Compito immediato venne dichiarata la piccola lotta quotidiana sul terreno politico e economico, tale da costruire a poco a poco soltanto le armate del proletariato destinate a realizzare il socialismo, quando giungesse a maturazione lo sviluppo capitalistico. Questo rovesicamento di posizione [inevitabile perché effettivamente erronee le previsioni immediate di Marx ed Engels – n.d.r.], questo radicale spostamento della base programmatica del socialismo, rivestì, specialmente in Germania, un aspetto molto caratteristico. Per la socialdemocrazia tedesca infatti, fino al suo crollo del 4 agosto, faceva testo il programma di Erfurt nel quale erano posti in primo piano i cosiddetti compiti minimi immediati e il socialismo era fatto balenare soltanto come una lontana stella luminosa, come una meta ultima. Ma l’essenziale non è ciò che è scritto nel programma bensì il modo come lo si concepisce nella viva realtà…”. Lo sviluppo del movimento operaio “pezzo a pezzo” lo condusse al 4 agosto 1914. E nel programma storicamente descritto nell’articolo citato “Che cosa vuole la Lega Spartaconon vi è infatti alcuna richiesta diimposta fortemente progressiva”. Affermare o alludere il contrario è una falsificazione storica. E cosa ci dice in questo discorso sul “programma” Rosa Luxemburg a proposito dello “strappare poco a poco alla borghesia tutto il capitale” (Marx – Engels Manifesto del Partito Comunista 1848) e su tutto il movimento storico del proletariato che si è dato fino al fatidico 4 agosto 1914? “..si credeva che sarebbe stato necessario soltanto rovesciare il vecchio governo e porre in sua vece un governo socialista, poi si sarebbero emanati i decreti che instauravano il socialismo. Anche questa non era che un’illusione. Il socialismo non è fatto e non può esser fatto mediante decreti, neppure da un governo socialista caratterizzato. Il socialismo dev’esser fatto dalle masse, da ciascun proletario. Là dove essi sono legati alla catena del capitale, là dev’essere spezzata la catena. Solo questo è socialismo, solo così il socialismo può essere attuato”.

Riguardo alla richiesta dell’imposta fortemente progressiva, il programma adottato parla di esproprio della proprietà sui capitali (industriali, finanziari e commerciali) e delle proprietà terrierie e fondiare. Circa i patrimoni (appunto cosa differente dal capitale in quanto reddito del capitalista), la loro confisca totale al di sopra di una certa soglia che verrà definita. Mentre, come direbbero Marx ed Engels, il programma del Partito Comunista di Germania (KPD) e della Lega Spartaco ha lasciato la famosa imposta fortemente progressiva alla critica roditrice dei topi.


Discorso sul programma (Rosa Luxemburg 31 dicembre 1918)

Compagni e compagne,

Se noi oggi ci accingiamo a discutere e ad approvare il nostro programma, ciò non dipende soltanto dalla circostanza formale che ieri ci siamo costituiti in nuovo partito autonomo e che un nuovo partito dovrebbe approvare ufficialmente un programma; alla base dell’odierna discussione del programma stanno grandi eventi storici, cioè il fatto che noi ci troviamo in un momento in cui il programma socialdemocratico, socialista, del proletariato dev’essere in generale posto su una nuova base. Compagni, noi ci riannodiamo in tal modo al filo che proprio 70 anni fa Marx ed Engels avevano filato nel Manifesto comunista. Il quale, come voi sapete, considerava il socialismo e la realizzazione dei suoi scopi finali come il compito immediato della rivoluzione proletaria. Era questa la concezione che Marx ed Engels sostennero nella rivoluzione del 1848 e considerarono come la base dell’azione proletaria anche in senso internazionale. Essi allora credevano, e con loro tutti i maggiori esponenti del movimento proletario, che l’instaurazione del socialismo fosse il compito immediato, che bastasse fare la rivoluzione politica e impadronirsi del potere politico statale per dare immediatamente al socialismo sostanza di vita. In seguito, come sapete, Marx ed Engels stessi intrapresero una energica revisione di tale concezione. Nella prima prefazione al Manifesto comunista del 1872, che è firmata ancora insieme da Marx ed Engels (ristampata nell’edizione del Manifesto del 1894), essi parlano in questo modo della propria opera:

Questo passo (la fine della II sezione, cioè l’esposizione delle misure pratiche per l’attuazione del socialismo) suonerebbe oggi diversamente sotto molti rapporti. Di fronte all’immenso progresso della grande industria negli ultimi venticinque anni e all’organizzazione in partito della classe operaia, che con quella è progredita, di fronte alle esperienze pratiche della rivoluzione di febbraio prima e poi, ancora molto più, della Comune di Parigi, nella quale il proletariato ha tenuto per la prima volta il potere politico per due mesi, è oggi invecchiato in vari punti. La Comune ha, specialmente, fornito la prova che la classe operaia non può semplicemente prendere possesso della macchina statale bell’e pronta e metterla in moto per i propri fini. 

E come suona questo passo, che viene dichiarato invecchiato? Noi lo leggiamo a pagina 23 del Manifesto comunista nei termini seguenti:

Il proletariato adopera il suo dominio politico per strappare a poco a poco alla borghesia tutto il capitale, per accentrare tutti gli strumenti di produzione nelle mani dello Stato, cioè del proletariato organizzato come classe dominante, e per moltiplicare al più presto possibile la massa delle forze produttive. Naturalmente ciò può avvenire, in un primo momento, solo mediante interventi dispotici nel diritto di proprietà e nei rapporti borghesi di produzione, cioè per mezzo di misure che appaiono insufficienti e poco consistenti dal punto di vista dell’economia; ma che nel corso del movimento si spingono al di là dei propri limiti e sono inevitabili come mezzi per il rivolgimento dell’intero sistema di produzione. Queste misure saranno naturalmente differenti a seconda dei differenti paesi. Tuttavia, nei paesi più progrediti, potranno essere applicati quasi generalmente i provvedimenti seguenti:

  1. Espropriazione della proprietà fondiaria e impiego della rendita fondiaria per le spese dello Stato.
  2. Imposta fortemente progressiva.
  3. Abolizione del diritto di successione.
  4. Confisca della proprietà di tutti gli emigrati ribelli.
  5. Accentramento del credito in mano dello Stato mediante una banca nazionale con capitale dello Stato e monopolio esclusivo.
  6. Accentramento di tutti i mezzi di trasporto in mano allo Stato.
  7. Moltiplicazione delle fabbriche nazionali, degli strumenti di produzione, dissodamento e miglioramento dei terreni secondo un piano collettivo.
  8. Eguale obbligo di lavoro per tutti, costituzione di eserciti industriali, specialmente per l’agricoltura.
  9. Unificazione dell’esercizio dell’agricoltura e dell’industria, misure atte a eliminare gradualmente l’antagonismo fra città e campagna.
  10. Istruzione pubblica e gratuita di tutti i fanciulli. Eliminazione del lavoro dei fanciulli nelle fabbriche nella sua forma attuale. Combinazione dell’istruzione con la produzione materiale, e così via“.

Come vedete, sono, con alcune varianti [il grassetto è del blog – n.d.r.], gli stessi compiti che si presentano immediatamente anche a noi: l’attuazione, la realizzazione del socialismo. Settant’anni di sviluppo capitalistico sono trascorsi dalla formulazione di quel programma a oggi, e la dialettica storica ci riporta oggi alla concezione che Marx e Engels avevano successivamente abbandonato come erronea. Essi avevano allora buone ragioni di farlo. Lo sviluppo capitalistico successivo ha fatto sì che quel che allora era errore oggi è divenuto verità, ed è compito immediato di oggi realizzare l’obiettivo di fronte al quale stavano Marx ed Engels nel 1848. Senonché fra quel punto dello sviluppo, che ne segnava l’inizio, e la nostra concezione e il nostro compito di oggi, sta l’intero sviluppo non solo del capitalismo, ma anche del movimento operaio socialista, e in prima linea di quello della Germania antesignana del proletariato moderno. Lo sviluppo ha avuto luogo in una forma particolare. Dopo che Marx ed Engels, in seguito alle delusioni della rivoluzione del 1848, ebbero abbandonato il convincimento che il proletariato fosse immediatamente e direttamente in grado di realizzare il socialismo, sorsero in ogni paese dei partiti socialdemocratici, socialisti, che accolsero un punto di vista totalmente diverso. Fu proclamato compito immediato la minuta lotta quotidiana sul terreno politico ed economico onde addestrare a poco a poco gli eserciti proletari destinati a realizzare il socialismo, quando lo sviluppo capitalistico fosse giunto a maturità. Questo rovesciamento di posizione, questo radicale spostamento della base programmatica del socialismo, rivestì, specialmente in Germania, un aspetto molto caratteristico. Per la socialdemocrazia tedesca infatti, fino al suo crollo del 4 agosto, faceva testo il programma di Erfurt nel quale erano posti in primo piano i cosiddetti compiti minimi immediati e il socialismo era fatto balenare soltanto come una lontana stella luminosa, come una meta ultima. Ma l’essenziale non è ciò che è scritto nel programma bensì il modo come lo si concepisce nella viva realtà, e per questa concezione del programma faceva testo un documento storico importante del nostro movimento operaio, cioè la prefazione che Federico Engels scrisse nel 1895 per le Lotte di classe in Francia. Compagni, io mi addentro in questi problemi non per un mero interesse storico, ma perché è un problema attualissimo e un dovere storico che ci incombe in quanto noi oggi mettiamo il nostro programma sullo stesso terreno su cui Marx ed Engels stavano nel 1848. Di fronte ai mutamenti che lo sviluppo storico ha nel frattempo determinato, noi abbiamo il dovere di intraprendere con piena chiarezza e coscienza una revisione della concezione che ha dominato nella socialdemocrazia tedesca fino al crollo del 4 agosto. Questa revisione deve essere qui ufficialmente intrapresa.

Compagni, come ha inteso Engels questo problema nella famosa prefazione alle Lotte di classe in Francia di Marx ch’egli aveva scritto nel 1895, cioè già dopo la morte di Marx? Anzitutto egli, volgendo indietro lo sguardo fino al 1848, affermò essere invecchiata la concezione in base alla quale si sarebbe alla vigilia immediata della rivoluzione socialista. Dopo di che prosegue nella sua analisi:

“La storia ha dato torto a noi e a quelli che pensavano in modo analogo. Essa ha mostrato chiaramente che lo stato dell’evoluzione economica sul continente era allora ancor lungi dall’esser maturo per l’eliminazione della produzione capitalistica; essa lo ha provato con la rivoluzione economica che dopo il 1848 ha guadagnato tutto il continente e ha veramente installato la grande industria in Francia, in Austria, in Ungheria, in Polonia e da ultimo anche in Russia; che ha veramente fatto della Germania un paese industriale di prim’ordine: tutto ciò su una base capitalistica, capace quindi ancora nel 1848 di ben grande espansione”.

