6 Gennaio 2021 attacco al Capitol: riflessioni dall’America di classe, degli oppressi, anticapitalista e antirazzista

Noi non abbiamo patria propone la lettura attenta di alcuni articoli di riflessione sui fatti del 6 gennaio 2021, che provengono da alcune aree militanti anticapitaliste degli USA. Rispetto a queste analisi Noi non abbiamo patria condivide molte delle cose descritte ed affrontate, benché su altri elementi e sugli scenari a venire questo blog propone altre letture ed approfondimenti.

Cominciamo dal dire su quanto si condivide, che in special modo riguarda il contenuto oggettivo dei fatti del 6 gennaio.

Ad aiutarci in questo c’è il prezioso contributo dei compagni dell’area anarchico internazionalista degli USA Crimethinc (già da tempo sotto il mirino della repressione del FBI, accentuata da Trump nel 2020 nella sua offensiva contro il terrorismo domestico di Antifa e dalla repressione extra legale dei social media – blocco dell’account Facebook, irraggiungibilità del sito in alcuni casi per blocco dei contenuti, ecc. L’articolo può anche essere raggiunto facilmente sul sito enoughisenough14.org – sul quale, per altro, potete anche trovare il precedente articolo a caldo sul 6 gennaio di questo blog e quello del Nucleo Comunista Internazionalista in lingua inglese).

Il secondo prezioso contributo che chiarisce la dinamica del 6 gennaio ci proviene dal militante attivista Jarrod Shanahan nel suo articolo The Big Takeover [La grande conquista] che ancora meglio inquadra la dinamica e la preparazione del “tentato colpo” e del rapporto dialettico tra il “partito di Trump”, Trump stesso come progetto politico e la base sociale di massa della middle class trumpista. L’analisi di Jarrod Shanahan, inoltre condivide le posizioni dell’area antifascista black dei compagni del Three Way Fight, di cui questo blog invita a leggere la loro analisi sul post Broken windows fascism.

Il lettore ci perdonerà se al momento questo blog non provvede una intera traduzione italiana dei tre scritti, ma si limiterà a riportare qui di seguito solo alcuni parti salienti in italiano delle loro argomentazioni.

Concetto di white middle classe e crisi dell’american dream della suburb metropolitana.

Una prima premessa è necessaria sul concetto della middle class trumpista. Questo concetto della middle-class americana sfugge dalla facile rappresentazione dei ceti medi borghesi e piccolo borghesi, esclusivamente riconducibile ai fattori meramente derivanti dalla divisione sociale del lavoro. La middle class bianca rappresenta l’ascesa all’american dream di settori si del ceto medio e piccolo borghese, ma anche di settori consistenti di working-class, la cui definizione di “operai garantiti” o “aristocrazia operaia” è del tutto insufficiente. Le quote di sovraprofitti derivanti dalla rapina imperialista non sono le “briciole” della rapina, a queste si aggiunge anche la “rapina coloniale” interna, sempre presente, del capitalismo razziale basato sulla schiavitù e sulla linea del colore. La middle-class bianca è il sogno possibile – nella fase precedente del capitalismo – dell’appartenenza e all’ascesa alla condizione e stile di vita della middle class borghese vera e propria. Nella middle-class la sociologia generale usa i criteri del reddito che ha consentito non solo il ceto medio borghese vero e proprio ma anche la working-class di realizzare il suo stile di vita lontano dalle città e dai quartieri degradati, e vivere nelle aree metropolitane immediatamente adiacenti chiamate suburbs. Aree con ottimi servizi, scuole e college migliori, biblioteche, cinema, poca criminalità, villette monofamiliari con giardino omologate e buon vicinato. La metà della popolazione americana vive nelle suburbs. Dal 2008 ad oggi la suburbs ha vissuto una profonda ristrutturazione e la messa in crisi sia per chi al ceto medio borghese appartiene, sia per chi è working-class ma si sente a tutti gli effetti parte di questa dimensione sociale. Inoltre, la gentrificazione dei quartieri delle città ha visto contaminare la suburbs di middle class black e latina (che anche essa aspira e si è conquistata uno spazietto nell’american dream), ma anche settori proletari più poveri costretti a lasciare i propri quartieri e le proprie comunità e muoversi dalle downtown metropolitane alle suburbs. La contraddizione ha fatto emergere che queste aree metropolitane hanno visto andare in crisi il giardino dei sogni, la criminalità è in aumento, e nel periodo della rivolta di George Floyd i riot non sono avvenuti solo nelle downtown, ma anche nelle suburbs e nelle piccole contee rurali. Se la fotografia di questa “middle-class” generalmente intesa si autorappresentava dal 2008 al 2016 come essenzialmente a difesa del progetto del capitalismo nazionale americano e all’insegna dell’antiglobalismo di Trump, oggi ci consegna una fotografia differente. Se il collante sembrava esclusivamente essere la difesa dell’identità del sano capitalismo nazionale, messo in crisi dalla globalizzazione, oggi fa emergere il secondo aspetto che è sempre stato sottointeso dell’american dream: il colonialismo interno ed il capitalismo razziale. Sia la delusione verso i risultati del Trumpismo (un controeffetto alla delusione per l’Obamismo ed il suo slancio nella guerra globalista), ma soprattutto la rivolta del proletariato meticcio ha impresso una scomposizione e ricomposizione secondo i caratteri più definiti di difesa della proprietà privata borghese, dell’economia nazionale contro il “nemico interno”. Anche nelle aree rurali povere, dove circa 80 mila aziende agricole sono fallite dal 2013 al 2019, in parte per effetto della globalizzazione ma anche per effetto dell’abbattimento del prezzo dei prodotti agricoli locali imposti dall’agrobusiness locale (Fruit Plants, industrie per la produzione del burro d’arachidi, ecc.), e dell’industrializzazione dei meat packing, la difesa ha cominciato ad assumere i toni nitidi della controreazione sulla base della linea del colore, e con intimidazioni e minacce nei confronti degli operai della terra e degli impianti di macellazione prevalentemente immigrati latini. La strategia per separare il grano dal loglio non è semplice, e giudicare il doppio legame al trumpismo non può essere sottovalutato quando assistiamo ai fatti del Capitol.

La reazione della white middle-class – così intesa – fa capo ad una lunga crisi dei settori di working-class delle fabbriche, del ceto medio borghese, fino ai proletari bianchi delle aree rurali minati nelle loro condizioni di vita. Ma è la rivolta dei proletari meticci e le lotte dei lavoratori essenziali nelle città e nelle campagne che imprime a questo settore ampio la dinamica di una auto attivizzazione sempre più marcata sulla linea della difesa della proprietà privata e del privilegio bianco, mettendo sullo sfondo la rabbia verso i privilegi delle oligarchie finanziarie globali (che seppure rimane ma come carattere ancor più guerrafondaio).

Ed è esattamente il legame tra conquista di spazi all’interno dell’american dream e necessità di una reazione a difesa di questa condizione, della proprietà privata borghese e contro “blm” radicali, anarchici, comunisti ed infiltrati bianchi di “antifa” che fa si che ampi settori di ceto medio black e latino si schierano nel nuovo ricomposto popolo di Trump.

Seconda premessa ed una raccomandazione.

La seconda premessa è quella di tenere a mente quanto questo blog ha scritto il 7 gennaio in merito ai fatti del Capitol del giorno prima, caratterizzantesi non in un tentato golpe fascista, bensì “..quanto abbiamo visto è stato un tentato golpe democratico, condotto in nome della democrazia e per la democrazia (l’unica possibile) del capitalismo razziale e colonialista, che richiede una svolta autoritaria dello Stato democratico per sottomettere il proletariato e gli sfruttati dei paesi dominati dall’imperialismo.

La raccomandazione, invece, è quello di leggere gli articoli suggeriti e di vedere i video proposti in coda all’articolo di Crimethinc (prima che spariscano), poi di seguire con pazienza il ragionamento che questo blog propone.

I fatti raccontati e spiegati dai compagni negli USA.

Il primo elemento che viene sottolineato è la chiara constatazione che si è trattato di uno scontro vero di questi settori sociali con le forze dello Stato e che non si è trattato di una passeggiata o di una messa in scena.

Three Way Fight scrive: “In termini più ampi, la negazione insistente di Trump dei risultati delle elezioni di novembre ha stimolato un enorme cambiamento politico all’interno della destra statunitense, poiché milioni di persone sono passate, almeno temporaneamente, dalla lealtà al sistema all’opposizione al sistema, come simboleggiato dai Proud Boys che calpestano una bandiera della thin blu line. Dovremmo aspettarci che questo diritto di opposizione rimanga attivo e violento molto tempo dopo che l’attuale lotta per la presidenza è terminata, come ha affermato ieri Natasha Lennard. E come documenta da Robert Evans, il diritto di opposizione è un luogo di incontro in cui diverse correnti e ideologie di destra, come il neonazismo e QAnon, convergono e interagiscono. Resta da vedere quanto sarà unificato o ben organizzato il diritto di opposizione, che tipo di strategie e tattiche useranno e se lo stesso Trump continuerà a svolgere un ruolo attivo.

Dovremmo chiarire meglio qui che cosa si intende con opposizione al sistema, che per Noi non abbiamo patria non corrisponde ad un conflitto assoluto, bensì in termini relativi per come oggi l’insieme dello Stato Democratico media gli interessi di questa middle class all’interno delle più generali necessità capitalistiche. Sappiamo che questi settori sociali non possono esercitare una opposizione antagonistica al sistema, proprio in virtù che l’esistenza delle loro condizioni di vita sono strettamente legate ai rapporti di produzione ed alle relazioni capitalistiche e che rafforzano il proprio dominio all’intera società attraverso la linea del colore e della supremazia bianca. La loro opposizione al “sistema” non può che essere per uno Stato democratico “più suprematista”, più autoritario a difesa della proprietà privata borghese.

