Napoli 23 ottobre: sta per finire il tempo della lotta in guanti bianchi

Durante la tarda serata del 23 ottobre questo blog ha commentato a caldo (senza troppe preoccupazioni) sulla sua pagina facebook quanto stava accadendo nelle strade e nelle piazze di Napoli:

“… E se si chiude tutto, il proletariato ed i disoccupati napoletani, abituati ad “inventarsi la fatica”, non sapranno come mettere il pane a tavola. Ci potrà essere dietro la rivolta la lunga mano della camorra o dei soliti poteri forti da sempre collusi con la camorra. Ma se in piazza c’è questa notte la rabbia proletaria di Napoli, nessun lockdown e nessuna strumentalizzazione la potrà contenere. Governo Conte, De Luca, confindustria e camorra non LA POTETE CONTENERE, prima o poi vi scoppierà come una bomba in mano.

A che cosa abbiamo assistito veramente? La reazione di pancia, instintiva, di fronte alle immagini live di Sky Tg24, la Repubblica e di altri live streams sui social media, è stata per la maggior parte quella di chiudere gli occhi davanti ad una “mostruosità” incomprensibile, inutile, dannosa e pericolosa, che a tutto serve fuorché rafforzare le lotte sociali. Passata la nottata, non è possibile esorcizzare quel mostro, è bene tornarci sopra a riflettere, perché non rimarrà un episodio isolato.

Questo blog ritiene essenzialmente corretta la presa di posizione di InfoAut, che si invita a leggere, sulla notte del 23 ottobre di Napoli. Al tempo stesso si esprime la necessità di aggiungere ancora qualche ulteriore commento ragionato. Molti compagni, militanti e lavoratori combattivi continueranno a dissentire e a ritenere le cose scritte in seguito come “avventuriste”, mentre è chiaro che la maggior parte delle formazioni politiche che si rifanno al comunismo ed al marxismo (ognuna secondo le proprie interpretazioni e tendenze) già adesso dissentono.

A Napoli è rivolta.

Questo è l’incipit del post su facebook. Una esclamazione provocatoria, agitatoria, poco ragionata per fare subito muro contro la narrazione del mainstream imperante della stampa liberale, democratica e borghese, ma anche contro quella delle formazioni della sinistra più o meno di classe.

Si è detto, “ma quale rivolta”. La notte di Napoli del 23 ottobre è stata preceduta dai fatti di Arzano, piccolo comune della periferia settentrionale di Napoli, dove i commercianti della zona, il 15 ottobre, hanno fatto i primi blocchi contro le misure di mini lockdown imposte dalle amministrazioni locali. Si è detto da parte di una vasta area politica a sinistra che dietro quei blocchi ci fosse la Camorra che tiene al guinzaglio i piccoli commercianti e bottegai, già indebitati in generale con le banche e con lo Stato, e che nei mesi precedenti per mantenere in vita le loro attività si sono ulteriormente indebitati, ma questa volta facendo ricorso all’unico credito disponibile, quello della Camorra.

Quindi prima della notte del 23 ottobre di Napoli ci sono i fatti di Arzano, che a seconda della narrazione dominante sono stati realizzati attraverso la regia della Camorra, il supporto di formazioni politiche fasciste, l’azione del ceto medio bottegaio al loro guinzaglio, la manovalanza proletaria o di lumpenproletariat dedita ai traffici criminosi, Casa Pound e Ultras delle tifoserie calcistiche. Sarebbe bastato dire che ad Arzano c’erano gli Ultras per sintetizzare il connotato sociale e politico dei blocchi contro i primi mini lockdown.

E la notte del 23 ottobre a Napoli? La stessa cosa, lo stesso affare “torbido”, si risponde.