Egli svolge quindi il concetto che tutto è mutato da quel tempo e viene a parlare del problema di quali siano i compiti del partito in Germania:

“Come Marx aveva predetto, la guerra del 1870-1871 e la sconfitta della Comune avevano temporaneamente spostato il centro di gravità del movimento operaio dalla Francia alla Germania. In Francia occorsero naturalmente degli anni per rifarsi del salasso del maggio 1871. In Germania, invece, dove l’industria, favorita dalla manna dei miliardi francesi, si sviluppava sempre più rapidamente, come in una serra calda, ancora più rapidamente e intensamente si sviluppava la socialdemocrazia. Grazie all’intelligenza con la quale gli operai tedeschi seppero far uso del suffragio universale introdotto nel 1866 lo sviluppo sorprendente del partito si manifestò apertamente al mondo intero in cifre inoppugnabili”.

Viene poi la famosa enumerazione di come siamo cresciuti di elezione in elezione fino a essere milioni, e da ciò Engels trae la seguente conclusione:

“Ma con questa efficace utilizzazione del suffragio universale era entrato in azione un nuovo metodo di lotta del proletariato, che andò sviluppandosi rapidamente. Si trovò che le istituzioni dello Stato, in cui si organizza il dominio della borghesia, offrono ancora altri appigli a mezzo dei quali la classe operaia può combattere queste stesse istituzioni statali. Si partecipò alle elezioni delle differenti Diete, dei Consigli comunali, dei probiviri si contese alla borghesia ogni posto alla conquista del quale potesse partecipare una parte sufficiente del proletariato. E così accadde che la borghesia e il governo arrivarono a temere molto più l’azione legale che l’azione illegale del partito operaio, più le vittorie elettorali che quelle della ribellione”.

E a questo punto Engels riallaccia un’ampia critica dell’opinione che nelle moderne condizioni del capitalismo il proletariato possa in generale ottenere qualche cosa per mezzo di rivoluzioni di piazza. Io credo che oggi, dato che siamo nel mezzo di una rivoluzione, e proprio di una rivoluzione di piazza con tutto ciò che questo comporta, è tempo di fare i conti con una concezione che ha fatto il bello e il cattivo tempo nella socialdemocrazia tedesca ufficialmente fino all’ultima ora e che è corresponsabile del fatto che noi abbiamo vissuto il 4 agosto 1914 (giustissimo!).

Non voglio dire con ciò che Engels con queste espressioni si sia fatto personalmente complice dell’intero corso dell’evoluzione che si è avuta in Germania; dico soltanto che qui siamo in presenza di un documento, redatto in modo classico, per la concezione che era viva nella socialdemocrazia tedesca, o piuttosto che l’ha uccisa. Qui, compagni, Engels, con tutta la competenza che aveva anche nella scienza militare, vi spiega che è pura illusione credere che il popolo lavoratore potrebbe, con l’odierno sviluppo del militarismo, dell’industria e delle grandi città, fare e vincere delle rivoluzioni di piazza. Questo rapporto comportava due conseguenze: in primo luogo che la lotta parlamentare fu considerata come un contrapposto dell’azione rivoluzionaria diretta del proletariato e addirittura come il solo strumento della lotta di classe. Era il puro “nient’altro che parlamentarismo” che si ricavò da questa critica. In secondo luogo l’organizzazione più poderosa dello Stato di classe il militarismo, la massa dei proletari in divisa, fu stranamente rappresentata a priori immune e inaccessibile a ogni influenza socialista. E quando nella prefazione si dice che, con l’odierno sviluppo di eserciti giganteschi, sarebbe follia pensare che il proletariato possa spuntarla con questi soldati armati di mitragliatrici e dei più moderni mezzi tecnici di combattimento, si parte evidentemente dal presupposto che il soldato è a priori e deve perpetuamente rimanere un sostegno della classe dominante: errore che, sulla base della odierna esperienza, e da parte di un uomo che stava alla testa del nostro movimento, sarebbe assolutamente inconcepibile se non si sapesse in quali circostanze di fatto è nato il citato documento storico. A onore di entrambi i nostri grandi maestri, e in modo particolare di Engels, morto assai più tardi, e che difese anche l’onore e le vedute di Marx, si deve dichiarare che notoriamente Engels ha scritto questa prefazione sotto la diretta pressione del gruppo parlamentare del tempo. Questo accadeva in quel periodo in cui in Germania – dopo la caduta della legge antisocialista al principio degli anni ’90 – si manifestava in seno al movimento operaio tedesco una forte corrente radicale di sinistra che voleva mettere in guardia i compagni contro un totale assorbimento nella mera lotta parlamentare. Per battere teoricamente e sopraffare praticamente gli elementi radicali e per escluderli dall’attenzione della vasta massa con l’autorità dei nostri grandi maestri, Bebel e compagni (ed era già significativo allora per le nostre condizioni che il gruppo parlamentare decidesse sul piano intellettuale e tattico delle sorti e dei compiti del partito) hanno spinto Engels, che viveva all’estero e doveva lasciarsi persuadere dalle loro assicurazioni, a scrivere quella prefazione con il pretesto che la cosa più urgente e necessaria era di salvare il movimento operaio tedesco dalle deviazioni anarchiche. Da allora questa concezione ha dominato effettivamente la socialdemocrazia tedesca in ciò che essa ha fatto e non ha fatto, fino a che abbiamo avuto la bella esperienza del 4 agosto 1914. Era la proclamazione del “nient’altro che parlamentarismo”. Engels non ha fatto a tempo a vedere i risultati, le conseguenze pratiche di questo uso della sua prefazione, della sua teoria. Io sono sicura che se si conoscono le opere di Marx e di Engels, se si conosce il vivace spirito rivoluzionario genuino, non adulterato, che spira da tutte le loro dottrine e da tutti i loro scritti, si deve essere convinti che Engels sarebbe stato il primo a insorgere contro le degenerazioni del “nient’altro che parlamentarismo”, contro questo impantanamento e demoralizzazione del movimento operaio, che presero piede in Germania già decenni prima del 4 agosto (giacché il 4 agosto non è caduto per caso dal cielo come una svolta improvvisa, ma fu una logica conseguenza di quello che noi avevamo prima vissuto giorno per giorno e anno per anno) (giustissimo!) – che Engels e, se fosse vissuto, Marx sarebbero stati i primi a protestare con tutta la forza e a respingere indietro il carro con mano robusta perché non rotolasse giù nel pantano. Ma Engels morì nell’anno stesso in cui scrisse la sua prefazione. Nel 1895 lo perdemmo; da allora purtroppo la guida teorica passò dalle mani di Engels a quelle di Kautsky, e da allora abbiamo assistito al fenomeno che ogni ribellione contro il “nient’altro che parlamentarismo” – la ribellione che a ogni congresso veniva da sinistra, portata da un gruppo più o meno numeroso di compagni che erano in aspra lotta contro l’impantanamento le cui minacciose conseguenze dovevano essere a tutti rese chiare – che ogni ribellione di tale natura fu bollata come anarchismo, anarcosocialismo, o almeno come antimarxismo. Il marxismo ufficiale doveva servire da copertura per ogni calcolo meschino, per ogni deviazione dalla vera lotta di classe rivoluzionaria, per ogni mediocrità che condannava la socialdemocrazia tedesca e in generale il movimento operaio, anche sindacale, a deperire nella cornice e sul terreno della società capitalistica, senza alcun serio sforzo per scuoterla e scardinarla.

Ora, compagni, viviamo oggi il momento in cui possiamo dire: siamo di nuovo con Marx, sotto la sua bandiera. Se oggi noi dichiariamo nel nostro programma: il compito immediato del proletariato non è altro – riassunto in poche parole che fare del socialismo verità e realtà e sradicare completamente il capitalismo, noi ci mettiamo sul terreno su cui stavano Marx ed Engels nel 1848 e dal quale essi non si scostarono mai in linea di principio. Adesso si vede che cos’è il marxismo vero e che cosa era questo surrogato del marxismo (benissimo!) che per tanto tempo si pavoneggiò come marxismo ufficiale nella socialdemocrazia tedesca.

Voi vedete nei suoi rappresentanti dove è andato a finire questo marxismo, come compagno e assistente di Ebert, David e consorti. Là noi vediamo i rappresentanti ufficiali della dottrina che per decenni ci è stata ammannita come marxismo genuino e non adulterato. No, il marxismo non portava a fare politica controrivoluzionaria insieme agli Scheidemann. Il marxismo vero lotta anche contro coloro che cercarono di falsificarlo, esso scava come talpa le fondamenta della società capitalistica e ci ha portato al punto che oggi la parte migliore del proletariato tedesco marcia sotto la nostra bandiera, sotto la bandiera rossa della rivoluzione, e che noi abbiamo seguaci e futuri compagni di lotta là dove pare che domini ancora la controrivoluzione.

Compagni, guidati dal corso della dialettica storica e arricchiti da tutto lo sviluppo capitalistico verificatosi negli ultimi 70 anni, noi stiamo oggi, come ho già detto, nel punto medesimo in cui si trovavano Marx ed Engels nel 1848, quando essi per la prima volta spiegarono la bandiera del socialismo internazionale. Più tardi, quando si rividero gli errori e le illusioni del 1848, si credeva che il proletariato avesse ancora innanzi a sé un tratto di strada infinitamente lungo prima che il socialismo potesse diventare realtà. Naturalmente i teorici seri non si sono mai occupati di fissare un qualsiasi termine obbligatorio e sicuro per il crollo del capitalismo; ma genericamente ci si immaginava quel tratto di strada ancora molto lungo e ciò emerge da ogni riga proprio della prefazione che Engels scrisse nel 1895. Ora noi possiamo tirare le somme. Non fu forse un periodo di tempo assai breve paragonato allo sviluppo delle lotte di classe d’un tempo? Settant’anni di sviluppo del grande capitalismo sono stati sufficienti a portarci così lontano che noi oggi possiamo seriamente pensare a eliminare il capitalismo dal mondo. Più ancora: non soltanto noi siamo oggi in grado di assolvere a questo compito, non soltanto questo è il nostro dovere verso il proletariato, ma soprattutto il suo adempimento è oggi la sola speranza di salvezza per l’esistenza della società umana (vive approvazioni). Poiché, compagni, che altro questa guerra ha lasciato sopravvivere della società borghese, se non un cumulo enorme di rovine? Formalmente tutti i mezzi di produzione e anche moltissimi strumenti di potere quasi tutti decisivi sono ancora nelle mani della classe dominante: su ciò non ci facciamo illusioni. Ma tutto ciò che con essi si può fare, all’infuori di spasmodici tentativi di ristabilire lo sfruttamento mediante bagni di sangue, altro non è che anarchia. Si è andati così lontano che ormai il dilemma innanzi a cui si trova l’umanità si presenta così: o il tramonto nella anarchia o la salvezza per opera del socialismo. Le classi borghesi sono nell’impossibilità di trovare una qualsiasi via d’uscita dalle conseguenze della guerra mondiale, che rimanga sul terreno del loro dominio di classe e del capitalismo. E cosi è accaduto che noi oggi viviamo nel più preciso significato della parola la verità che appunto Marx ed Engels per la prima volta hanno enunciato come base scientifica del socialismo in quel documento grandioso che è il Manifesto comunista: il socialismo diventerà una necessità storica. Il socialismo è diventato una necessità, non solo perché il proletariato non vuol più vivere nelle condizioni di vita che gli fanno le classi capitalistiche, ma anche perché, se il proletariato non adempie al suo dovere di classe e non realizza il socialismo, la rovina sovrasta su tutti noi assieme (vive approvazioni).