Jarrod Shanahan entra nel merito dei “dettagli” che i media volutamente hanno oscurato proponendo una serie di immagini volutamente grottesche dei rivoltosi, vestiti alla moda freak o in stile indiani metropolitani del 1977: “…Per ogni immagine assurda o ridicola che possiamo citare per cancellarle, ce n’è un’altra che dimostra militanza tattica e serietà di intenti. Un manifestante armato in divisa militare e equipaggiamento tattico ha preso d’assalto l’aula del Congresso con fascette, indicando l’intenzione di prendere ostaggi o addirittura eseguire esecuzioni sommarie simili a un complotto sventato nel Michigan alla fine dell’anno scorso. L’apertura della breccia stessa ha richiesto un serio combattimento in più luoghi, con partecipanti chiaramente equipaggiati per gli scontri di strada e molti sembravano armati. Ad un certo punto all’interno del Campidoglio una piccola folla ha tentato di sfondare una barricata, e il primo oltre la collina è stato ucciso, Ashli ​​Babbitt, trentacinquenne, una veterana delle guerre infinite in Iraq e Afghanistan, e una ardente sostenitrice di Trump e del movimento per la teoria del complotto QAnon. Babbitt ha viaggiato da San Diego [California – n.d.r.] per impegnarsi in un’azione diretta violenta. <<Niente ci fermerà”, ha twittato il giorno precedente,.. possono provare e provare e provare ma la tempesta è qui e sta scendendo su DC in meno di 24 ore … buio alla luce!>>”.

L’articolo di Crimethinc ha collezionato parecchi di video che non sono stati presentati dai media alla platea mondiale e nazionale, che mostrano la verità dietro l’assalto del Capitol: uno scontro vero, serio, preparato e determinato, dove la polizia in tenuta anti sommossa rimane disorientata ed anche atterrita per la rabbia della massa bianca all’attacco del palazzo parlamentare. Tra questi video c’è il momento drammatico della morte di Ashli Babbitt, ci sono le sequenze del cedimento della linea della polizia e dell’attacco alle varie entrate del Capitol dove il muro umano dei rivoltosi ha schiacciato la barricata umana della polizia con un corpo a corpo forsennato. Esagero? Vedete i video salvati temporaneamente sugli account twitter dei corrispondenti giornalistici ma anche presi dai rivoltosi stessi e che volutamente non sono stati offerti in pasto al grande pubblico, anche per inscenare la contemporanea campagna di disinformazione che dietro agli scontri al Capitol ci fosse l’infiltrazione provocatoria di gruppi “antifa” o frutto di “quattro sporchi cani fascisti”.

Su questo elemento della narrazione mediatica bisognerà tornare più avanti, in quanto è parte della strategia complessiva del Law Enforcement che si apre in questa nuova fase.

Infatti, la determinazione e l’audacia degli insorti è frutto anche di una azione pianificata e coordinata, che ha visto scene simili in altre città degli Stati Uniti, in Georgia, in Arizona e in Oklahoma replicare in miniatura gli assalti ai rispettivi capitol.

C’è da dire che l’iniziativa era stata preannunciata e non avrebbe dovuto dare scalpore. Il tema di cosa avesse fatto Trump in caso di sconfitta elettorale era già da tempo la conversazione dell’ovvio. Lo scalpore però è dovuto dal fatto che nessuno si sarebbe aspettato che questo settore sociale “incazzato” avrebbe tentato il “colpo” seriamente scavalcando in conseguenza le intenzioni di Trump, abbandonato dal suo leader e senza l’appoggio evidente dei settori dell’esercito e della polizia.

L’incoseguenza di Trump

Sia nei giorni precedenti, che il 6 gennaio dal palco di fronte all’elissi della Casa Bianca, Trump ha invitato il suo “popolo” ad “essere lì, essere selvaggi” (“to be there, to be wild”). Sempre Shanahan aggiunge: “…Lo stesso Trump ha guidato una massiccia manifestazione fuori dalla Casa Bianca, preparando i suoi sostenitori per una marcia sul Campidoglio che ha falsamente affermato che avrebbe guidato personalmente, prima di svanire di nuovo nella Casa Bianca, dopotutto non interessato a condurre fisicamente un colpo di stato. Ma si è scoperto che la folla non aveva bisogno di lui per trovare la strada per il Campidoglio. In segno di cose a venire, il coinvolgimento di Trump è diventato in gran parte irrilevante, poiché il movimento che ha operato alla sua ombra ha assunto una vita propria nelle strade.

Questo passaggio è importante. In tutti questi anni si è descritto “il popolo di Trump” come un ceto medio in balia del burattinaio demagogo e populista e dai capelli arancione. In realtà Trump è espressione della necessità di rilancio del capitalismo a stelle e strisce che persegue attraverso una certa strategia (“anti globalista” che è frutto dell’apparato capitalistico più legato al sistema industriale-militare, del carbone e degli idrocarburi e della manifattura tradizionale), in competizione con le “ali globaliste” della finanza legata all’high tech, all’informatica, ecc. (sebbene anche qui non si può fare di tutta un erba un fascio, Microsoft non è con Trump ma il concorrente Oracle si, Facebook e Apple non sono con Trump, tendenzialmente Amazon, nonostante il dissidio Bezos – Trump aveva tutto l’interesse a sostenere la Legge e l’Ordine di Trump).  Ma la crisi di identità e di certezze che attanaglia questo ceto bianco non lo rende così governabile e manovrabile, se non attraverso una immediata politica antiproletaria su tutti i fronti.

Shanahan abbozza anche una composizione più precisa dei rivoltosi del Capitol: “le manifestazioni di Trump e le relative battaglie di strada hanno portato una varietà di giovani reazionari da Internet e nelle strade. Il principale punto di forza dell’alt-right era la zona di indistinzione che il l’azione di Trump ha creato tra il movimento conservatore mainstream e le sue frange fasciste, che ha permesso agli alt-right di operare in circoli conservatori più ampi e attirare le cosiddette “normies” verso il loro marchio di emergente di fascismo. Questa forza era anche la debolezza del movimento, tuttavia, poiché l’alt-right era essa stessa indistinta e non ha mai raggiunto una chiarezza sufficiente sul fatto che fosse fedele al sistema o opposizione al sistema, per utilizzare l’utile quadro fornito da Three-Way Fight.

Three Way Fight è ancora più preciso circa la descrizione della composizione sociale e politica dei rivoltosi del 6 gennaio: “L’attacco al Campidoglio degli Stati Uniti è, come molti l’hanno descritto,

un tentativo di colpo di stato. Estremizza l’autoritarismo, la demagogia e il ripudio di Donald Trump del sistema elettorale che lo ha messo alla Casa Bianca, ma evidenzia anche uno dei limiti chiave che separavano l’amministrazione Trump dal fascismo.

Il fascismo richiede un’organizzazione di massa indipendente per poter attaccare l’ordine politico stabilito.

Trump non ha mai provato a costruire una simile organizzazione. Ha usato abilmente i social media e le manifestazioni per mobilitare i sostenitori, ma dal punto di vista organizzativo si è affidato alle istituzioni esistenti, soprattutto il Partito Repubblicano, il che è parte del motivo per cui la sua amministrazione era una coalizione tra America Firsters e conservatori convenzionali di vario genere. Ora quella coalizione sta cadendo a pezzi. E anche il controllo di Trump sull’apparato di sicurezza federale si è rivelato piuttosto limitato. Poteva mobilitare agenti della sicurezza nazionale e degli US Marshals statunitensi per reprimere i manifestanti di Black Lives Matter la scorsa estate, ma non è riuscito a schierare alcun agente federale per aiutarlo a ribaltare i risultati delle elezioni del 2020. La folla odierna di sostenitori di Trump non ha mai avuto la possibilità di prendere il potere, ma ha fermato il Congresso per ore. Con una migliore organizzazione e leadership, il movimento che rappresentano potrebbe trasformarsi rapidamente in qualcosa di molto più pericoloso.

Non è riuscito a mobilitare alcun agente della sicurezza nazionale, sebbene, aggiungerei, immediatamente dopo la tornata elettorale, Trump a rinnovato i vertici del Pentagono e di comando dell’esercito federale così come della FBI.

Questa spiegazione è decisamente importante perché ci dice una serie di cose che sono generalmente non considerate dall’analisi che fa la sinistra in generale o dagli storici oggettivi. Il Trumpismo non è una “vocazione populista” o neo fascista, bensì una necessità per un attacco combinato e per il rilancio dell’Amerikka attraverso una specifica politica del capitale, invocata da alcuni pezzi importanti dello stesso grande Capitale americano. Questa opzione ritiene che per affermarsi ha bisogno del compattamento nazionalista della middle-class a sostengo del progetto dell’America Grande, tentando di blandirla dietro la bandiera della antiglobalismo populista ed attraverso ciò procedere verso una maggiore centralizzazione autoritaria dello Stato. Il problema sorge nel momento in cui con l’accelerazione della crisi generale e di sistema del capitale, cui la pandemia è un fattore di precipitazione di tutti gli aspetti, questa la strategia di rilancio dell’imperialismo USA, sempre più contesa dalla Cina, è stata per certi aspetti fallimentare negli ultimi anni. Gli esiti dei vari “conteziosi” o “fronti” aperti con la Cina, la Corea del Nord, con l’Iran, nella normalizzazione della situazione dell’America Latina, il fallimento del golpe contro Evo Morales che ha visto la giunta di governo imposta dalla CIA uscire sconfitta di nuovo nelle ultime elezioni, gli ostacoli nel destabilizzare il Venezuela, più da ultimo i rapporti sempre meno amichevoli con l’Europa, sono stati deludenti. Ad eccezione del rafforzamento di Israele realizzato dalla politica estera di Trump, il disimpegno dalla politica di guerra di Obama più che rafforzare la posizione USA nel dominio delle aree di crisi, è diventata ancor più contestata dai suoi alleati. Basti guardare alla Siria, dove il “disimpegno” delle truppe USA ha dato spazio alla Turchia capace di estendere la sua presenza nell’immediato Medio Oriente e di voler giocare in proprio fino alle sponde della Libia.