Questa ricostruzione del 23 ottobre di Napoli non quadra. La storiella che è tutta una regia di camorra+fottuti commercianti+manovalanza sottoproletaria becera e camorristica+fascisti è figlia tutto sommato della incapacità di fare i conti su che cos’è questa crisi generale del capitalismo di oggi, aggravata dalla pandemia, che esclude qualsiasi possibilità del ritorno alla lotta del proletariato in “guanti bianchi”, e che le ribellioni non possono non portarsi con sé la merda sociale ed il degrado della società capitalistica e borghese che asfissia le realtà sociali urbane dove i proletari vivono. Non si capisce il “mostro” che si manifesta inaspettato, lo si vorrebbe esorcizzare perché confligge con il meccanismo, diciamolo, confortevole del regolare procedere del “sotto antagonismo” proletario che ci ha sconfortati ed abituati in questi anni a di afasia del conflitto sociale e delle lotte, cui si tenta di reagire secondo il nostro desiderio e secondo le nostre “piattaforme”.

Il giorno successivo, nella giornata di mobilitazione nazionale dei lavoratori combattivi sotto le sedi di Confindustria un po’ in tutta Italia e a Napoli, i fatti del giorno precedente sono scivolati via come se nulla fosse accaduto, ed è prevalsa unica la narrazione mediatica della borghesia, delle forze impersonali del capitale, basata sullo stereotipo razzista ed antiproletario, dove gli sfruttati di Napoli sono burattinimarionette, sono delinquenti e accattoni, e sempre saranno “napoletani” al guinzaglio della Camorra o “parassiti sociali”.

Di fronte alla constatazione che in ogni caso gli avvenimenti del 23 ottobre a Napoli sono stati torbidi – ed è così c’è stato del torbido anche antiproletario – si conclude che è meglio non affrontare la questione, perché si rischia di rimanere imbrigliati nella merda, allora è tanto meglio non parlarne, oppure parlarne per prenderne le distanze.

Ecco perchè questo blog ha voluto lanciare un incipit dal sapore provocatorio.

E’ necessario non rimanere a guardare dalla finestra, ma scendere giù nel vicolo puzzolente e mettere entrambi i piedi e le mani nel fango, se necessario anche nella merda, per vedere fin quale abisso il proletariato delle nostre città è stato ficcato.

La sera del 23 ottobre alcune cose sono accadute e non vanno sottovalutate, tantomeno semplificate. Inquadriamo queste dinamiche prima ancora di darne un giudizio, perché almeno tre traiettorie sociali si sono viste in piazza e nelle strade agitarsi contro la minaccia di un lockdown totale avanzato dal governatore della regione Campagnia De Luca.

– Sotto il palazzo della Regione Campania si è data la manifestazione di qualche centinaio di commercianti “onesti” e “per bene”, i quali se la sono data a gambe levate appena sono iniziati i disordini. Molti di questi piccoli commercianti hanno testimoniato che in piazza a fare gli scontri c’erano degli infiltrati estranei alla loro iniziativa.

– Una seconda presenza, sempre nella stessa piazza, (che è rimasta sotto il palazzo della Regione Campania fino oltre l’una di notte) e composta dallo stesso settore sociale di bottegai e piccoli commercianti, magari quelli dei mercatini di strada, dai connotati più “plebei” diretti da ben individuabili soggetti ammaestratori, i quali scoppiati i casini sono rimasti sotto il palazzo della Regione. Mentre serpeggiava un certo sentimento di complice simpatia nei confronti dei uagliò, gli stessi incantatori di serpenti ed improvvisati capi popolo pronti a fare il pompieraggio, a convicerli di non farsi trascinare nei disordini di piazza.

– Intorno alla piazza e per i viali del lungomare di Mergellina una improvvisa discesa di (come direbbero gli americani) di “motherfucker” di “figli di puttana” giovani e giovanissimi. Nel giro di pochi minuti parecchie centinaia se non qualche migliaio di giovani manifestanti dal lungomare di Mergellina convergono verso il palazzo della Regione. Gli slogan “fascitoidi” al grido di “libertà, libertà”, diretti da altrettanti capi popolo “subdoli”, che però non riescono ad evitare l’inevitabile, a contenere il corteo “spontaneo” nella rappresentazione scenografica che la presunta regia si era prefissata. I “motherfucker” attaccano con violenza, rabbia e determinazione qualsiasi cosa avesse il blu della Polizia o il nero dei Carabinieri.