Ora, compagni, questa è la base generale su cui poggia il nostro programma, che noi oggi adottiamo ufficialmente e il cui progetto voi avete già potuto leggere nell’opuscolo Che cosa vuole la Lega Spartaco? Esso si trova in cosciente opposizione al punto di vista a cui continua a rimanere aderente il programma di Erfurt, in cosciente opposizione alla separazione delle rivendicazioni immediate, cosiddette minime, per la lotta politica ed economica, dallo scopo finale socialista considerato come un programma massimo. In cosciente opposizione a ciò noi liquidiamo i risultati dello sviluppo degli ultimi 70 anni e specialmente il risultato immediato della guerra mondiale, dicendo: per noi non esiste ora nessun programma minimo e massimo; il socialismo è tutt’uno, e questo è il minimo che noi oggi dobbiamo riuscire a realizzare (benissimo!)

Io non mi diffonderò ora su singole misure che vi abbiamo proposto nel nostro progetto di programma, giacché voi avete la possibilità di prendere posizione punto per punto e d’altra parte andremmo troppo per le lunghe se volessimo discutere qui in dettaglio. Considero mio compito specificare e formulare solo le grandi linee generali che distinguono la nostra presa di posizione programmatica da quella che ha avuto sin qui la cosiddetta socialdemocrazia ufficiale tedesca. Ritengo invece più importante e più urgente che noi c’intendiamo su come siano da valutarsi le circostanze concrete, e come debbano svilupparsi i compiti tattici, le parole d’ordine pratiche che derivano dalla situazione politica, dal corso che la rivoluzione ha sino a ora seguito e dalle prevedibili ulteriori direttrici del suo sviluppo. Vogliamo discutere della situazione politica conformemente alla concezione che ho cercato di precisare, partendo cioè dalla idea della realizzazione del socialismo come compito immediato, che deve illuminare ogni nostro modo di agire, ogni nostra presa di posizione.

Compagni, il nostro odierno congresso, che anzi, come credo di poter affermare con orgoglio, è il congresso costitutivo dell’unico partito rivoluzionario socialista del proletariato tedesco, questo congresso viene per caso a coincidere, o piuttosto, se devo essere precisa, niente affatto per caso, con una svolta nello sviluppo della stessa rivoluzione tedesca. Si può affermare che con gli avvenimenti degli ultimi giorni la fase iniziale della rivoluzione tedesca è conclusa, che noi ora entriamo in un secondo più avanzato stadio dello sviluppo, e che è dovere di noi tutti, e in pari tempo fonte di una migliore e più approfondita conoscenza per il futuro, esercitare l’autocritica, affrontare un serio esame critico di quel che abbiamo fatto, operato e trascurato per accrescere la nostra capacità di procedere oltre. Vogliamo gettare uno sguardo indagatore sulla prima fase testé conclusa della rivoluzione!

Il suo punto di partenza fu il 9 novembre. Il 9 novembre fu una rivoluzione piena di incertezze e di debolezze. Non dobbiamo meravigliarcene. Era la rivoluzione che sopravveniva dopo i 4 anni di guerra, dopo i 4 anni durante i quali il proletariato tedesco, grazie all’educazione ricevuta dalla socialdemocrazia e dai liberi sindacati, ha mostrato una tale dose di ignominia e di rinnegamento dei suoi doveri socialisti, di cui non v’è esempio in nessun altro paese. Non ci si può attendere, se si rimane sul terreno dello sviluppo storico – e noi lo facciamo proprio in quanto marxisti e socialisti – che nella Germania che ci ha offerto il quadro pauroso del 4 agosto e dei quattro anni successivi, si potesse vedere di colpo il 9 novembre 1918 una grandiosa rivoluzione classista, cosciente dei suoi fini; e quel che noi abbiamo vissuto il 9 novembre era per tre quarti piuttosto il crollo dell’imperialismo esistente che la vittoria di un nuovo principio (approvazioni). Era semplicemente venuto il momento in cui l’imperialismo come un colosso dai piedi d’argilla, internamente marcio, doveva crollare; e quel che venne dopo fu un movimento più o meno caotico, senza direttive, assai poco cosciente, in cui il legame unitario, il principio permanente di salvezza, era riassunto in un’unica parola d’ordine: la formazione dei consigli degli operai e dei soldati. Questa è la parola d’ordine dell’attuale rivoluzione, che le ha dato subito la impronta particolare della rivoluzione proletaria socialista, nonostante tutte le insufficienze e debolezze del primo momento, e quando ci si fa avanti con le calunnie contro i bolscevichi russi, noi non dobbiamo dimenticare di rispondere: dove avete imparato l’abc della vostra rivoluzione odierna? Dai russi siete andati a prendere i consigli degli operai e dei soldati (approvazioni) e quella gentucola che, alla testa del governo tedesco cosiddetto socialista, considerano oggi loro ufficio assassinare i bolscevichi russi in combutta con gli imperialisti inglesi, anche essi poggiano formalmente sui consigli degli operai e dei soldati, e devono quindi riconoscere che è stata la rivoluzione russa a offrire le prime parole d’ordine per la rivoluzione mondiale. Noi possiamo dire con certezza – e questo scaturisce da tutta la situazione – : in qualsiasi paese dopo la Germania venga a scoppiare la rivoluzione proletaria, il suo primo gesto sarà la formazione dei consigli degli operai e dei soldati (giustissimo!). Appunto in ciò noi abbiamo il legame unitario internazionale della nostra avanzata, questa è la parola d’ordine che distingue nettamente la nostra rivoluzione da tutte le precedenti rivoluzioni borghesi, ed è assai caratteristico per le contraddizioni dialettiche, in cui si muove questa, come del resto tutte le rivoluzioni, che essa già al 9 novembre nel lanciare il suo primo grido, si potrebbe dire il suo vagito, abbia trovato la parola che ci guida al socialismo: consigli degli operai e dei soldati, la parola attorno a cui tutto si raccolse, e che abbia trovato questa parola d’istinto, nonostante che al 9 novembre fosse così arretrata da essere capace, a causa delle insufficienze, delle debolezze, della mancanza di iniziativa propria e di visione chiara dei suoi compiti, di lasciarsi sfuggire di mano, quasi al secondo giorno dopo la rivoluzione, la metà degli strumenti di potere conquistati il 9 novembre. In ciò da un lato è il segno che l’attuale rivoluzione sta sotto la legge prepotente della necessità storica la quale ci garantisce che passo passo giungeremo alla nostra meta nonostante tutte le difficoltà, gli imbrogli e i veri e propri misfatti; ma d’altro lato, confrontando la chiarezza della parola d’ordine con la prassi inadeguata che vi è associata, va detto che questi erano proprio i primi passi infantili della rivoluzione, la quale ha ancora uno sforzo immenso da compiere e un lungo cammino da percorrere per svilupparsi fino alla piena realizzazione delle sue prime parole d’ordine.

Compagni, questa prima fase dal 9 novembre fino ai giorni scorsi è caratterizzata da illusioni in ogni direzione. La prima illusione del proletariato e dei soldati che hanno fatto la rivoluzione fu quella della unità sotto la bandiera del cosiddetto socialismo. Che cosa può caratterizzare meglio l’intima debolezza della rivoluzione del 9 novembre se non il suo primo risultato, che alla testa del movimento si siano posti uomini che due ore prima dello scoppio della rivoluzione avevano considerato loro dovere di aizzare contro di essa (giustissimo!) e di renderla impossibile: gli Ebert-Scheidemann con Haase! L’idea dell’unificazione delle diverse correnti socialiste in mezzo al giubilo generale dell’unità, questo fu il motto della rivoluzione del 9 novembre, un’illusione che doveva sanguinosamente vendicarsi e che solo in questi ultimi giorni abbiamo finito di vivere e di sognare; un autoinganno anche da parte degli Ebert-Scheidemann e degli stessi borghesi, da tutte le parti. Oltre a ciò, nella fase ora conclusa, un’illusione della borghesia di potere, mediante la combinazione Ebert-Haase, il cosiddetto governo socialista, di tenere in realtà a freno le masse proletarie e soffocare la rivoluzione socialista; e l’illusione da parte del governo Ebert-Scheidemann di potere con l’aiuto delle masse di soldati del fronte sopraffare le masse operaie nella lotta di classe socialista. Queste furono le diverse illusioni che possono spiegare i recenti avvenimenti. Tutte queste illusioni si sono dileguate nel nulla. Si è visto che l’unione di Haase con Ebert-Scheidemann sotto l’insegna del socialismo non significava altro in realtà che una foglia di fico su una politica semplicemente controrivoluzionaria, e noi abbiamo sperimentato che siamo stati guariti da questa autoillusione come in tutte le rivoluzioni. C’è infatti un preciso metodo rivoluzionario per curare il popolo dalle sue illusioni ma questa cura purtroppo si compra con il sangue del popolo. Proprio come in tutte le precedenti rivoluzioni, è accaduto anche ora. Fu il sangue delle vittime della Chausséstrasse il 6 dicembre, il sangue dei marinai trucidati il 24 dicembre, che ha suggellato per le grandi masse questa conoscenza e questa verità; quel che avete incollato assieme come un cosiddetto governo socialista non è altro che un governo della controrivoluzione borghese, e chi tollera ancora questa situazione, lavora contro il proletariato e contro il socialismo (benissimo!). Però, compagni, si è anche dileguata l’illusione dei signori Ebert-Scheidemann di essere in grado di soggiogare durevolmente il proletariato con l’aiuto dei soldati del fronte. Quale risultato infatti hanno fatto maturare il 6 e il 24 dicembre? Noi tutti abbiamo potuto vedere un profondo disinganno nelle masse dei soldati e l’inizio da parte loro di una presa di posizione critica verso quegli stessi signori che hanno voluto adoperarli come carne da cannone contro il proletariato socialista. Che le singole schiere del movimento operaio siano a poco a poco portate dalla loro amara esperienza a riconoscere la giusta via della rivoluzione: anche questo è conforme alla legge dell’obiettivo e necessario sviluppo della rivoluzione socialista. Sono state trasportate a Berlino truppe fresche da adoperarsi come carne da cannone per reprimere i moti del proletariato socialista, e si è visto che oggi da diverse caserme vengono richiesti i volantini della Lega Spartaco. Compagni, è questa la conclusione della prima fase. Le speranze degli Ebert-Scheidemann di dominare il proletariato con l’aiuto dei soldati reduci sono già in gran parte scosse. Quel che essi devono attendersi a non lunga scadenza è una sempre più chiara concezione rivoluzionaria anche nell’interno delle caserme, e quindi l’ingrossamento dell’esercito del proletariato combattente e l’indebolimento del campo controrivoluzionario. Ma da ciò discende che qualcun altro doveva perdere le sue illusioni, e cioè la borghesia, la classe dominante. Se leggete i giornali degli ultimi giorni dopo gli avvenimenti del 24 dicembre, voi notate un tono molto netto e chiaro di delusione e di rabbia: i servitori di lassù si sono rivelati degli inetti (benissimo!).