Ma il problema diventa davvero serio, e la strategia appare inadeguata, quando scoppiano le rivolte nel fronte interno di classe, quando il proletariato meticcio rimette al centro le contraddizioni storiche del capitalismo fondato sulla schiavitù e sull’oppressione di razza. Il comando centrale della Casa Bianca non riesce fino in fondo ad esercitare il comando alle periferie, pezzi dello Stato e dell’Esercito Federale, della Guardia Nazionale, sono al comando del potere dei Governatori e non del Presidente degli Stati Uniti, e loro si oppongono di schierali in prima linea contro i “BLM” e gli “antifa”, lo Stato nella sua unità scricchiola paurosamente. Nei primi giorni di giugno i più alti comandi del Pentagono e del comando dell’esercito federale si schierano pubblicamente contro Trump, gli sceriffi si inginocchiano davanti ai manifestanti, la Guardia Nazionale seppure schierata in più di 30 città nelle strade agisce solo da retroguardia della polizia. In sostanza pezzi dello Stato Federale (e gli interessi impersonali del Capitale che vi sono dietro) cominciano a ritenere rischiosa la politica di Trump, la cui azione rischia di far ulteriormente infiammare le piazze proletarie in rivolta. Le grandi company cominciano a mettere nei propri banner e nelle loro pubblicità il pugno nero del BLM e della lotta degli afroamericani. Fiumi di soldi dalla borghesia bianca e dalla middle class bianca finiscono verso le storiche ONG black (quali il NAACP, ma anche ad alcune ONG collegate al BLM) e cercano di domare il proletariato meticcio dall’interno e attraverso il messaggero riformista della black middle class. La NAACP – ossia la storica organizzazione dei diritti civili di King Jr. (ma anche Patrisse Cullors, una delle originarie fondatrici del Black Lives Matter del 2012) si impegna nel portare discredito alle rivolte di Portland, di Kenosha, Rochester NY non appena i riot ed i CHAP cominciano a caratterizzare la lotta contro il razzismo sistemico indissolubilmente legato alla lotta contro la proprietà privata borghese e delle corporate della distribuzione e vendita di merci. Un tentativo di agitare la parola d’ordine della riconquista della “leadership dei “neri”, da parte dei neri, si fa diffusa, contro l’infiltrato “alleato” bianco. Ma l’obiettivo è quello di recuperare la crescente distanza che incorre tra poletariato black e black middle calls, per riorientare la lotta spontanea nell’alveo della riforma possibile del sistema capitalista.

Ma saranno più volte, come nel Black August, le stesse organizzazioni dei neri a mettere in evidenza l’inconseguenza della black middle class. Il 29 agosto le donne nere di Portland salgono sul palco della manifestazione ufficiale del NAACP, declamando parole di fuoco contro questa organizzazione, il suo collaborazionismo e la sua complicità con razzismo sistemico: dicono “non ci può essere collaborazione con chi persegue la complicità”. Sono le stesse manifestazioni che continuano in tante città, che prendono come bersaglio i sindaci democratici (a Portland, a Seattle, a Chicago, a Los Angeles, a New York) affermando che la violenza della polizia non inizia con l’arrivo dei federali del DHS e degli US Marshals inviati da Trump, ma il razzismo sistemico e la violenza poliziesca agiva già da prima dell’era Trump.

Questo sommovimento, che unisce proletari black, latini, nativi e bianchi, ma anche donne e transgenders, mamme bianche e mamme nere, scuote la middle class bianca del popolo di Trump. Coglie, intuisce quanto bolle in pentola all’interno delle piazze del proletariato BIPOC in rivolta: non solo è un attacco alla loro posizione di privilegio (tra l’altro già abbondantemente minata dalla globalizzazione), ma anche un attacco implicito e spesso esplicito alla proprietà privata borghese e capitalista. Il “popolo di Trump” si scompone secondo una più radicata matrice di classe e si orienta da sé in contrapposizione attiva contro il movimento di lotta sorto nel nome di George Floyd, contro i comunisti e contro gli anarchici. Tra Trump ed il suo popolo il sodalizio si fa più stretto. Per Trump è solo strumentale per la finalità di riprendere in mano lo Stato e compie anche egli stesso un salto rispetto la sua politica precedente (a questo proposito si rimanda all’articolo di questo blog Trump versione 2.0. origini e natura, quando Trump appena un anno prima agitava parole di fuoco contro il razzismo ed il suprematismo bianco a seguito delle stragi razziste di Dayton e di El Paso).

Il 2020 è stato l’anno in cui tutte le classi sociali si sono messe in brusco ed improvviso movimento, su faglie e traiettorie di classe sempre più antagoniste le une dalle altre. Ogni classe sociale, ha cominciato a muoversi in maniera attiva secondo la spinta determinata dalle proprie condizioni di vita, dalle sue relazioni specifiche con i rapporti di capitale, e a dalla sua appartenenza di razza. Questo ha determinato l’inedito 2020, l’inedita elezione e l’inedito assalto al Capitol il 6 gennaio. Ogni settore di classe ha messo in campo la propria forza ed ha perseguito la propria strategia a seconda delle opportunità che i più generali rapporti di forza gli consentivano, prima ancora perché determinata dalla leadership politica di Trump. Così avviene che di fronte all’ingovernabilità del movimento di rivolta per George Floyd, nonostante la repressione dello Stato, la contro offensiva della black middle class e dello squadrismo bianco, sempre più settori del capitalismo nazionale si orientano verso Biden/Harris che dovrebbero assicurare il “bastone” e la “carota” (per altro abbondantemente rosicchiata), proprio perché questa iniziale insorgenza del proletariato meticcio appare difficilmente governabile, nonostante le lusinghe della borghesia liberal e per corriere del ceto medio black. Il numero dei di traditori della razza “bianca” sono davvero numerosi giovani, milioni di nuovi John Brown, Newton Knight e Nat Turner si ritrovano insieme e stretti nelle città e nei quartieri in rivolta. L’intenzione di Trump di schierare subito, immediatamente tutta la forza violenta e centralizzata dello Stato viene percepita come avventurista da sempre più ampi settori del capitalismo e delle oligarchie finanziarie abituate da decenni di facile gestione geopolitica della crisi.

In sostanza, la sconfitta elettorale di Trump è figlia della preoccupazione (e per certi aspetti impreparazione a gestirne le conseguenze) del grande capitale finanziario e poi anche di crescenti settori del capitale industriale americano, sia perché la svolta Trumpista richiederebbe “violazioni” degli equilibri costituzionali, faccenda davvero delicata per il suo rischio di innescare tante ed altre fratture sociali e per la tenuta dello Stato federale unitario.

Ma questa preoccupazione origina, però, da una scesa in campo proletaria, inedita, inaspettata e che rischia di diventare ingovernabile.

Al tempo stesso, l’aumento del consenso popolare di Trump (almeno 10 milioni di voti in più rispetto al 2016), l’aver quasi messo all’angolo ed in riga tutti i vecchi tromboni del partito Repubblicano, è frutto della scesa in campo diretta del ceto medio bianco (e di altri colori) a sostegno di una reazione immediatamente dura contro il proletariato. Se il grande capitale e la borghesia della finanza e capitalista ritiene di poter dilazionare, rimandare, ecc. così non è per il ceto medio in grave difficoltà.

Per questo motivo abbiamo ora un presidente speculare a quello precedente, anche dal punto di vista caricaturale: Biden, l’uomo che sembra camminare usando un girello, ma affiancato dalla Sceriffa nera Harris da un lato; Il Presidente uscente, lo ziggy stardust dai capelli arancione e dalla camminata goffa, affiancato (ora non più) dall’uomo della legge e dell’ordine del capitale a tutti costi William P. Barr.

Quello che abbiamo assistito il 6 gennaio è innanzi tutto l’ingovernabilità di questa middle class attivizzatasi spontaneamente in senso antiproletario, incanalata da Trump per il suo braccio di ferro, che ha condizionato Trump, che poi è stata più conseguente del suo stesso capo quando questo ha disertato il suo posto di comando in capo delle truppe all’ultimo momento.

Dopo la sconfitta elettorale Trump ha immediatamente cambiato tutti i vertici del Pentagono e della FBI ed ha continuato la sua campagna per sovvertire il risultato elettorale usando lo Stato e dall’interno dello Stato stesso. Il braccio di ferro con il Congresso, basato su veti e contro veti sulle due leggi di bilancio e di finanziamento più importanti (quella di spesa federale che include non solo il “piano di aiuti” per la pandemia ma anche le spese del governo per sostenere le missioni “all’estero”), dove Trump chiedeva di tagliare appunto le spese “inutili” oltre confine, in favore di assegni alle famiglie più sostanziosi, hanno ottenuto un suo crescente e maggiore isolamento da chi detiene veramente il potere. I suoi fedelissimi al comando di conseguenza lo hanno abbandonato: di fatto William P. Barr, l’uomo della legge e dell’ordine contro anarchici e comunisti, si dimette il 15 dicembre per gli improvvisi ed accresciuti contrasti con il Presidente; Pence lo farà poco successivamente quando il partito Repubblicano ormai in mano a The Donald comincerà a fratturarsi. Nonostante questo, le forze sociali evocate spingono l’inconsapevole Trump fino in fondo dove queste forze sociali vogliono arrivare, salvo poi ritirarsi all’ultimo momento e lasciare le sue truppe.