Immagini evidenti. Ci possono piacere o non piacere. Ma ce lo possiamo spiegare, perché per questi soggetti sociali che vivono tra contratti a chiamata e piccolo spaccio, esercizi commerciali abusivi e piccole botteghe in via di fallimento, non c’è cassa integrazione in prospettiva, né bonus baby-sitter, tantomeno assegni sociali per i possessori di partita IVA.

La camorra nella rivolta di Napoli.

Un paio di giovani lavoratori partenopei, che hanno lasciato Napoli e la “fatica” l’hanno trovata a Roma come facchini della logistica, hanno commentato i fatti del giorno prima durante la manifestazione del 24 ottobre a Roma di altrettanti lavoratori del sindacalismo di base e del S.I. Cobas e di studenti sotto il palazzo di Confindustria a Roma: “non credo alla regia della camorra nel voler fare gli scontri. Nel mio quartiere la camorra tutto fa, ma evitando le tarantelle, perché le tarantelle sono contrarie agli interessi della camorra che non vuole le attenzioni della polizia nel territorio”.

Domanda, questa descrizione di questi giovani operai e delegati del S.I. Cobas ha un fondamento?

Tra Camorra e Stato c’è una contraddizione ma è solo relativa.

Alla Camorra sicuramente non piace l’idea del lockdown assoluto proposto dal governatore De Luca, perché questo ostacola i suoi traffici e comporta una conseguente maggiore presenza delle forze dell’ordine sul territorio. La Camorra tenta di convogliare o meglio di cavalcare – proprio perché la camorra non è una “cupola”, ma è un intreccio di relazioni sociali all’interno del mercato e delle relazioni capitalistiche – l’insofferenza sociale dei bottegai, commercianti, negozianti e dei più piccoli ambulanti. Allo stesso modo cerca di utilizzare quel lumpenproletariat giovanile napoletano, che per svoltare la fatica e la giornata, lo fa o con il lavoro a chiamata, o lo scippo o lo spaccio, ossia attraverso tutte quelle attività che la rete di riproduzione del valore che il mercato camorristico predispone come elemento endogeno del meccanismo di produzione del valore capitalistico.

Seconda domanda: la camorra è disposta a contrastare De Luca fino a scontrarsi con lo Stato? Qui bisogna rispondere. Francamente no, non può perché comprometterebbe lo stesso mercato camorristico che è legato ed è figlio del più generale mercato del capitale.

Terza domanda e provocazione. La camorra ed i suoi collusi (i fascisti, i poteri forti della speculazione edilizia o sulla gestione della monnezza a Napoli ed in Italia, lo Stato e le amministrazioni locali) hanno gli spazi e le risorse materiali per esercitare la “loro regia” indiscussa sulle teste di quelle tre componenti sociali che in luoghi diversi, modalità diverse e piazze diverse hanno caratterizzato la notte del 23 ottobre? Ha il capitalismo, il mercato nel complesso questa capacità oggi?

Oppure è proprio il livello della crisi e la sua profondità aggravata dalla pandemia ad evidenziare che nella rivolta di Napoli all’apprendista stregone gli si sono bruciacchiate le mani, che le cose sono andate non secondo i “suoi piani”, ma finite fuori controllo per dinamiche improvvise, inaspettate ed incontrollabili?

Le tre dinamiche sociali e le differenti traiettorie.

I commercianti “onesti cittadini” se la sono data gambe denunciando infiltrazioni esterne in piazza.
I commercianti sotto il guinzaglio dell’indebitamento con la camorra, da una prima reazione di solidarietà ai uagliò in rivolta nei viali attigui sono stati mantenuti a fatica dai “capi popolo” e da qualche fascista di Casa Pound negli ambiti a loro idonei.
I “motherfucker” (figli di puttana), composto dai giovani del lumpenproletariat o forza lavoro proletaria a servizio del mercato capitalistico e camorristico, prima bloccano il lungomare di Mergellina in un corteo contro il lockdown di De Luca, poi si dirigono violenti contro le forze di polizia, mentre gli stessi incantatori di serpenti, la cosiddetta “regia criminale” non riesce a contenerli.