Si aspettava da Ebert-Scheidemann che si dimostrassero gli uomini forti per schiacciare la bestia. E che cosa sono riusciti a fare? Hanno fatto soltanto un paio di modesti putsch da cui viceversa l’idra della rivoluzione ha levato il capo con ancora maggior decisione. Quindi una reciproca disillusione da tutte le parti. Il proletariato ha deposto ogni illusione circa l’accoppiamento Ebert-Scheidemann-Haase come governo cosiddetto socialista. Ebert-Scheideman hanno deposto l’illusione di sopraffare durevolmente i proletari in blusa da lavoro con l’aiuto dei proletari in divisa militare, e la borghesia ha deposto l’illusione di poter abbindolare per i suoi scopi tutta la rivoluzione socialista in Germania per mezzo di Ebert-Scheidemann-Haase. E’ un bilancio del tutto negativo, nient’altro che brandelli di illusioni distrutte. Macché, proprio soltanto questi brandelli laceri siano quanto rimane della prima fase della rivoluzione costituisce il maggior successo per il proletariato, poiché non v’è nulla che sia altrettanto dannoso alla rivoluzione come le illusioni, non v’è nulla che le sia più utile della chiara, aperta verità. Io posso richiamarmi all’opinione di un classico dello spirito germanico, che non fu un rivoluzionario del proletariato, ma un rivoluzionario intellettuale della borghesia: io penso a Lessing che in uno dei suoi ultimi lavori, quando era bibliotecario a Wolfenbúttel, ha scritto queste frasi per me molto interessanti e simpatiche: “Io non so se sia dovere sacrificare la felicità e la vita alla verità… Ma so che, quando si vuole insegnare la verità, è dovere insegnarla tutta o niente, insegnarla chiara e tonda, senza enigmi, senza riserve, con piena fiducia nella sua forza… Perché quanto più grossolano è l’errore, tanto più breve e diritta è la via alla verità; per contro l’errore più raffinato ci può tenere eternamente lontani dalla verità, quanto più difficilmente ci appare chiaro che è un errore… Chi pensa di portare all’uomo verità soltanto sotto maschere o vernici di ogni specie, potrà ben essere il suo ruffiano ma certamente non ne è stato mai innamorato”.

Compagni, i signori Haase, Dittmann ecc. hanno voluto portare all’uomo la rivoluzione, la merce socialista, sotto maschere e vernici d’ogni genere, essi si sono rivelati i ruffiani della controrivoluzione. Oggi noi siamo liberi da queste doppiezze, la merce sta innanzi alla massa del popolo tedesco nella brutale e massiccia figura del signor Ebert e Scheidemann. Oggi neppure il più ottuso può disconoscerla: ecco la controrivoluzione in carne ed ossa.

Che cosa si presenta oggi come ulteriore prospettiva dello sviluppo dopo questa prima fase che sta dietro di noi? Naturalmente non si tratta di far profezie, ma soltanto di trarre le logiche conseguenze dall’esperienza fatta sin qui e di dedurne le presumibili vie dello sviluppo imminente per indirizzare in conformità la nostra tattica, il nostro particolare modo di lottare. Compagni, dove conduce la strada? Una certa indicazione in proposito voi l’avete già, in colori nitidi e non sofisticati, nelle ultime manifestazioni del nuovo governo Ebert-Scheidemann. In quale direzione può volgersi il corso del cosiddetto governo socialista, dopo che, come ho dimostrato, sono scomparse tutte le illusioni? Questo governo perde ogni giorno più terreno nelle grandi masse proletarie; dietro di esso, accanto alla piccola borghesia, stanno ormai soltanto dei resti, dei miseri resti di proletariato, dei quali tuttavia non si può dire quanto a lungo ancora continueranno a stare dietro Ebert-Scheidemann. Essi perderanno sempre più terreno nelle masse dei soldati che si sono avviati sulla via della critica, della riflessione autonoma, un processo che in verità va avanti per ora assai lentamente ma che non può fermarsi fino a che abbia raggiunto la piena conoscenza del socialismo. Essi hanno perduto credito nella borghesia perché non si son mostrati abbastanza forti. Dove può quindi andare la loro strada? Con la commedia della politica socialista la finiranno molto presto e del tutto; e se voi leggete il nuovo programma di questi signori, vi accorgerete che essi nella seconda fase procedono a tutto vapore verso l’aperta controrivoluzione, o, per meglio dire, verso la restaurazione delle precedenti condizioni prerivoluzionarie. Qual è infatti il programma del nuovo governo? L ‘elezione di un presidente, che ha una posizione di mezzo fra il re inglese e il presidente americano (benissimo!), quindi press’a poco un re Ebert, e in secondo luogo il ristabilimento del consiglio federale. Voi potete leggere oggi le richieste che per proprio conto hanno avanzato i governi della Germania meridionale, le quali sottolineano il carattere federale del Reich tedesco. Il ristabilimento del vecchio bravo consiglio federale, e naturalmente della sua appendice, il Reichstag, è ancora soltanto questione di poche settimane. Compagni, Ebert-Scheidemann si muovono quindi sulla linea della restaurazione pura e semplice delle condizioni precedenti il 9 novembre. Ma con questo si son messi da se stessi su un piano inclinato per andare a finire con le membra fracassate in fondo al precipizio. Infatti un ritorno alle condizioni preesistenti al 9 novembre fu superato appunto il 9 novembre e oggi la Germania è mille miglia lontana da questa possibilità. Per rafforzare la propria posizione, che peraltro ha già perduto con gli ultimi avvenimenti, presso l’unica classe di cui esso rappresenta realmente gli interessi, la borghesia, il governo si vedrà costretto a condurre una politica controrivoluzionaria sempre più violenta. Dalle richieste degli Stati della Germania meridionale, pubblicate oggi nei giornali di Berlino, emerge chiaramente il desiderio di rafforzare, come si dice, la sicurezza del Reich tedesco, ciò che in buon tedesco significa introdurre lo stato d’assedio contro gli elementi “anarchici”, “rivoltosi”, “bolscevichi”, in altre parole socialisti. Ebert e Scheidemann saranno spinti dalle circostanze alla dittatura con o senza stato d’assedio. Ma da ciò deriva che noi, appunto a cagione dell’evoluzione precedente e della logica stessa delle cose, a cagione della necessità di violenza che pesa su Ebert-Scheidemann, giungeremo, nella seconda fase della rivoluzione, a vedere contrasti molto più aspri e lotte di classe molto più accese (giustissimo!) di quanto non sia stato finora; un contrasto molto più aspro non soltanto perché i momenti politici che ho sin qui enumerato conducono ad affrontare la lotta fra rivoluzione e controrivoluzione senza illusioni, petto contro petto e occhio nell’occhio, ma anche perché un nuovo fuoco, una nuova fiamma erompe dal profondo nel bel mezzo di tutta la situazione e sono le lotte economiche.

Compagni, è molto caratteristico per il primo periodo della rivoluzione, durata, si può dire, fino al 4 dicembre che io ho descritto, che essa sia stata una rivoluzione ancora interamente politica e di ciò noi dobbiamo renderci pienamente coscienti; in ciò sta la primitività, l’insufficienza, l’indecisione e la mancanza di consapevolezza di questa rivoluzione. Fu il primo stadio di un rivolgimento, i cui compiti fondamentali sono di natura economica, cioè il rovesciamento dei rapporti economici. Fu ingenua, incosciente come un bambino che va a tentoni senza saper dove. Come ho detto, essa aveva ancora un carattere esclusivamente politico. Solo nelle ultime settimane gli scioperi hanno cominciato a estendersi notevolmente in modo del tutto spontaneo. Noi vogliamo ora proclamarlo: è proprio nella natura di questa rivoluzione che gli scioperi si sviluppino sempre di più, ch’essi debbano diventare sempre più il punto centrale, il momento fondamentale della rivoluzione (giustissimo!). Questa è allora una rivoluzione economica e con ciò diventa una rivoluzione socialista. Ma la lotta per il socialismo può essere combattuta soltanto dalle masse, immediatamente, petto contro petto con il capitalismo, in ogni impresa, da ogni proletario contro il suo imprenditore. Solo allora sarà una rivoluzione socialista.

Certo coloro che non pensano si rappresentavano diversamente il corso delle cose: si credeva che sarebbe stato necessario soltanto rovesciare il vecchio governo e porre in sua vece un governo socialista, poi si sarebbero emanati i decreti che instauravano il socialismo. Anche questa non era che un’illusione. Il socialismo non è fatto e non può esser fatto mediante decreti, neppure da un governo socialista caratterizzato. Il socialismo dev’esser fatto dalle masse, da ciascun proletario. Là dove essi sono legati alla catena del capitale, là dev’essere spezzata la catena. Solo questo è socialismo, solo così il socialismo può essere attuato.

E come è la forma esterna della lotta per il socialismo? E’ lo sciopero e perciò noi abbiamo visto che la fase economica dello sviluppo, adesso, nel secondo periodo della rivoluzione, è emersa in primo piano. Io vorrei anche qui affermare vigorosamente, possiamo dirlo con orgoglio e nessuno lo contesterà: noi della Lega Spartaco, il Partito comunista della Germania, siamo i soli in tutta la Germania che siamo dalla parte degli operai che scioperano e che lottano (giustissimo!).Voi avete letto e visto in tutte le occasioni come il Partito indipendente si sia comportato di fronte agli scioperi. Non vi fu assolutamente nessuna differenza fra la posizione del Vorwarts e quella della Freibeít. Si è detto: dovete essere laboriosi, socialismo vuol dire lavorare molto. E si dice questo mentre il capitale ha ancora il coltello per il manico! Non così si fa il socialismo ma lottando nel modo più energico contro il capitalismo, le cui pretese sono sostenute dai reazionari estremi fino al Partito Indipendente fino alla Freiheit, escluso soltanto il nostro Partito comunista. In quanto ho esposto è già implicito che oggi tutto quel che è sul nostro terreno rivoluzionario comunista lotta, senza alcuna eccezione e col massimo accanimento, contro gli scioperi.