Shanahan chiarisce bene questa dinamica: “<<Grande protesta a Washington il 6 gennaio>>, Trump ha twittato a metà dicembre. <<Be there. Be wild!>> [essere lì, essere selvaggi]. Ascoltando l’appello per un’altra rivoluzione sulla scia del 1776, la destra armata ha viaggiato da tutti gli Stati Uniti per fermare con qualsiasi mezzo la certificazione della vittoria elettorale di Biden. Lo stesso Trump ha arringato una massiccia manifestazione fuori dalla Casa Bianca [la mattina del 6 gennaio il discorso di Trump davanti il suo popolo in piazza dura 72 minuti, nel tantativo di gasarlo ma anche di addormentarlo – n.d.r.], preparando i suoi sostenitori per la marcia sul Campidoglio che ha falsamente affermato di voler guidare personalmente, prima di svanire di nuovo nella Casa Bianca, dopotutto non interessato a condurre fisicamente un colpo di stato. Ma si è scoperto che la folla non aveva bisogno di lui per trovare la strada per il Campidoglio. In un segno delle cose a venire, il coinvolgimento di Trump è diventato in gran parte irrilevante, poiché il movimento che ha operato alla sua ombra ha assunto una vita propria nelle strade”.

Fino a questo momento i gruppi di estrema destra tipo Patriots Prayer, Proud Boys e Three Percenters di stampo marcatamente neofascista, si sono mossi all’interno della base sociale di massa del partito di Trump in posizione defilata, minoritaria e tutto sommata “sotto controllo”. Ma l’accelerazione e l’aumento della rabbia della “middle-class”, di fronte alla “inaspettata” defezione del capo, dopo le precedenti defezioni dei generali del partito di Trump (Barr e Pence) ha consentito a queste organizzazioni militanti di esercitare una improvvisa attrazione e trascinare dietro di sé un’ampia avanguardia di massa composta da decine di migliaia di rivoltosi conseguenti, determinati e soprattutto arrabbiati furiosi.

Quindi, piuttosto che una operazione condotta da gruppetti isolati di neofascisti, che la polizia avrebbe lasciato fare, “.. al contrario, il caos a D.C. dimostra che un considerevole segmento [sociale – n.d.r.] della destra statunitense sta iniziando ad abbracciare senza ambiguità un quadro di opposizione al sistema. In tal modo vengono aiutati in buona parte dallo stesso Trump, che ha passato la maggior parte degli ultimi due mesi a gridare che il governo non è legittimo e che quindi le sue leggi non devono essere rispettate. Ma ciò è anche dovuto all’elaborazione delle contraddizioni nella propria teoria e pratica attraverso la lotta, verso un fascismo extraparlamentare, allo stesso modo in cui andare oltre il riformismo è essenziale per la maturità politica di una sinistra, e spesso si ottiene solo attraverso un impegno concreto.

Questa dinamica non solo ha riguardato ampi settori del ceto medio e di proletariato bianco povero delle aree rurali, che hanno costituito questa avanguardia di massa insieme ai Proud Boys, ai Patriot Prayers ed ai Three Percenters, ma queste organizzazioni stesse. Questo blog a metà luglio nel fare un primo bilancio sullo stato del movimento inedito contro il razzismo sistemico affermava che per il proletariato meticcio un conto è rispondere colpo su colpo alla repressione dello Stato, un altro è rispondere allo squadrismo di massa del suprematismo bianco. Non è solo una questione di semplice tattica militare in piazza, ma questa richiede una strategia politica complessiva da parte del movimento e soprattutto la chiarezza e la determinazione di non doversi rifugiare mai – nemmeno alle brutte – sotto l’ala protettrice dello Stato democratico. Guardando ai mesi passati di lotte ed al coraggio espresso da questo nuovo “mostro proletario”, in molte occasioni esso è riuscito a sfuggire a questa tentazione. Ma per poterla consolidare, oltre alla consapevolezza è necessaria una strategia di lungo termine per far volgere al proprio fianco quei settori maggioritari del proletariato di tutti i colori che ancora non sono scesi in campo, così come attuare, attraverso uno spostamento di rapporti di forza generali, una politica capace di disarticolare e frazionare il fronte di classe nemico e gli apparati dello Stato.

Lo stesso ragionamento vale per i gruppi di destra neofascisti come per l’avanguardia di massa del ceto medio bianco: compiere il passaggio dal sostegno dello Stato e della Polizia a quello di opporsi e scontrarsi con esso, non è la stessa cosa che lanciarsi contro le manifestazioni BLM, contro gli anarchici e contro i comunisti.

Le mobilitazioni di questi settori sociali fino a pochi giorni fa si sentivano alleati fedeli e a totale sostegno della Thin Blu Line della polizia. La polizia stessa riteneva le milizie armate dei propri alleati. Lo abbiamo visto molte volte, lo abbiamo visto a Kenosha.

Il conflitto aperto con la polizia, tuttavia, non ha mai fatto parte dell’orizzonte di queste destre. In effetti, queste manifestazioni hanno spesso dimostrato una considerevole sovrapposizione con le organizzazioni di polizia sotto la bandiera di Blue Lives Matter, specialmente dopo la rivolta di George Floyd. Non dobbiamo mai dimenticare come l’assassino di Kenosha Kyle Rittenhouse, un celebre prodotto di questo milieu di destra, sia stato incoraggiato dalla polizia prima della sparatoria e successivamente gli è stato permesso di andarsene. Questo stesso ambiente ha anche prodotto proteste “anti-lockdown” contro misure di salute pubblica prese per il Covid di fronte a diversi Capitol, che a loro volta si sono combinate in raduni pro-Trump, cortei in auto, sfilate di barche e infine manifestazioni “Stop the Steal” contro il presunto furto di l’elezione. Tutte queste manifestazioni avevano una forte componente di sostegno per la polizia statunitense, i cui sindacati avevano in modo schiacciante – e singolarmente, tra i sindacati statunitensi – lanciato il loro sostegno dietro Trump.

Nelle settimane precedenti all’assedio del Campidoglio, tuttavia, la situazione è iniziata a cambiare. I Proud Boys sono entrati in conflitto con poliziotti durante la “Million MAGA March” sempre a Washington DC, chiedendo passare attraverso la linea di polizia che li separava da un gruppo molto più piccolo di antifascisti. Un folto gruppo di destra ha successivamente attaccato i simboli di Black Lives Matter, incluso l’incendio di uno stendardo rubato da una storica chiesa nera. Alla fine di dicembre, persone di destra nell’orbita di Patriot Prayer e Proud Boys hanno attaccato la State House a Salem, Oregon, scontrandosi con la polizia durante la manifestazione, tra cui spruzzando sostanze chimiche irritanti sui poliziotti. All’inizio di gennaio, la scena si è ripetuta per le strade di Salem, che ha visto alcuni di destra fare un grande spettacolo calpestando una bandiera della Thin Blu Line. La notte prima della manifestazione del 6 gennaio, la polizia e la destra si scontrate di nuovo apertamente per il controllo delle strade di Washington. Così un movimento che si era costruito in gran parte come sostenitori della polizia statunitense contro BLM e antifa ha iniziato a pianificare incontri armati non solo contro gli antifascisti, ma contro gli stessi poliziotti. Questa profonda ambiguità è catturata al meglio dall’assalto a una linea di polizia a Washington da parte di un ribelle che sventola una bandiera della Thin Blue Line.

La rabbia e la ferocia di questa avanguardia di massa della “middle-class” rurale e suburbana coglie impreparati i cordoni della polizia, mentre la Guardia Nazionale di fatto è schierata in altre zone ed in poche centinaia. Qui i commenti generali sono fuorvianti se non si guarda nel merito la sostanza e la dinamica dei fatti, semplificando con una inutile ed inconcludente spiegazione del “due pesi e delle due misure” da parte della polizia.

Shannon chiarisce:

La maggior parte dei commenti finora si è limitata all’eterna affermazione dell’ovvio che gli uomini bianchi di destra hanno un tempo relativamente facile con la polizia, il che equivale funzionalmente a una richiesta per l’uso proporzionale della brutale violenza di stato contro tutti. E mentre il mulino della teoria della cospirazione di destra sta già affermando che gli insorti erano antifascisti sotto mentite spoglie, la varietà di giardini che analizza la sinistra non è molto migliore. Un singolo video che mostra alcuni poliziotti che abbandonano una barricata senza combattere è stato fatto circolare insieme a una clip di alcuni poliziotti perplessi all’interno del Campidoglio che scattano selfie con gli insorti, per supportare la teoria del complotto secondo cui la polizia del Campidoglio ha lasciato che ciò accadesse apposta. Non importa che il giornalista che ha girato il video abbia affermato che è stato interpretato in modo sbagliato. Sembra che nessuna quantità di filmati di scottanti conflitti tra polizia e destra, comprese scene di grande coraggio che molti di sinistra esiterebbero a imitare, importi a coloro che sono determinati a fare affidamento su questa analisi. E questo non vuol dire che la cooperazione a livello individuale o anche concertato tra la destra e la polizia sia al di fuori del regno delle possibilità, o che il Campidoglio fosse ugualmente attrezzato per un assalto come sarebbe, se la manifestazione fosse stata di sinistra. Ma l’onere della prova per le persone che affermano di cospirazione, attualmente quasi inesistente, deve essere aumentato in modo esponenziale.