Deriva da ciò che nella prossima fase della rivoluzione gli scioperi non solo si estenderanno sempre più, ma saranno al centro, nel punto nevralgico della rivoluzione, respingendo in secondo piano i problemi meramente politici. Assisterete così a un enorme inasprimento della situazione sul terreno della lotta economica giacché in questo modo la rivoluzione giunge al punto dove non si scherza più con la borghesia. La borghesia può concedersi delle mistificazioni sul terreno politico, dove una mascherata è ancora possibile, dove gente come Ebert-Scheidemann può ancora presentarsi con etichetta socialista, ma non là dove è in gioco il profitto. Allora essa porrà il governo Ebert-Scheidemann davanti all’alternativa: o farla finita con gli scioperi, ed eliminare la minaccia di soffocamento che questo movimento di scioperi rappresenta per essa, oppure i signori Ebert-Scheidemann saranno bell’e liquidati. Io credo anche che già i loro provvedimenti politici porteranno assai presto alla loro liquidazione. Gli Ebert-Scheidemann sono particolarmente addolorati per non aver trovato molta fiducia da parte della borghesia. Essa rifletterà se sia il caso di porre l’ermellino sulla grossolana figura di parvenu di Ebert. Se si arriva a questo, dopo si concluderà dicendo: non basta per questo aver sangue sulle mani, ma occorre aver sangue blu nelle vene (benissimo!), se si arriva a questo, dopo si dirà: se vogliamo avere un re, non abbiamo bisogno di un parvenu, che in nessuna occasione sa comportarsi da re (ilarità).

Così, compagni, i signori Ebert-Scheidemann si adoperano perché si faccia largo un movimento controrivoluzionario. Essi non riusciranno a spuntarla con le fiamme divampanti della lotta di classe economica e perciò, malgrado i loro sforzi, non riusciranno a soddisfare la borghesia. Essi saranno sommersi o per far posto a un tentativo di controrivoluzione che si raccoglie alla rinfusa per una lotta disperata attorno a un signor Groener o per un’esplicita dittatura militare sotto Hindenburg, oppure dovranno cedere il passo alle altre forze controrivoluzionarie.

Non si può dire niente di preciso, non si possono fare previsioni positive su ciò che deve accadere. Ma a noi non importano le forme esteriori, non importa il momento in cui ha luogo l’una o l’altra cosa, a noi bastano le grandi direttrici dell’evoluzione ulteriore, e queste, dopo la prima fase della rivoluzione, caratterizzata da una lotta prevalentemente politica, ci conducono a una seconda fase di lotta più dura e più intensa essenzialmente economica, nel corso della quale in un tempo più breve o forse un pochino più lungo il governo Ebert-Scheidemarm deve scomparire nell’Orco.

Che cosa avverrà dell’Assemblea nazionale nella seconda fase dello sviluppo è egualmente difficile predire, è possibile che, se essa vede i natali, diventi una nuova scuola educatrice per la classe operaia, ma neppure è escluso che non si arrivi per nulla all’Assemblea nazionale: niente si può predire. Voglio solo aggiungere fra parentesi, affinché voi comprendiate da quale punto di vista difendevamo ieri la nostra posizione: noi eravamo contrari soltanto al fatto di basare la nostra tattica su una sola alternativa. Io non voglio qui riaprire delle discussioni, ma dire soltanto questo, affinché nessuno di voi, ascoltando distrattamente, pensi magari: ah, il tono è cambiato. Noi siamo decisamente e pienamente sullo stesso terreno di ieri. Noi non vogliamo fissare la nostra tattica nei riguardi dell’Assemblea nazionale sulla possibilità, che può ma non è detto che debba verificarsi, e cioè che l’Assemblea nazionale vada all’aria, ma vogliamo fissarla in base a tutte le eventualità, ivi compresa l’utilizzazione rivoluzionaria della Assemblea nazionale, se essa vede i natali. Se veda i natali o no, è indifferente, la rivoluzione avrà da guadagnare in tutti i casi.

Che cosa resta allora all’esautorato governo Ebert-Scheidemann o a qualsiasi altro governo sedicente socialdemocratico, che sia al timone? Ho detto che il proletariato come massa gli è già sfuggito di mano e che i soldati non si possono più adoperare come carne da cannone. Che cosa resta ancora in generale a questa miserabile gentucola per salvare la propria posizione? Rimane a essi una sola chance, e se voi, compagni, avete letto oggi le notizie della stampa, avrete visto dove stanno allineate le ultime riserve che la controrivoluzione tedesca porterà in campo contro di noi quando si arriverà alla lotta corpo a corpo. Tutti voi avete letto che a Riga le truppe tedesche già avanzano a braccetto con gli inglesi contro i bolscevichi russi.

Compagni, io ho in mano dei documenti grazie ai quali possiamo farci un’idea di che cosa sia in gioco adesso a Riga. Tutta la faccenda promana dal comando della VIII armata in combutta con il signor August Winnig, socialdemocratico e dirigente sindacale tedesco. Si è sempre fatto credere che i poveri Ebert-Scheidemann fossero le vittime dell’Intesa. Ma era una tattica del Vorwarts già da parecchie settimane, dal principio della rivoluzione, di far credere che il soffocamento della rivoluzione russa fosse lo spontaneo desiderio dell’Intesa, e con questo mezzo fu suggerito all’Intesa il primo pensiero in proposito. Noi abbiamo ora accertato documentalmente come tutto questo sia stato fatto a spese del proletariato russo e della rivoluzione tedesca. In un telegramma del 26 dicembre, il tenente colonnello Burkner, capo del quartier generale della VIII armata, dà notizia delle trattative che portarono a quest’accordo di Riga. Questo telegramma dice:

“Il 23 dicembre a bordo della nave inglese Principessa Margherita ebbe luogo un colloquio fra il plenipotenziario del Reich, Winnig, e il rappresentante del governo inglese già console generale a Riga, Monsanquet, al quale fu sollecitata anche la partecipazione del comandante supremo tedesco o di un suo rappresentante. Fui designato io a prendervi parte.

Scopo del colloquio: esecuzione delle condizioni d’armistizio. Andamento del colloquio:

Inglese – Le navi che sono qui devono sorvegliare l’esecuzione delle condizioni. In base alle condizioni d’armistizio si richiede quanto segue:

  1. Che i tedeschi mantengano in questo distretto una forza di combattimento sufficiente a tenere in scacco i bolscevichi e non permetter loro di avanzare oltre le loro attuali posizioni. Inoltre:
  2. Una comunicazione delle attuali disposizioni alle truppe sia tedesche che lettoni che combattono contro i bolscevichi dev’essere mandata all’ufficiale di stato maggiore militare britannico per conoscenza dell’ufficiale di marina anziano. Tutte le future disposizioni riguardanti le truppe che sono destinate alla lotta contro i bolscevichi devono essere comunicate per tramite dello stesso ufficiale.
  3. Dev’essere mantenuta sotto le armi nei seguenti punti una forza di combattimento sufficiente a impedire che i bolscevichi possano occuparli o che possano avanzare su una linea generale che congiunge le seguenti piazze: Walk, Wolmar, Wenden, Friedrichstadt, Pinsk, Mitau.
  4. La ferrovia Riga-Libau dev’essere assicurata contro attacchi bolscevichi e tutti i rifornimenti britannici e la posta, che percorrono questo tratto, devono godere un trattamento preferenziale”.

Segue quindi un’altra serie di richieste. E ora la risposta del plenipotenziario tedesco signor Winnig:

“Sarebbe davvero un fatto inconsueto voler costringere un governo a mantenere occupato uno Stato straniero, ma in questo caso sarebbe il nostro preciso desiderio, – questo dice il signor Winnig, il dirigente sindacale tedesco! – perché si tratterebbe di proteggere sangue tedesco – i baroni baltici! – e noi ci consideriamo anche moralmente obbligati ad aiutare il paese che abbiamo liberato dalla sua precedente compagine statale. Ma i nostri sforzi sarebbero resi difficili; in primo luogo dallo stato delle truppe, che sotto l’influenza delle condizioni d’armistizio non vorrebbero più combattere ma tornare a casa, e che per di più sono composte di uomini anziani e di invalidi di guerra; in secondo luogo dal contegno dei governi locali – si accenna ai lettoni – che considerano i tedeschi come loro oppressori. Noi ci saremmo sforzati di formare reparti volontari, pronti al combattimento, ciò che sarebbe già parzialmente riuscito”.

Ciò che qui si fa è controrivoluzione. Voi avete letto già qualche tempo fa della formazione della Divisione di ferro, che fu creata espressamente per combattere i bolscevichi nei paesi baltici. Ma non era chiaro l’atteggiamento degli Ebert-Scheidemann a questo riguardo. Ora voi sapete che è stato questo governo stesso che ne ha fatto per primo la proposta.

Compagni, ancora un piccolo rilievo sul conto di Winnig. Noi possiamo dire tranquillamente che i dirigenti sindacali tedeschi – e non è affatto un caso che un dirigente sindacale renda tali servizi politici – che i dirigenti sindacali tedeschi e i socialdemocratici tedeschi sono i peggiori e più infami furfanti che abbiano vissuto al mondo (applausi tempestosi e battimani). Sapete in che posto va messa questa gente, Winnig, Ebert, Scheidemann? Secondo il codice penale tedesco, che proprio costoro dichiarano pienamente valido, e in base al quale essi fanno amministrare la giustizia, questa gente deve stare in galera (ovazione tempestosa e battimani). Poiché secondo il codice tedesco, è punito con la galera chi cerca di arruolare soldati tedeschi al servizio dello straniero. E oggi noi abbiamo -possiamo dirlo tranquillamente – alla testa del “governo socialista” degli uomini che non soltanto sono dei giuda del movimento socialista, della rivoluzione proletaria, ma sono anche dei pezzi da galera, che in generale non dovrebbero essere ammessi in una compagnia di galantuomini (approvazioni tempestose).

In relazione a questo punto vi presenterò alla fine della mia relazione una risoluzione, per la quale spero di avere il consenso unanime allo scopo di poter operare con la necessaria energia contro questa gente che ora regge i destini della Germania.

Compagni, per raccogliere di nuovo il filo della mia esposizione, è chiaro che tutte queste macchinazioni, la formazione di divisioni di ferro e particolarmente il menzionato accordo con l’imperialismo inglese, non significano altro che le ultime riserve per soffocare il movimento socialista tedesco, ma a ciò è strettissimamente collegato anche il problema principale, il problema cioè delle prospettive di pace. Che cos’altro vediamo in questi accordi, se non un riaccendersi della guerra? Mentre questi furfanti in Germania recitano la commedia di essere indaffarati a ristabilire la pace che noi disturbatori allontaneremmo, provocando il malcontento dell’Intesa, essi in realtà preparano con le loro mani un nuovo scoppio della guerra, della guerra in Oriente, a cui seguirebbe immediatamente la guerra in Germania. Così voi avete anche qui di nuovo la situazione che ci farà entrare in un periodo di aspri contrasti. Noi dovremo difendere insieme con il socialismo e con gli interessi della rivoluzione anche gli interessi della pace mondiale, e questa è proprio la conferma della tattica che soltanto noi spartachisti abbiamo sostenuto in ogni occasione durante 14 anni di guerra. Pace significa rivoluzione mondiale del proletariato! Non v’è altra via per ristabilire e garantire realmente la pace che la vittoria del proletariato socialista (viva approvazione).

Compagni, che cosa emerge per noi da tutto ciò come direttiva tattica generale nella situazione in cui verremo a trovarci ben presto? La prima cosa che voi ne concluderete è certamente la speranza della caduta del governo Ebert-Scheidemann e della sua sostituzione a opera di un governo dichiaratamente socialista-proletario-rivoluzionario. Tuttavia io vorrei rivolgere la vostra attenzione non ai vertici, verso l’alto, ma in basso. Non possiamo abbandonarci di nuovo alla illusione della prima fase della rivoluzione, all’illusione del 9 novembre che basti in generale per il corso della rivoluzione socialista rovesciare il governo capitalista e sostituirlo con un altro. Al contrario, la vittoria della rivoluzione proletaria può essere ottenuta soltanto cominciando a scalzare dalle basi del governo Ebert-Scheidemann con una lotta di massa rivoluzionaria sul terreno sociale condotta a ogni piè sospinto dal proletariato, e io vorrei a questo proposito ricordare alcune insufficienze della rivoluzione tedesca che non sono state superate con la prima fase, ma mostrano chiaramente che noi purtroppo non siamo ancora in grado di assicurare la vittoria del socialismo rovesciando il governo. Io ho cercato di spiegarvi che la rivoluzione del 9 novembre fu soprattutto una rivoluzione politica, mentre essa deve ancora diventare una rivoluzione essenzialmente economica. Ma essa è stata anche una rivoluzione soltanto cittadina, la campagna è rimasta finora pressoché immobile. Sarebbe un’illusione sperare di realizzare il socialismo senza l’agricoltura. In generale l’industria non può essere trasformata nel senso dell’economia socialista senza un’immediata combinazione con un’agricoltura socialisticamente organizzata. Il concetto più importante dell’ordinamento, economico socialista è l’eliminazione del contrasto e della separazione fra città e campagna. Questa separazione, questa opposizione, questo contrasto è un fenomeno puramente capitalistico che dev’essere subito eliminato se ci vogliamo porre da un punto di vista socialista. Se vogliamo operare sul serio una trasformazione socialista, voi dovete rivolgere la vostra attenzione tanto alla campagna quanto ai centri industriali, e qui purtroppo non siamo neppure al principio del principio. Questo lavoro dev’essere fatto seriamente non solo per la considerazione che senza l’agricoltura non possiamo socializzare, ma anche perché, quando poco fa abbiamo enumerato le ultime riserve della controrivoluzione contro di noi e contro i nostri forzi, noi non abbiamo tenuto conto di un’importante riserva, che sono i contadini. Proprio perché essi finora sono rimasti immobili, sono ancora una riserva per la borghesia controrivoluzionaria. E la prima cosa ch’essa farà, se la fiamma dello sciopero socialista le brucia le calcagna, sarà la mobilitazione dei contadini, di questi fanatici sostenitori della proprietà privata. Contro questa minacciosa forza controrivoluzionaria non è altro mezzo che portare la lotta di classe nelle campagne mobilitando contro i contadini il proletariato senza terra e i piccoli contadini (brava! e battimani).

Da ciò si deduce quel che dobbiamo fare per assicurare le premesse necessarie al buon esito della rivoluzione, e io vorrei perciò riassumere così i nostri compiti immediati: dobbiamo in futuro prima di ogni altra cosa sviluppare in tutte le direzioni il sistema dei consigli degli operai e dei soldati, e principalmente il sistema dei consigli degli operai. Quel che noi abbiamo intrapreso il 9 novembre fu solo un debole cominciamento, e non c’è solo questo. Nella prima fase della rivoluzione abbiamo persino riperduto degli importanti strumenti di potere. Voi sapete che una demolizione continua del sistema dei consigli degli operai e dei soldati è stata intrapresa dalla controrivoluzione. In Assia il governo controrivoluzionario li ha generalmente soppressi, in altri posti sono stati strappati loro di mano gli strumenti di potere.

Noi perciò non dobbiamo soltanto sviluppare questo sistema ma dobbiamo introdurvi anche gli operai agricoli e i piccoli contadini. Dobbiamo prendere il potere e dobbiamo porci il problema della conquista del potere in questo modo: che cosa fa, che cosa può, che cosa deve fare in tutta la Germania ogni consiglio di operai e di soldati? Là è il potere, noi dobbiamo scavare dal basso lo Stato borghese non più dividendo ma unificando potere pubblico, legislazione e amministrazione, e portarli ovunque nelle mani dei consigli degli operai e dei soldati.

Compagni, è un immenso campo che dobbiamo arare. Dobbiamo prepararci dal basso a dare ai consigli degli operai e dei soldati una tale potenza che, se il governo Ebert-Scheidemann o un altro simile viene rovesciato, questo sia soltanto l’atto conclusivo. La conquista del potere non si realizza tutta d’un colpo ma progressivamente, incuneandosi nello Stato borghese fino a occuparne tutte le posizioni e a difenderle con le unghie e con i denti. E la stessa lotta economica, secondo la concezione mia e dei compagni di partito a me più vicini, dev’essere condotta mediante i consigli operai. Anche la direzione delle lotte economiche da avviare su strade sempre più ampie dev’essere nelle mani dei consigli operai. I consigli operai devono avere tutto il potere nello Stato. Nel prossimo futuro dobbiamo lavorare in questa direzione con il risultato che, ponendoci tale compito, dobbiamo far conto anche su un colossale inasprimento della lotta a brevissima scadenza. Perché, compagni, dobbiamo lottare passo a passo, corpo a corpo, in ogni Stato, in ogni città, in ogni villaggio, in ogni comune, per trasferire ai consigli degli operai e dei soldati tutti gli strumenti del potere statale che devono essere pezzo a pezzo strappati alla borghesia. Ma per questo anche i nostri compagni, per questo i proletari devono essere dapprima educati. Anche là dove i consigli degli operai e dei soldati esistono, manca la coscienza dei compiti a cui essi sono chiamati (giustissimo!). Noi dobbiamo innanzitutto insegnare alle masse che il consiglio degli operai e dei soldati deve diventare in tutte le direzioni la leva del meccanismo statale, che esso deve assumere tutti i poteri e convogliarli tutti nella medesima corrente della rivoluzione socialista. Da ciò sono ancora mille miglia lontane quelle stesse masse operaie che sono già organizzate in consigli degli operai e dei soldati, fatta eccezione naturalmente di piccole minoranze di proletari che hanno chiara coscienza dei loro compiti. Ma non è questa una deficienza, bensì precisamente la normalità. E’ esercitando il potere che una massa impara a esercitarlo. Non c’è nessun altro mezzo di insegnarglielo. Noi abbiamo fortunatamente superato i tempi in cui si diceva che bisognava educare socialisticamente il proletariato. Per i marxisti della scuola kautskiana fino a oggi questi tempi sembrano esistere tuttora. Educare socialisticamente le masse proletarie, cioè: tenere dei discorsi e diffondere manifestini e opuscoli. No, l’educazione socialista dei proletari non ha bisogno di tutto questo. Essi si educano gettandosi all’azione (giustissimo!). Qui è proprio il caso di dire: in principio era l’azione, e l’azione dev’essere che i consigli degli operai e dei soldati si sentano chiamati e imparino a diventare il solo potere pubblico in tutto il Reich. Solo in questo modo noi possiamo minare il terreno, in modo da renderlo maturo al crollo che deve coronare la nostra opera. E perciò, compagni, non era senza un preciso calcolo e senza una chiara coscienza se noi vi esponevamo ieri, se io in modo particolare vi dico: non pensate che la lotta sia così comoda anche per l’avvenire. Da parte di alcuni compagni si è falsamente creduto che io avessi attribuito loro l’intenzione di voler boicottare le elezioni dell’Assemblea nazionale per starsene a braccia conserte. Neppure per sogno ho pensato a una cosa simile. Solo non potevo affrontare l’argomento; ne ho invece la possibilità nel contesto di oggi. Secondo me la storia non ci fa le cose così comode come nelle rivoluzioni borghesi, quando bastava rovesciare al centro il potere ufficiale e sostituirlo con un paio o un paio di dozzine di uomini nuovi. Noi dobbiamo lavorare dal basso e questo corrisponde precisamente al carattere di massa della nostra rivoluzione quanto agli scopi che vanno al fondo della costituzione sociale; risponde al carattere della odierna rivoluzione proletaria che noi dobbiamo conquistare il potere politico non dall’alto ma dal basso. Il 9 novembre rappresentò il tentativo di abbattere il potere borghese, il dominio di classe, – un debole, incompiuto, incosciente, caotico tentativo. Quel che ora si deve fare è di dirigere con piena coscienza tutta la forza del proletariato contro le principali fortezze della società capitalistica. In basso, dove ciascun imprenditore ha di fronte a sé i suoi schiavi salariati, in basso dove tutti gli organi esecutivi del dominio politico di classe si trovano di fronte all’oggetto del loro dominio, alle masse, là dobbiamo passo passo strappare dalle mani dei nostri dominatori i loro strumenti di potere e porli nelle nostre mani. Disegnato in questo modo, il processo appare forse un tantino più lungo di quanto si sarebbe inclini a raffigurarselo in un primo momento. lo credo salutare per noi porci innanzi agli occhi con piena chiarezza tutte le difficoltà e complicazioni di questa rivoluzione. Giacché io spero che la descrizione delle grosse difficoltà e dei compiti che ci si ammassano dinanzi non operi su nessuno di voi, come non opera su di me, nel senso di raffreddare il vostro zelo e la vostra energia; al contrario, quanto più gravoso è il compito, tanto più raccoglieremo tutte le forze, e non dimentichiamolo: la rivoluzione sa attuare la propria opera con enorme celerità. lo non mi accingo a profetizzare quanto tempo occorre per questo processo. Chi di noi sta a fare i conti, che c’importa se la nostra vita basta appena allo scopo? Importa soltanto, che noi sappiamo con chiarezza e precisione quel che si deve fare; e che cosa ci sia da fare io spero di averlo in qualche modo detto nelle sue linee fondamentali con le mie deboli forze (applausi tempestosi).