I compagni di Crimethinc, cui rimando, ci forniscono appunto le prove video che descrivono la realtà di scontro duro durante l’assalto al Capitol, lo scontro fisico, talvolta anche armato, l’improvviso cedimento di una polizia impreparata di fronte ad una rabbia e determinazione inaspettata. Il fronte della linea della polizia che si scompone, decine e decine di agenti impauriti e circondati da una massa inferocita in numeri decisamente superiori. Non una avanguardia di qualche centinaio di facinorosi e specialisti degli scontri di piazza si muovono contro i cordoni di polizia, è una onda umana che spinge.

Alcuni compagni degli USA ci suggeriscono anche che i rivoltosi, una volta preso il Capitol, anche essi un po’ sopresi di aver avuto successo nel loro intento, ma con Trump che li esortava via TV a ritirarsi, ha reso relativamente facile poi la riconquista del Capitol alla Santissima Democrazia. A quel punto ristabiliti tutti i centri di comando in mano a Pence, e, di fatto, messo agli arresti domiciliari Trump, le forze di polizia si sono riorganizzate, la Guardia Nazionale è stata schierata in grande numero attorno al Capitol ed ai palazzi governativi, mentre la polizia di Wahsington ha cominciato a fare il solito “lavoro sporco”, ossia a fare piazza pulita del Capitol, e soprattutto con il manganello e tear gas fare piazza pulita dei manifestanti trumpisti dalle strade di Washington.

C’è da stupirsi? Niente affatto. I compagni dagli USA ci dicono che quello che si sta preparando (non domani, ora) è una accelerazione della svolta autoritaria dello Stato democratico, perché il “business as usual” che rappresenterebbe Biden si trova di fronte ad una situazione ingovernabile e deve procedere necessariamente più velocemente verso un business as usual a tutti i costi e con le armi in pugno. Questa avanguardia che si è definita spontaneamente con l’assalto al Capitol, che ha segnato anche un relativo momento di antagonismo con il suo Stato e con la sua polizia, potrà agire più indisturbata nell’agitare una politica verso il mare della middle class bianca in crisi, e nel propagandare una strategia di azione diretta per piegare ancor più in senso autoritario e antiproletario lo Stato Democratico al servizio del popolo bianco.

Noi non abbiamo patria non intende affermare che la “middle class” bianca (come intesa in premessa) possa intraprendere un’azione indipendente dallo Stato e dalle forze dominanti del Capitale. Il ragionamento è l’inverso: queste stesse forze, che appena poco fa avevano puntato le proprie chance sul ritorno alla “normalità” sul fronte interno per spegnere i fuochi della crisi sociale, e pianificare alla Obama e Bush maniera il rilancio sul fronte esterno, ora dovranno senz’altro rivedere i propri piani.

Crimethinc giustamente nel titolo del suo articolo, “6 gennaio: una base di massa per il fascismo?” (e fate attenzione al punto interrogativo) aggiunge nel sottotitolo: “nel mentre i Repubblicani si fratturano emerge un nuovo centro ma ancora più a destra”.

Perché prima ancora se domandarci se il 6 gennaio è un preludio ad un futuro movimento di massa fascista negli Stati Uniti d’America, già adesso l’epilogo è di una immediata accelerazione autoritaria e antiproletaria dello Stato democratico. I William P. Barr, gli uomini Repubblicani rimasti fedeli fino all’ultimo al partito di Trump ed anche i vecchi tromboni del partito Repubblicano imprimeranno al governo Biden una traiettoria repressiva. A garanzia di questo c’è già la vicepresidente Kamala Harris, ex Procuratore Generale della California, la cui carriera politica oltre ad aver tratto vantaggio del suo legame con l’alta borghesia liberal, ha anche con ovvi legami con il sistema carcerario industriale razziale degli Stati Uniti D’America. C’è da immaginare che la Harris politicamente farà sua la politica che precedentemente ricopriva William P. Barr, il mandante dell’assassino di Stato Michael Forrest Reinoehl.

Il 20 giugno, nel passaggio della presidenza tra Trump e Biden, in realtà verrà passato il testimone e la consegna per un Law Enforcement più duro, razzista e antiproletario.

A tal fine, la caratterizzazione dell’attacco al Capitol come una aggressione alla democrazia da parte di una massa “fascista volgare ed ignorante” è funzionale proprio al rafforzamento dello Stato in senso ancor più autoritario.

Three Way Fight, infatti, ci ricorda che negli ultimi 40 anni lo Stato democratico ha usato l’arma dell’antifascismo e contro i gruppi dell’ultra-destra proprio per giustificare una più generale repressione contro i movimenti degli afroamericani, della sinistra ecc.

in che misura l’apparato repressivo statale verrà utilizzato per reprimere la destra di opposizione? Certamente, è improbabile che i poliziotti inseguano gli attivisti del MAGA e i Proud Boys come fanno dopo Black Lives Matter e antifa [in realtà scene di violenza della polizia non troppo dissimili da quelle usate nei confronti dei militanti del BLM ci sono state la sera dopo le 18:00 per ripulire le strade di Washington D.C. da gruppi isolati di supporter di Trump – n.d.r.], ma c’è una lunga storia di forze di sicurezza federali che prendono di mira l’estrema destra, specialmente attraverso operazioni segrete. A Joe Biden piace parlare di unità, ma non è difficile immaginare che la sua amministrazione rilanci ed espanda le capacità dell’FBI e della Homeland Security per rintracciare i suprematisti bianchi e altri estremisti di destra. Inoltre, non è difficile immaginare che alcuni conservatori convenzionali sostengano attivamente questo sforzo. Ricordiamo che lo sforzo più serio e sistematico del governo federale per reprimere la destra dell’opposizione negli ultimi 40 anni – dall’Ordine alla rete di Lyndon LaRouche – ha avuto luogo sotto Ronald Reagan. E ricordiamo anche che nelle mani dello stato capitalista, l’antifascismo può essere una potente motivazione per costruire l’apparato repressivo, che finisce per essere utilizzato principalmente contro gruppi oppressi e sfruttati. Anche quando la polizia e il Klan non vanno mano nella mano, nessuno dei due è nostro amico.

I compagni di Crimethinc avvertono chiaro, la repressione alla ultradestra che si profila sarà rivolta contro “di noi”, c’è puzza di repubblica di Weimar: “… in nome di una guerra contro l’estremismo, i centristi chiederanno di espandere lo stesso meccanismo di repressione statale che il prossimo Trump utilizzerà inevitabilmente contro di noi. Questo è essenzialmente ciò che è accaduto nella Germania di Weimar, ponendo le basi per l’ascesa del Terzo Reich. Allo stesso modo, l’arma principale di Trump per tutto il 2020 è stata il Dipartimento per la Sicurezza Interna [DHS – n.d.r.], creato sotto Bush in risposta agli attacchi dell’11 settembre, che ha anche beneficiato di un’ulteriore centralizzazione operata da Obama. Gli appelli centristi per combattere il “caos” serviranno a trascinare molti dei nostri ex alleati fuori dalle strade, giustificando nel contempo nuove repressioni che prenderanno di mira noi e l’estrema destra.

Infatti, Biden ha già dichiarato di voler migliorare il Domestic Terrorist Act, l’ex governatore della California Schwarzenegger si è rivolto al popolo americano di stringersi attorno al simulacro della democrazia e al suo nuovo legittimo presidente presentandosi con la spada Conan.

La stessa narrazione mediatica che dietro i fatti del Capitol ci fossero gli “antifa” tornerà utile.

Allora, “che cosa ci sarebbe da fare”? I compagni di Crimethinc ci fanno riflettere, anche perché l’assenza relativa dalle piazze di una immediata e diretta contro risposta proletaria durante i fatti del Capitol è tutta interna alla necessità di maturazione di una strategia complessiva che sappia anche reagire ad un doppio attacco concentrico, dove solo all’apparenza lo Stato è neutrale. In questi mesi il movimento di rivolta nel nome di George Floyd ha verificato che l’ascesa della destra militante e suprematista è sempre andata a braccetto con il rafforzamento dello Stato, come due alleati indissolubili. Verificare questo salto nel conflitto, seppure limitato a delle avanguardie di massa rende davvero le cose complicate per il proletariato multirazziale degli Stati Uniti d’America, e di rimando a quello internazionale ed agli sfruttati di tutto il mondo. Non ci nascondiamo compagni, che la reazione istintiva ed immediata del “mostro proletario” che si è affacciato durante le rivolte di questa estate e questo autunno, che ha determinato con il suo coraggio un plebiscito anti Trump ed il conseguente terremoto elettorale, sia rimasto attonito e disorientato di fronte agli avvenimenti del Capitol. Non perché non fossero previsti, non perché non fosse discussione comune e di ogni giorno l’eventualità di un possibile golpe da parte di Trump. Una delle cause di questo disorientamento origina anche nel fatto che il tentato golpe non è avvenuto attraverso una insubordinazione da parte di settori dello Stato, dell’esercito federale o della Guardia Nazionale, bensì attraverso lo scavalcamento a destra oltre Trump e a prescindere da Trump di una avanguardia sociale di massa del popolo Trumpista, attraverso un attacco senza leader e senza generali.

Al tempo stesso, in questi mesi, il movimento di rivolta del proletariato meticcio ha saputo dare prova, con il suo coraggio e la sua determinazione, di sapere saldare nella lotta e con la lotta di ampi settori di sfruttati di diversi colori, e di saper affrontare la polizia, a non cedere alle lusinghe dei sindaci e dei governatori democratici, e a rintuzzare gli attacchi dello squadrismo bianco. Ed i segnali che arrivano non sono né di sconforto, né di sollievo convinto per la salvezza del sacro parlamento.