Che cosa vuole la lega Spartaco (14 dicembre 1918)

Il 9 novembre gli operai e i soldati hanno rovesciato il regime che regnava in Germania. Sui campi di battaglia della Francia si è spenta la follia assassina del militarismo prussiano. La banda criminale che ha appiccato l’incendio al mondo sommergendo la Germania in un mare di sangue è finita in un vicolo cieco. Il popolo è stato vittima di un inganno che per quattro interi anni lo ha asservito al moloc della guerra, facendogli dimenticare il suo dovere civile, il senso dell’onore e dell’umanità, e che lo ha trascinato a ogni genere di scelleratezza. Ora, sull’orlo del precipizio, si è risvegliato dal quadriennale torpore.

Il 9 novembre il proletariato tedesco si è ribellato al giogo infame che lo opprimeva. Gli Hohenzollern sono stati cacciati e al loro posto sono stati eletti i consigli degli operai e dei soldati.

Ma gli Hohenzollern non erano altro che gli amministratori della borghesia imperialista e degli junker. Il dominio di classe della borghesia: ecco il vero responsabile della guerra mondiale sia in Germania che in Francia, sia in Russia che in Inghilterra, sia in Europa che in America. I veri artefici dello sterminio dei popoli di cui siamo stati testimoni sono i capitalisti di tutte le nazioni. Il capitale internazionale è l’insaziabile Ba’al nelle cui fauci sono state sacrificate milioni di vittime umane.

La guerra mondiale ha posto la società davanti all’alternativa: il mantenimento del capitalismo con nuove guerre che ben presto porteranno a un abisso di caos e anarchia o la soppressione dello sfruttamento capitalistico.

Con la fine della guerra mondiale il dominio di classe della borghesia ha perduto ogni diritto all’esistenza. Essa non è più in grado di trarre la società dal disastroso collasso economico provocato dall’orgia imperialistica.

La borghesia ha distrutto enormi quantità di mezzi di produzione, massacrato milioni di lavoratori, il nucleo migliore e più capace della classe operaia. I sopravvissuti troveranno al loro ritorno la miseria ghignante della disoccupazione. Le carestie e le malattie minacciano di svuotare il popolo di ogni energia. L’enorme fardello dei debiti di guerra provocherà una inevitabile bancarotta finanziaria dello Stato.

Non vi è difesa, né via d’uscita, né salvezza alcuna dal sanguinoso caos e dal baratro che si è spalancato, se non nel socialismo. Solo la rivoluzione mondiale del proletariato può ridare ordine a questo caos generale, può dare lavoro e pane a tutti, può porre fine al macello reciproco dei popoli, può portare pace, libertà e vera civiltà all’umanità prostrata. Basta con il sistema del lavoro salariato! Questa è la parola d’ordine del momento. Il lavoro associato deve prendere il posto del lavoro salariato e del dominio di classe. I mezzi di produzione non devono più essere monopolio di una classe, ma divenire bene comune di tutti. Non più sfruttatori e sfruttati! La produzione e la ripartizione dei prodotti devono rispondere all’interesse della comunità. Regolazione della produzione e ripartizione dei prodotti nell’interesse della comunità! Abolizione dell’attuale modo di produzione e di ripartizione, l’uno basato sullo sfruttamento e la rapina, l’altro sulla truffa!

Al posto dei padroni e dei loro schiavi salariati, liberi compagni di lavoro! Il lavoro non sia pena di nessuno, ma dovere di ciascuno! Un’esistenza degna dell’uomo sia assicurata a tutti coloro che adempiono il proprio dovere verso la società. La fame non sarà più la maledizione del lavoro, ma la punizione degli oziosi! Solo in una società basata su questi principi sarà possibile estirpare l’odio tra i popoli e la schiavitù. Solo se questa società sarà realizzata, la terra non sarà più profanata dallo sterminio di esseri umani. Solo allora potremo dire: questa guerra è l’ultima. Il socialismo è oggi l’unica ancora di salvezza dell’umanità. Sulle cadenti mura della società capitalista sfavilla, come un presagio impresso a lettere di fuoco, il monito del Manifesto comunistaSocialismo o regresso nella barbarie!

II

Nella storia universale, la creazione di una civiltà socialista è la missione più difficile che mai sia stata affrontata da una classe e da una rivoluzione. Questo compito richiede un completo sovvertimento dello Stato e un totale rivoluzionamento delle basi economiche e sociali della società.

Questo non può essere decretato da una autorità quale che sia, commissione o parlamento. Solo le masse dei lavoratori possono intraprenderlo e realizzarlo.

Finora in tutte le rivoluzioni la lotta è stata condotta da una piccola minoranza che ha definito scopi e tappe. Essa si appoggiava alle masse che considerava solamente uno strumento per la realizzazione dei propri interessi. La rivoluzione socialista è la prima rivoluzione che conquista la vittoria nel solo interesse della grande maggioranza e grazie alla grande maggioranza dei lavoratori.

Al proletariato non si chiede soltanto di definire in modo responsabile e cosciente gli obiettivi della rivoluzione e la strada da percorrere per conseguirli; è anche suo compito quello di impegnarsi per introdurre nella pratica, passo dopo passo, il socialismo nella società.

L’essenza della società socialista consiste nel fatto che la grande massa dei lavoratori cessa di essere diretta da altri e comincia a vivere in prima persona la vita politica ed economica, determinandone liberamente e consapevolmente il corso. Così, dal più alto vertice dello Stato al più piccolo dei Comuni, il proletariato deve sostituire gli organi ereditati dalla dominazione borghese – consigli federati, parlamenti e consigli comunali – con i propri organi di classe, i consigli degli operai e dei soldati. Deve occupare tutte le cariche, esercitare il proprio controllo su tutte le funzioni, commisurando ogni atto dello Stato agli interessi della classe operaia e ai compiti del socialismo. Solo una costante e intensa interazione tra il proletariato e i suoi organi – i consigli – permetterà di giungere a uno Stato di tipo socialista.

Anche la trasformazione dell’economia può avvenire solamente come lento processo dell’azione delle masse proletarie. I decreti sulla socializzazione voluti dalle massime autorità della rivoluzione di novembre sono parole inutili; soltanto i lavoratori possono trasformare le parole in fatti concreti con il loro operato. Nella lotta tenace, faccia a faccia, con il capitale in ogni azienda, con la pressione diretta esercitata dalle masse, con gli scioperi e la creazione dei loro organi rappresentanti permanenti, i lavoratori potranno prendere il controllo della produzione e infine assumerne la direzione effettiva.

Le masse proletarie devono imparare a trasformarsi da strumenti passivi impiegati dalla classe capitalista nel processo di produzione, in soggetti pensanti, liberi e autonomi, capaci di dirigere questo processo. Devono acquisire il senso di responsabilità proprio dell’unico strato sociale qualificato a detenere tutta la ricchezza sociale. Devono sapere operare con zelo senza la frusta dell’imprenditore, essere efficienti senza lo stimolo del profitto, essere disciplinati senza bisogno di giogo e ordinati senza bisogno di padroni. L’idealismo più puro nell’interesse della comunità, l’autodisciplina più ferrea e il vero senso civico delle masse sono le fondamenta morali della società socialista, come l’ottusità, l’egoismo e la corruzione sono le basi morali della società capitalista.

Le masse operaie potranno acquisire tutte queste virtù civiche socialiste, insieme alle conoscenze e alla capacità di direzione delle aziende socialiste, solamente grazie all’esperienza che matureranno nell’azione.

La socializzazione dell’economia può essere realizzata in tutta la sua pienezza dalla lotta tenace e instancabile delle masse operaie in ogni ambito in cui il lavoro è opposto al capitale e il proletariato al dominio della borghesia. L’emancipazione della classe operaia deve essere opera del proletariato stesso.

III

Nelle rivoluzioni borghesi, spargimento di sangue, terrore e assassinio politico sono stati le armi indispensabili alla classe in ascesa.

La rivoluzione proletaria non ha bisogno del terrore per raggiungere i suoi obiettivi. Odia e aborre l’assassinio. Non ha bisogno di questi strumenti, perché lotta non contro gli individui, ma contro le istituzioni, perché non scende in campo con ingenue illusioni da vendicare con il sangue allorquando vengano deluse. Non è il tentativo disperato di una minoranza che con la violenza vuole modellare il mondo secondo le sue idee, ma l’azione di milioni di proletari che, chiamati ad assolvere al loro compito storico, trasformano la necessità storica in realtà.

La rivoluzione proletaria suona a morto per ogni forma di schiavitù e di oppressione. Ecco perché, in una battaglia per la vita o per la morte, i capitalisti, gli junker, la piccola borghesia, gli ufficiali, in breve tutti i profittatori e i parassiti dello sfruttamento e della dominazione di classe si levano come un sol uomo contro la rivoluzione proletaria.

È pura follia pensare che i capitalisti possano piegarsi volontariamente alle delibere socialiste di un parlamento o di un’assemblea nazionale e che rinuncino in modo pacifico alla proprietà, al profitto e al privilegio di sfruttare. Tutte le classi dominanti hanno sempre difeso, fino in fondo con tenacia ed energia, i propri privilegi. I patrizi romani come i feudatari medievali, i cavalieri inglesi come i mercanti di schiavi in America, i boiari della Valacchia come i fabbricanti di seta di Lione: tutti costoro hanno fatto scorrere fiumi di sangue, sono ricorsi all’omicidio, alla morte e alla distruzione, hanno fomentato la guerra civile e il tradimento della patria pur di conservare i loro privilegi e il loro potere.

Ultima delle classi sfruttatrici, la borghesia imperialista supera in brutalità, cinismo ed infamia tutti i suoi predecessori. Essa difenderà, con le unghie e coi denti, il suo dio più sacro, il profitto e il privilegio di sfruttare. Impiegherà tutti gli strumenti a sua disposizione con spietata crudeltà, come ha fatto nel corso di tutta la sua politica coloniale e nell’ultima guerra mondiale. Muoverà cielo e terra contro il proletariato. Mobiliterà le campagne contro le città, fomenterà gli strati arretrati della classe operaia contro l’avanguardia socialista, cospirerà con gli ufficiali per provocare carneficine, cercherà di ostacolare ogni provvedimento socialista con i mille mezzi della resistenza passiva, susciterà venti Vandee contro la rivoluzione e chiederà soccorso al nemico straniero, i Clemenceau, i Lloyd George e i Wilson. E preferirà ridurre il paese a un cumulo di ceneri fumanti piuttosto che rinunciare spontaneamente alla schiavitù salariata.

Occorrerà spazzare via questa opposizione, passo dopo passo, con pugno di ferro e spietata energia. Alla violenza della controrivoluzione borghese bisogna opporre la violenza rivoluzionaria del proletariato; agli assalti, agli intrighi e alle provocazioni della borghesia, la chiarezza inflessibile di intenti, la vigilanza e la pronta mobilitazione delle masse proletarie. Alle minacce della controrivoluzione il proletariato deve rispondere armandosi e disarmando le classi dominanti; alle manovre ostruzionistiche della borghesia in parlamento deve replicare con l’organizzazione attiva delle masse dei lavoratori e dei soldati; all’onnipresenza e ai mille strumenti di potere della società borghese deve opporre il potere della classe operaia, compatto, concentrato, potenziato al massimo grado. Il fronte compatto di tutto il proletariato tedesco, della Germania del Sud e del Nord, delle città e delle campagne, dei lavoratori e dei soldati, il vivente legame ideale della rivoluzione tedesca con quella internazionale, la sua estensione fino alla trasformazione in rivoluzione mondiale, questo soltanto permetterà di gettare le granitiche fondamenta sulle quali costruire l’edificio del futuro.

La lotta per il socialismo è la più integrale guerra civile che la storia mondiale abbia mai visto. La rivoluzione proletaria deve prepararne gli strumenti necessari e imparare a servirsene, per combattere e vincere.

Se avranno assimilato questa consapevolezza, unitamente all’esercizio di tutto il potere politico, le masse proletarie adempiranno i compiti della rivoluzione; questa è la dittatura del proletariato e di conseguenza la vera democrazia. Non c’è democrazia là dove lo schiavo salariato siede in parlamento accanto al capitalista e il bracciante accanto allo junker a discutere delle loro questioni vitali, in apparente, ingannevole uguaglianza. Quando i milioni di teste che compongono la massa operaia afferreranno nel loro calloso pugno tutti i poteri dello Stato – così come il dio Thor il suo martello – per scagliarli sul capo delle classi dominanti, solo allora ci sarà democrazia e non inganno.

Affinché il proletariato possa raggiungere questo obiettivo, la Lega Spartaco rivendica

I. Misure urgenti per salvaguardare la rivoluzione.

1. Disarmo della polizia, di tutti gli ufficiali e dei soldati non proletari. Disarmo di tutti gli appartenenti alle classi dominanti.
2. Confisca di tutti i depositi di armi e munizioni e di tutte le fabbriche di armi da parte dei consigli.
3. Distribuzione delle armi a tutti i proletari adulti maschi per la costituzione di una milizia operaia. Formazione di una guardia rossa, costituita da proletari, come reparto d’avanguardia della milizia operaia per la difesa costante della rivoluzione dagli attacchi e dalle trame controrivoluzionarie.
4. Abolizione dell’autorità di comando di ufficiali e sottufficiali. Sostituzione della cieca ubbidienza militare con la disciplina cosciente dei soldati. Elezione di tutti i superiori da parte della truppa, con diritto di revoca in qualunque momento. Soppressione dei tribunali militari.
5. Allontanamento degli ufficiali e dei conciliatori da tutti i consigli dei soldati.
6. Sostituzione di tutti gli organi politici e di tutte le autorità del regime precedente con fiduciari dei consigli.
7. Istituzione di un tribunale rivoluzionario per giudicare i principali responsabili della guerra e delle sue conseguenze: i due Hohenzollern, Ludendorff, Hindenburg, Tirpitz, tutti i loro collaboratori e coloro che hanno congiurato con la controrivoluzione.
8. Immediata requisizione di tutti i generi alimentari per assicurare il rifornimento di viveri alla popolazione.

II. Misure politiche e sociali

1. Abolizione della divisione in Stati e creazione della repubblica socialista tedesca unitaria.
2. Soppressione di tutti i parlamenti e consigli comunali e trasmissione delle loro funzioni ai consigli, alle loro commissioni e organi.
3. Nomina di consigli operai in tutta la Germania da parte di tutta la popolazione operaia adulta di entrambi i sessi, sia nelle città che nelle campagne, a partire dai luoghi di lavoro. Nomina di consigli dei soldati in tutti i reparti, dai quali siano esclusi gli ufficiali e i conciliatori. Gli operai e i soldati hanno il diritto di revocare i loro rappresentanti in qualsiasi momento.
4. Nomina di delegati dei consigli degli operai e dei soldati in tutto il paese per la costituzione del consiglio centrale degli operai e dei soldati, che in seguito eleggerà come organo supremo del potere legislativo ed esecutivo il consiglio esecutivo.
5. Il consiglio centrale dovrà inizialmente riunirsi almeno ogni tre mesi – rieleggendo ogni volta i delegati – per rendere possibile il controllo costante dell’attività del consiglio esecutivo e per costruire un saldo legame tra le masse dei consigli di tutto il paese e il loro supremo organo di governo. Facoltà dei consigli locali di revocare in qualsiasi momento i loro rappresentanti nel consiglio centrale e di sostituirli qualora costoro si discostino dal mandato ricevuto. Diritto del consiglio esecutivo di nominare e revocare i commissari del popolo, le autorità e i funzionari centrali del Reich.
6. Eliminazione di tutte le distinzioni tra classi sociali, ordini e titoli. Completa parità sociale e giuridica dei due sessi.
7. Drastica legislazione sociale. Riduzione dell’orario di lavoro per affrontare il problema della disoccupazione, anche considerato l’esaurimento fisico delle maestranze provocato dalla guerra. Giornata lavorativa di sei ore al massimo.
8. Riorganizzazione immediata dei settori dell’alimentazione, dell’edilizia, della sanità e dell’istruzione nel rispetto della volontà e dello spirito della rivoluzione proletaria.

III. Prime misure economiche

1. Confisca a favore della comunità di tutte le proprietà e degli appannaggi dinastici.
2. Azzeramento di tutti i debiti pubblici e di Stato e di tutti i prestiti di guerra, escluse le sottoscrizioni al disotto di una certa somma che verrà stabilita dal consiglio centrale.
3. Espropriazione delle proprietà terriere e fondiarie, di tutte le aziende agricole grandi e medie. Costituzione di cooperative agricole socialiste sotto una direzione centrale omogenea in tutto il paese. Le piccole aziende agricole rimarranno nelle mani degli attuali proprietari fino a quando non decideranno spontaneamente di aderire alle cooperative socialiste.
4. Espropriazione di tutte le banche, le miniere, le fonderie e di tutte le grandi aziende industriali e commerciali a favore della repubblica dei consigli.
5. Confisca di tutti i patrimoni al di sopra di una certa somma che verrà stabilita dal consiglio centrale.
6. Gestione dei trasporti pubblici da parte della repubblica dei consigli.
7. Elezione di consigli d’azienda in tutte le imprese. Tutte le questioni relative all’organizzazione delle imprese e ai rapporti di lavoro devono essere regolate con il consenso dei consigli che, inoltre, devono assumere il controllo della produzione per arrivare infine alla direzione dell’azienda.
8. Istituzione di una commissione centrale di sciopero che, in collaborazione con i consigli d’azienda, deve assicurare al movimento degli scioperi in tutto il paese una direzione unitaria socialista e l’aiuto potente del potere politico dei consigli degli operai e dei soldati.

IV Compiti internazionali

Collaborazione immediata con i partiti fratelli degli altri paesi per garantire un terreno internazionale alla rivoluzione socialista, per stabilire e consolidare la pace attraverso la fratellanza internazionale e la rivoluzione mondiale del proletariato.

V

Questo vuole la Lega Spartaco!


E poiché questo vuole e sostiene e, quale coscienza socialista della rivoluzione, a questo fine opera, essa è odiata, perseguitata e calunniata da tutti i nemici, dichiarati o meno, della rivoluzione e del proletariato. “Crucifige”, gridano i capitalisti che temono per il proprio forziere. “Crucifige”, gridano i piccoli borghesi, gli ufficiali, gli antisemiti e i gazzettieri che tremano di fronte alla prospettiva della fine del periodo delle vacche grasse che la borghesia aveva loro garantito.
“Crucifige”, gridano i sostenitori di Scheidemann che, come Giuda Iscariota, hanno venduto gli operai alla borghesia e che ora temono di non incassare il prezzo del tradimento se il suo dominio viene rovesciato. “Crucifige”, riecheggiano quegli strati della classe operaia e dei soldati i quali, ingannati, traditi e oltraggiati, non sanno che, imprecando contro la Lega Spartaco, infieriscono contro la loro stessa carne e il loro stesso sangue.
L’odio e la calunnia contro la Lega Spartaco esprimono tutto ciò che vi è di controrivoluzionario, di ostile al popolo, di antisocialista, di ambiguo, sinistro e oscuro, a conferma che nella Lega Spartaco batte il cuore della rivoluzione e che il futuro è nelle sue mani.
La Lega Spartaco non è un partito che vuole giungere al potere al di sopra delle masse operaie o servendosi di esse. La Lega Spartaco è la parte più cosciente e decisa del proletariato che a ogni passo guida la larga massa degli operai verso il suo compito storico, che in ogni singola fase della rivoluzione rappresenta lo scopo finale socialista e in tutti i problemi nazionali gli interessi della rivoluzione mondiale del proletariato. La Lega Spartaco rifiuta di partecipare al governo con i tirapiedi della borghesia, con gli Ebert e gli Scheidemann, perché in tale collaborazione vede il tradimento dei principi del socialismo, il rafforzamento della controrivoluzione e un ostacolo alla rivoluzione.
La Lega Spartaco rifiuta di spartire il potere con i seguaci di Ebert e Scheidemann, perché ritiene che essi abbiano fatto bancarotta e che gli indipendenti si siano cacciati in un vicolo cieco per aver collaborato con essi.
La Lega Spartaco non governerà se non per la chiara, espressa volontà della grande maggioranza delle masse proletarie tedesche e con la loro adesione cosciente alle idee, agli obiettivi e ai metodi di lotta della Lega Spartaco.
La rivoluzione proletaria raggiungerà la piena maturità e consapevolezza dei suoi obiettivi solo gradualmente, salendo passo dopo passo il Golgota delle proprie amare esperienze, attraverso vittorie e sconfitte.
La vittoria della Lega Spartaco non si colloca al principio ma alla fine della rivoluzione. Essa si identifica con la vittoria delle grandi masse dei milioni di proletari socialisti.

Proletari, in piedi! Alla lotta! C’è un mondo da conquistare e uno da abbattere. In quest’ultima lotta di classe della storia mondiale per la conquista del più alto traguardo dell’umanità, dobbiamo intimare ai nemici: “in guardia!”

One thought on “Rosa Luxemburg e l’imposta fortemente progressiva. Davvero, quando?

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