In ogni caso è necessario che maturi, nell’esperienza della ripresa delle lotte contro la violenza della polizia e contro il razzismo sistemico del capitalismo, la consapevolezza che compattarsi a difesa della democrazia e dello Stato democratico è per il movimento del proletariato meticcio un presentarsi disarmati di fronte alla repressione democratica che si prepara. E quindi come entrare nel conflitto che si profila? I compagni di Crimethinc mettono in guardia:

Dobbiamo prepararci alla possibilità che un movimento fascista incoraggiato continui a sferrare attacchi negli Stati Uniti mentre un nuovo consenso centrista nel governo adotta misure che prendono di mira noi e loro. Se i nostri movimenti devono sopravvivere, ciò richiederà l’organizzazione della comunità e la solidarietà su una scala che non abbiamo ancora visto.

Abbiamo già visto segni di una svolta bipartisan verso la repressione degli anarchici e degli antifascisti. Ad esempio, dopo aver vinto la rielezione, il sindaco di Portland Ted Wheeler, un democratico, ha annunciato nuovi sforzi per prendere di mira, screditare e reprimere antifascisti e anarchici, usando lo stesso linguaggio che usa Trump. Il New York Times ha fatto la stessa cosa con noi tre mesi fa, ripetendo quasi alla lettera i punti di discussione di Trump.

E a quanto pare la Casa Bianca il 5 gennaio aveva già preparato dei promemoria per riproporre l’Anarchist Exclusion Act del 1903/1918, mentre l’11 gennaio, la democratica Mauriel Bowser, sindaco del distretto di Columbia ha già fatto sua questa raccomandazione, chiedendo al DHS di negare il permesso per qualsiasi manifestazione nel suo distretto “visto le nuove minacce di atti di ribellione e di terrorismo domestico”.

Ma anche rimanere fuori a guardare dal terreno del conflitto, nella speranza che lo Stato e i “fascisti” si facciano la guerra tra di loro il 6 gennaio o nel futuro non è una opzione convincente per gli stessi compagni americani.

Tant’è, non è un caso che tutto l’establishment democratico, fino al sindaco democratico di Washington ha continuamente invocato i cittadini di Washington D.C. (la città degli States con più alta densità di popolazione black e dunque i proletari di colore), di rimanere a casa, di non andare in strada nella downtown della city, di non interferire. Una prima reazione è stata necessaria e correttamente applicata: quella della difesa militante delle proprie comunità, delle proprie strade e dei propri quartieri da eventuali attacchi e provocazione dei suprematisti a caccia di BLM, di anarchici e di comunisti.

…Avendo appreso dagli ultimi due raduni dei sostenitori di Trump a Washington, gli anarchici e gli antifascisti che circolavano nel centro di Washington in gruppi di affinità sono stati in grado di prevenire i brutali attacchi contro gli attivisti di colore e di altri a rischio di essere presi di mira casualmente dai fascisti e da altri sostenitori di Trump. Ma ci sono pochissime buone notizie in questo giorno tetro. Gli anarchici affrontano un doppio legame nel rispondere agli eventi del 6 gennaio. Non ha senso rischiare le nostre vite per difendere le istituzioni che presiedono all’oppressione statale, né fornire ai fascisti facili opportunità di ucciderci o danneggiarci. Allo stesso tempo, se cediamo l’intero terreno del conflitto a un’estrema destra ribelle e uno stato di polizia repressivo, per quanto danno si facciano a vicenda, l’orizzonte politico si ridurrà fino a diventare davvero piccolo. Come programma minimo, dovremmo individuare un’alternativa anti-autoritaria a entrambe queste forze, stabilendo nuovi modelli di azione e trovando punti di intervento che riducano al minimo la vulnerabilità. Probabilmente non sarà possibile per i sostenitori di Trump fare la stessa cosa due volte. Il 20 gennaio, quando Joe Biden sarà insediato presidente, prevediamo che ci sarà un’enorme presenza militare e di polizia a Washington, DC. D’altra parte, i sostenitori di Trump potrebbero tentare di duplicare ciò che hanno fatto a Washington negli edifici della capitale dello stato in tutto il paese. Coloro che si oppongono sia al fascismo che alla repressione statale potrebbero dover tornare al tavolo da disegno per identificare gli obiettivi più strategici in questo nuovo scenario. Un errore che non dobbiamo fare è presumere che tutti i pezzi siano già sul tabellone. Questo non è vero: ci sono ancora massicci settori della società che non si sono ancora schierati da una parte o dall’altra. La corsa a un’escalation verso la guerra civile aumenta la probabilità che arriviamo a quel punto prima di essere pronti. La guerra civile può essere inevitabile, ma se lo è, questo è un motivo in più per concentrarsi sulla costruzione di reti e fare appello a coloro che non si sono ancora schierati mentre c’è ancora tempo.

Messaggio chiaro e netto inviato a chiunque sostiene il meno peggio, la difesa dello Stato democratico attaccato da una mobilitazione reazionaria. Messaggio chiaro e netto ai bonzi dirigenti sindacali dell’AFL-CIO del Vermont che avrebbero inteso indire lo sciopero dei lavoratori qualora le cose non si sarebbero sistemate, e che lo mantengono come possibile se il 20 gennaio non ci sarà l’effettivo passaggio del poter a Biden. Sciopero si, ma con il preciso obiettivo di fare pressione nei confronti della Guardia Nazionale del Vermont, affinché le truppe leali alla costituzione scendano armate nelle città e nelle strade. Uno sciopero del genere, se si realizzasse effettivamente, incorrerebbe sicuramente in due possibili conseguenze: o la Guardia Nazionale non intende essere fedele al risultato elettorale e allora andrebbe a caricare armi in pugno gli operai in sciopero impreparati; oppure se fedele alla costituzione provvederebbe sommariamente a sgomberare gli scioperi ed obbligare i lavoratori a lasciare le strade. In ogni caso i gruppi blm e le avanguardie proletarie più militanti dovrebbero essere lì per far consolidare ai lavoratori sin da subito le conseguenze di un approccio strategico completamente errato.

Un altro pericolo è quello di minimizzare quanto è accaduto, occhieggiando magari all’immagine grottesca fornita dei media e riderci sopra, perché per “quanto possa sembrare ridicolo o orribile agli esperti professionisti o alle celebrità dei social media che piangono per la santità delle “sale sacre” dove le guerre imperialiste ed i programmi di austerità sono covati, la vista degli “sfondatori di cancelli” che assalgono rabbiosamente il Senato chiedendo a Mike Pence di rivelarsi, un uomo in abito proletario con i piedi su una scrivania nell’ufficio della multimilionaria power broker Nancy Pelosi, e il compiacimento perverso che la maggior parte dei rivoltosi sembrava si stesse divertendo, fornisce potenti immagini politiche che parlano del disgusto diffuso per la vita degli Stati Uniti che è quasi l’unica cosa su cui tutti sono d’accordo.”

E nel mentre questo senso di disgusto matura e si diffonde, perché il sistema scricchiola paurosamente di fronte ad una crisi generale e sistemica, che acuisce ed approfondisce scenari di guerra di classe, cedere a questa confortevole caricatura dei fatti del 6 gennaio, ci allontana dalla necessità di realizzare una iniziativa generale tale da intercettare quel disgusto che cresce a causa di questo sistema sociale di oppressione razziale e di genere, di sfruttamento di classe e della natura. Ci impedisce di agire per far scendere in campo nel campo del nuovo “mostro proletario meticcio” quanti ancora stanno a guardare, così come di consegnare allo Stato democratico e del Capitale o ai movimenti del ceto medio reazionario (che sono per il rafforzamento dello Stato del Capitale), al fronte di classe nemico, quel proletariato bianco, che sempre meno si sente parte integrante della middle class bianca e borghese, la quale però continua temporaneamente ad esercitare la sua egemonia borghese sulla linea del colore e della proprietà privata su di esso. Mettere in ridicolo quei tratti proletari  decisamente riconoscibili negli uomini e nelle donne del Capitol, con i piedi sulla scrivania di Nancy Pelosi o nei salottini dei lawmakers, decisamente incazzati e pronti a sacrificare se stessi, non ci porterà a strappare i proletari bianchi all’egemonia più generale che i settori borghesi, veri e propri, esercitano, ma che soprattutto è il capitalismo razziale ad esercitarla mettendoli nell’unica via immediata di difesa delle loro condizioni: reprime i neri, reprimere gli immigrati latini nei campi e negli impianti di macellazione e lavorazione della carne. Assumere e condividere i giudizi caricaturali degli avvenimenti costruisce una diga di incomunicabilità per qualsiasi strategia di classe volta a riorentare decisamente i settori proletari veri ora mischiati nel mare magno del popolo della middle-class “bianca”. 

Cosa si muove dunque all’orizzonte cosa dobbiamo aspettarci?

I passaggi necessari per trovare una strategia generale all’altezza dello scontro che si prepara non è cosa volontaristica che le avanguardie politiche possono sopperire. Saranno i fattori della crisi generale di sistema che determinerà altri passaggi di lotta proletari e di controreazione del fronte di classe nemico. Accadrà nella maturazione delle esperienze e sulla base dei rapporti di forza generali che emergerà la strategia per la rivoluzione sociale. Prendere atto che la determinazione di questi mesi e la verifica che la violenza della polizia nei confronti dei neri e degli sfruttati bipoc avviene in egual misura anche nelle città governate dai sindaci democratici, è una leva potente che può essere usata anche per dimostrare con i fatti che non vi è difesa sotto l’ala protettrice del sacro Stato Democratico. E’ anche vero che questo passaggio di consapevolezza non è scontato, tantomeno consolidabile qualora lo scontro dovessi riaccendersi con forme reazionarie ancora più di massa, se oltre ad essere assediata Washinton D.C. e le quattro riedizioni in miniatura dovessero estendersi ad un numero superiore di altre città, nel mentre il nostro fronte è ancora impreparato. Non possiamo escludere che la forza delle cose potrebbero risucchiare il risorgente proletariato meticcio a difesa della democrazia borghese. Molto dipenderà dall’ingovernabilità di tutte le contraddizioni che il Capitalismo in crisi non riuscirà a gestire, sul piano del fronte interno, come sul piano del fronte internazionale.

E’ per questo motivo che il blog Noi non abbiamo patria non caratterizza la presa del Capitol come un tentato golpe fascista¸ ma come un tentato golpe democratico, per il rafforzamento antiproletario dello Stato democratico. Non è per i numeri attuali di questa avanguardia sociale reazionaria di massa. Non è perché essa al momento non dispone di una organizzazione politica nazionale, centralizzata e di formazioni paramilitari di massa disciplinate ed inquadrate [cosa che comunque comincia ad essere qua e là opinabile]. Il motivo essenziale ce lo racconta la storia. Il fascismo la ebbe vinta solo quando il grande capitale e settori determinanti dello Stato democratico borghese hanno deciso che per l’Italia la strategia fascista fosse quella giusta per preparare l’Italia imperialista alle sue nuove sfide. Il fascismo prese il potere democraticamente dopo che il Re, l’esercito, lo Stato ed il grande capitale industriale dei proprietari fondiari della terra glielo hanno passato. Furono gli stessi partiti liberali e cedergli il potere, fu la “pacificazione” predicata dai socialisti riformisti a facilitarlo.

Il nazismo per affermarsi ha dovuto aspettare che prima le la falangi militari dello Stato democratico e della Repubblica di Weimar passassero sopra i proletari, comandate dai governi socialdemocratici ed “operai”. Quelle esperienze, come giustamente i compagni stessi autori di queste riflessioni sul 6 gennaio rilevano, ci dicono appunto che fu un errore strategico ritenere la difesa dello Stato democratico borghese una diga contro la reazione fascista. Altri paesi, più industrialmente e capitalisticamente strutturati dell’Italia e della Germania inginocchiata dal debito di guerra, non ebbero però questa necessità. La stessa reazione borghese e antiproletaria avvenne in Inghilterra, in Francia e negli Stati Uniti condotta proprio dalle democrazie. Nel 1943 durante le rivolte del proletariato nero di Harlem-New York e di Detroit vennero repressi ed infamati come “Hitler’s uprising”, condannati dall’allora Partito Comunista d’America, che fedele alla missione stalinista della partecipazione alla guerra imperialista nel nome della democrazia, aderì a questa infamante campagna denigratoria.

Allora, l’insegnamento della storia ed il ruolo degli internazionalisti, anarchici o comunisti che siano, a fare vivere questa lezione nelle lotte di oggi può, a determinate condizioni, fare la differenza.

Conclusioni

Personalmente ritengo che l’attuale fase del capitalismo e la crisi generale che attanaglia questo sistema sociale almeno dal 2008, si trova in una condizione di ingovernabilità: ingovernabilità delle rivolte delle classi sociali, ingovernabilità delle contraddizioni della natura, ingovernabilità della pandemia (se non attraverso il placebo della droga della vaccinazione obbligatoria di massa, che è l’altra faccia della tendenza della blindatura autoritaria dello Stato democratico). Negli Stati Uniti, tant’è, se c’è una cosa che accomuna questo movimento reazionario delle classi medie bianche (ma anche nere e latine), con il movimento di rivolta nel nome di George Floyd, è proprio perché essi risultano ingovernabili secondo le usuali strategie della “geopolitica” borghese e capitalista.

La coperta si fa sempre più corta, tanto più che tutte le classi sociali cominciano ad agitarsi sul terreno dell’azione diretta perché sospinte da una profonda e non riassorbibile – se non con mezzi eccezionali – polarizzazione di classe. La possibilità di rieditare con facilità le strategie geopolitiche a tavolino per soffocare le “primavere arabe” come nella guerra di Obama o di irregimentare per linee razziste attraverso il “sovranismo” populista di Stato, mentre la pace sociale continua indisturbata nelle metropoli imperialiste, è piuttosto facile, complicato quando la pace sociale si rompe sul fronte interno.

In questo senso l’immagine del Capitol assaltato evoca a questa base reazionaria sociale del ceto medio in via di composizione lo stesso messaggio che l’assalto e l’incendio del Distretto di Polizia di Minneapolis, la conquista del Chaz di Seattle, i riot di Rochester e di Kenosha, la distruzione del Target Corp o dei Whole Foods, le battaglie di Portland contro federali e polizia democratica rappresentano per il proletariato meticcio in via di composizione: siamo ingovernabili.

Un’altra considerazione da tenere a mente, che è tutta specifica della natura alla sovrastruttura del capitalismo razziale negli Stati Uniti, ma che per certi aspetti già è emersa durante gli anni dell’offensiva globalista alla crisi storica del capitale, che è quella della frantumazione dello Stato unitario nazionale a partire dalle specifiche caratteristiche dello sviluppo in questo e o di quel dato paese (si pensi alla Jugoslavia, o oggi alla Siria), dove l’aggressione imperialista ha fatto saltare il tappo, sfruttando le fragilità del sistema nazionale e dello sviluppo capitalistico nazionale. Gli Stati Uniti, ovvio, non sono né la Jugoslavia né la Siria. Non c’è un contendente capace di sfruttare le contraddizioni nel paese tempio della democrazia per farne saltare il tappo dall’esterno. Ma i fattori endogeni – determinati dalla specifica struttura del Capitalismo USA – espongono anche il capofila dell’oppressione mondiale imperialista a spinte centrifughe, come risposta alla crisi del sistema (oltre a rimanere sullo sfondo la tendenza alla guerra tra Stati briganti imperialisti). Sono questi stessi aspetti della struttura federale dello Stato e della specifica divisione città campagna, basata sulle piantagioni del lavoro schiavistico, a rendere difficile in questo paese una svolta reazionaria della società e del suo Stato borghese attraverso un movimento fascista nazionale unitario, capace di prendere in mano, centralizzare ulteriormente lo Stato Federale americano. La repressione potrebbe avvenire attraverso uno scenario scomposto di guerra civile tra stati “liberali” e stati “fascisti”. E’ la scomposizione della middle class e dell’acuirsi anche delle contraddizioni secondo le linee della razza, comporti spinte centrifughe tra aree rurali, suburbs e città, tra aree del midwest ed aree dell’est, tra città e profonda campagne, che possono mettere in crisi l’unità dello Stato Federale, possono riproporre, ai tempi di oggi, gli scenari del 1860-1865, della guerra civile americana. Oggi, però, con maggiori possibilità di far emerge sul crinale della guerra civile, l’emergere della guerra della rivoluzione sociale anticapitalista ed abolizionista, che in embrione si affacciò già in quegli anni, ma in un contesto storico del capitalismo in espansione. Oggi le possibilità di successo dell’emergere della rivoluzione sociale, attraverso l’auto attività storica del proletariato meticcio e la avanguardia di milioni di nuovi Nat Tarner, John Brown e Newton Knight sono decisamente maggiori.

Noi non abbiamo patria rimanda al testo di Shemon e Arturo il Preludio a una nuova guerra civile (apparso in originale su Ill Will Editions e tradotti in italiano da Noi non abbiamo patria). E’, possibile che l’emergere di spinte fasciste o la stessa repressione antifascista condotta dallo Stato democratico possa creare delle brecce all’interno della tenuta costituzionale dello Stato federale, non attraverso una divisione tra stati del sud schiavistici e stati repubblicani del nord “abolizionisti”. In ogni caso, come Shemon e Arturo suggeriscono, l’intreccio tra l’oppressione di classe e l’oppressione della razza riemerge di nuovo con tutta la sua potenzialità incendiaria. Anche negli anni che maturarono la svolta verso la guerra civile americana, non solo era determinata dalle rivolte degli schiavi, ma questa si intrecciò con i “ribelli” bianchi, piccoli contadini poveri del sud e non possessori di schiavi, entrambi, separati secondo la linea del colore. Portatori anche (gli schiavi ed i contadini poveri) di una rivoluzione sociale sull’assetto della proprietà delle piantagioni (i famosi 40 acri di terra promessi dai federali agli schiavi che si arruolarono nelle truppe nordiste o ai disertori bianchi dei confederati, però mai concessi). Sappiamo poi come la fase di espansione del capitalismo seppe non solo ri-consolidare la schiavitù, attraverso il regime dei lavori forzati e del sistema carcerario industriale degli Stati Uniti, le divisioni ed il suo dominio basato sulla diga della supremazia bianca attraverso il regime delle leggi di Jim Crow.

Oggi la lotta rivoluzionaria abolizionista rimane al centro delle strategie anticapitaliste, della rivoluzione sociale, che non investe più sola la piantagione, ma si esplica attraverso il regime dei lavori forzati del sistema carcerario industriale, attraverso l’applicazione del modello sociale e del lavoro in fabbrica di Amazon che prevede l’uso dei braccialetti elettronici nei magazzini e nelle nuove fabbriche.

Shemon e Arturo, ci soccorrono con altre due riflessioni che vorrei sottolineare: “In effetti, una parte sostanziale di destra crede che la rivolta di George Floyd sia stato uno dei primi episodi di una nuova sequenza di guerra civile che la maggior parte delle persone non è riuscita a riconoscere, per distrazione o negazione. Formazioni paramilitari come la Michigan Home Guard , i 3 Percenters e i Boogaloo Boys sono alcune delle forze più militanti della destra a raccogliere questa questione. Inoltre, la destra si vede impegnata non solo in un conflitto paramilitare contro la sinistra radicale, ma in una lotta culturale, politica ed economica per proteggere il capitalismo, i confini nazionali, la legge e l’ordine e lo stato-nazione in quanto tale dalle orde di immigrati, criminali, abitanti delle città e pazzi di sinistra.

E’ questa la leva attuale di quanto si muove a destra, che viene raccolto dal nuovo centro emergente sulla faglia di frattura del partito Repubblicano e che permeerà l’amministrazione Biden.

Chi cerca una rivoluzione anarchica o comunista in stile europeo non la troverà qui. Siamo un paese che non si è mai avvicinato a una rivoluzione in questo senso. Tuttavia, abbiamo avuto una rivoluzione sotto forma di una guerra civile contro la schiavitù capitalista e la supremazia bianca. Perché non c’è mai stata una rivoluzione comunista o anarchica negli Stati Uniti? A nostro avviso, la risposta a questa domanda si trova nella storia della dominazione razziale dei bianchi negli Stati Uniti. ….e per questo motivo la struttura del conflitto di classe negli Stati Uniti continua a essere incentrata sulla razza.

Allora che cosa fare per strappare il proletariato bianco delle aree rurali povere alla mobilitazione razzista, le cui condizioni di vita sono collegate al sistema di filiera funzionale all’agrobusiness, dei meatpacking plant, ossia della nuova struttura dominante della vecchia piantagione schiavista?

Shemon e Arturo, nel loro articolo “Il ritorno di John Brown: i traditori della razza bianca”, provano ad affrontare questa questione.

Nelle fila della sinistra della classe media larga parte di ciò che viene fatto passare come antirazzismo si fonda sulla convinzione quasi religiosa che i bianchi non possano cambiare. Come già abbiamo detto, ci sono delle legittime ragioni per avallare una tale convinzione, ma questo fatto crea dei problemi etici e politici di non poco conto ad una strategia per la rivoluzione. È chiaro che delle ampie porzioni del proletariato bianco sono razziste, ed è necessario prepararsi allo scontro con esse. Ma se il razzismo non è qualcosa di innato, naturale e permanente – come sostengono i fascisti –, allora ciò significa che anche questi stessi razzisti possono cambiare.

Come? È ovvio è una strategia ed un percorso tutto da verificare, che, per chi è impegnato nelle lotte dei proletari black, è un punto decisivo, altrimenti per i rapporti di forza (numericamente e decisamente inferiori) le possibilità che si ripropongono sono quelle di riaffidarsi alla alleanza con la “middle-class” black e la borghesia democratica e liberale. La prima considerazione è combattere ogni atteggiamento che ritiene per perduto e per sempre al razzismo il proletariato bianco.

Shemon e Arturo, aggiungono che la conquista del povero proletariato bianco (contro cui all’occorrenza ci si dovrà anche scontrare quando si attivizza in senso razzista) alla causa di tutti gli sfruttati “..non sarà certo portata a compimento da qualche seminario “impegnato” organizzato da una ONG, o da qualche rivista marxista; questo lavoro si potrà portare a termine solo attraverso le esperienze politiche conseguite nelle lotte di massa e nel confronto con altri proletari”. Questo è parte di una consapevelozza che per un certo periodo il sostegno della lotta proletaria nel nuovo hinterland rurale americano potrà vedere i “bianchi” contrapposti al nuovo proletariato meticcio, la cui lotta dobbiamo sostenere.

Qui ci sono gli schiavi latini, immigrati che si trovano piegati chini nelle grandi, medie e piccole farm delle aree rurali dell’Hinterland americano. Una potenzialità incendiaria che esiste anche negli impianti di macellazione e di lavorazioni delle carni. Questo “nuovo proletariato”, oggi è l’arma in più per contrastare i nuovi colonizzatori, i nuovi proprietari della piantagione capitalista globale, così come per strappare alla loro egemonia il poor proletariat bianco. Ma non è un passaggio automatico e spontaneo anche il connettere la lotta dei proletari latini ed immigrati delle nuove piantagioni in una strategia complessiva di rivoluzione sociale. La contraddizione città campagna nella nuova piantagione del capitale è più profonda ed acuita, la divisione del proletariato secondo linee geografiche più profonda che nel passato.

I lavoratori della terra, sono essenziali per il proletariato della città, perché sono loro a rifornire il pane e le vitamine. Shemon e Arturo ci dicono a proposito delle aree rurali ed exurbs: “Mentre questi territori tendono ad essere prevalentemente bianchi, c’è un numero significativo di persone di colore concentrate nella forza lavoro agricola e manifatturiera in questi luoghi. La forza lavoro delle grandi aziende agricole in cui si produce la maggior parte del cibo in questo paese, ad esempio, è in gran parte costituita da Lavoratori Latini. Questi lavoratori sarebbero fondamentali per collegare le città gentrificate a un processo di produzione socialmente coordinato. La rivoluzione non può avere successo conquistando solo piazze, condomini, le sedi centrali delle banche, ecc. Il rapporto classico tra città e campagna era lo scambio di beni industriali in cambio di cibo”.

E aggiungono:

Poiché le città sono diventate bastioni del settore immobiliare, della finanza, del turismo e di altri beni inutili, non possono più partecipare a quella relazione. La rimanente base industriale che circonda le città nelle aree suburbane e in altri spazi molto probabilmente non produce tutti i beni esatti di cui le aziende agricole hanno bisogno. Perché una rivoluzione abbia successo, dovremmo coordinare la produzione a livello internazionale tra il proletariato internazionale e il vasto proletariato degli Stati Uniti.

Attraverso quali battaglie e per quali bisogni il proletariato razzializzato delle città può ricollegarsi a quello che vive nelle aree rurali?

Perché una dispiegata resistenza all’offensiva capitalistica possa orientarsi verso la rivoluzione sociale, le battaglie dell’oggi devono sempre cercare di ricollegarsi a quelle degli sfruttati delle campagne dei paesi dominati dall’imperialismo ma anche contro la nuova schiavitù, detenzione e lavoro forzato applicato ai milioni di immigrati usati come carne da macello. “..Masse di proletari dall’America Latina sono emigrate nei cosiddetti Stati Uniti e sono diventate una forza lavoro a basso costo per il capitalismo americano, lavorando nelle occupazioni meno pagate. Sono braccati dall’ICE e sotto la costante minaccia di deportazione. Il quadro abolizionista della rivolta è maturo per resistere all’ICE e ad altri apparati di deportazione. L’antagonismo con l’ICE è stato una caratteristica della rivolta generale, come abbiamo visto in California e Oregon. Anche prima dello scoppio della rivolta di George Floyd, i prigionieri privi di documenti stavano già protestando in risposta alle cattive condizioni igieniche nei centri di detenzione ICE”.

Il movimento di rivolta per George Floyd ha cominciato ad affrontare la lotta contro il razzismo sistemico a questi livelli. Non c’è stata solo l’azione e l’assalto ai distretti di polizia, ma anche i centri ed i palazzi del DHS e dell’ICE sono stati attaccati, le strutture penitenziare per i minorenni. Le grandi catene commerciali da Wall Mart a Target Corp sono state distrutte, rase al suolo, più che saccheggiate, durante i riot e le rivolte del 2020, attaccando il momento della circolazione del processo dell’accumulazione capitalistica basato sulla produzione (e sovraproduzione) di merci inutili, che non offrono alcun valore d’uso per i proletari delle città e gli sfruttati delle campagne rurali. In soli dieci giorni di rivolta più di 200 miliardi di dollari sono il costo che ha dovuto pagare il capitale razziale (tanto per dire al marxista ed al comunista dell’accademia che ci parla di rivolte senza strategia e senza programma destinate alla sconfitta).

Anche in Italia a marzo abbiamo avuto le nostre ribellioni in miniatura, prodotte dalle stesse caratteristiche della moderna oppressione della società borghese e con protagonisti dalle caratteristiche simili ai rivoltosi meticci degli Stati Uniti: gli scioperi spontanei nelle fabbriche e le astensioni dal lavoro degli operai multirazziali della logistica, le rivolte nelle carceri ed i morti tra i detenuti per opera della repressione dello Stato; le rivolte dei braccianti bulgari di Mondragone, alla rivolta dei braccianti di Gioia Tauro, della Puglia, della Campania e del basso Lazio, agli immigrati in rivolta nel lager di Lesbos e a quelli che sfidando il mar militarizzato mediterraneo arrivano sulle coste della Sicilia; la rivolta del proletariato senza riserve e dei guaglioni mother fucker di Napoli.

Sapremo riuscire a mettere sul tabellone quale sarà il percorso possibile di collegamento e di rafforzamento di queste lotte?

Ai continuatori della strategia basata sui Sanders o Ocasio-Cortez, sempre più messi in riga dal “business as usual, costi quel che costi armato in casa ed in guerra fuori” di Biden, a quelli che paragonano i fatti del 6 gennaio 2021 con i fatti del 18 brumaio di Luigi Napoleone, a quelli che spiegano i fatti della presa del Capitol come il risultato di una aberrazione fascista, grottesca, vandalica, della follia di Trump perché tutto sommato è la democrazia stessa americana ad essere una aberrazione della vera democrazia, mentre quella vera è protetta dai nostri valori superiori europei, a quelli dunque ancora soggiogati e sussunti dalla superstizione eurocentrica e colonialista dell’uomo bianco, borghese e capitalista, vorrei dedicare invece la poesia di Remo Remotti “mamma roma, addio”.

Riferimenti:

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