Questa rilevazione è importante, se confermata, prima ancora del giudizio politico che si vorrebbe dare.

È importante perché nel “torbido della regia criminale”, cui la narrazione dei padroni e del governo ci vorrebbe rinchiudere, ci sono almeno tre atteggiamenti distinti e potenzialmente divergenti, frutto delle relazioni differenti che questi settori sociali hanno nei rapporti di dominio del capitale.

Gli onesti commercianti non sottoposti al ricatto del debito camorristico che ritornano rapidamente sotto l’ala protettrice dello Stato e della democrazia, denunciano le infiltrazioni violente e criminali e lasciano la piazza.

Gli altri commercianti sempre doppiamente esposti tra l’incudine della crisi e del debito con la camorra, vanno verso spinte centrifughe ed impazzite, contro De Luca ma invocanti la clemenza del governo di Conte, che faccia arrivare i soldi.

I “motherfucker” (proletari, sottoproletari, ed i più irriducibili bottegai sempre più impoveriti dalla crisi) escono fuori dalla rappresentazione scenica preordinata e attaccano la polizia con una gragnola di bottiglie, sassi e sprangate ai blindati ed alle auto della polizia e dei carabinieri, tutto quanto è il blu della polizia o il nero dei carabinieri finisce sotto attacco.

Saper dividere il grano dal loglio è necessario. Non si tratta di declamare una rivolta proletaria. Ma non si può far finta di nulla, non ci si può far soggiogare dalla narrazione del capitale. Al di là delle presunte “regie criminali”, ogni nuova restrizione dello Stato e del capitale per contenere la pandemia, ma senza intaccare gli interessi dell’accumulazione del capitale, ogni nuovo coprifuoco porterà dinamiche simili. Non si possono fare spallucce perché dietro c’è la Camorra. Questa lettura di comodo è figlia dell’abitudine indotta dal corso riformista del capitalismo che ci è alle spalle. A quando la stessa dinamica si darà a Milano, a Torino, a Palermo o a Roma che diremo, che è la Mafia che si è spostata ed infiltrata al Nord?

Se non si fanno i conti con il corso catastrofico del capitale, rimanendo nel mero confine del “nostro tran tran politico sindacale”, che “noi la crisi non la paghiamo” – giustamente, che “la crisi la paghino i padroni” – sacrosanto, senza notare che l’asticella del salto in alto è un tantino più in alto, poi il giorno dopo arrivano le cariche della polizia contro la manifestazione del S.I. Cobas a Napoli sotto il palazzo della Confindustria.

cariche della polizia alla manifestazione del 24 ottobre di Napoli del S.I. Cobas sotto la Confindustria

E qualcuno potrebbe – e fortunatamente al momento non è accaduto – recriminare che la polizia reprime i lavoratori organizzati nel sindacato di classe, ma non si puniscono i “motherfucker” del giorno prima, che lo Stato fa due pesi e due misure. Si potrebbe reagire in modo scomposto, invece di cogliere che la notte precedente a Napoli ci sono state le prime avvisaglie di una massa informe e mostruosa di proletariato che devia dai binari imposti dall’oppressione e dal degrado capitalistico, di cui la Camorra è parte integrante.

E peggio ancora, data la difficoltà e l’isolamento delle lotte (da quelle dei lavoratori multietnici della logistica a quella degli operai metalmeccanici per la difesa ed il rinnovo dei contratti nazionali di categoria), invece di immaginare quale azione possibile di sostegno militante si può dare verso questo nuovo mostro proletario, ci ritraiamo anche noi sotto la stessa ala confortevole della lotta di classe, della lotta operaia secondo i canoni della democrazia e del riformismo che nostro malgrado ci pesa sulle spalle.

La mattina del 23 ottobre a Napoli c’è stata ancora un’altra piazza. Una piazza più sociologicamente operaia, meno invischiata nel fango sociale e nelle conseguenze del degrado capitalistico che soffoca i quartieri popolari e proletari delle città. Erano gli operai della Whirpool in lotta da più di un anno contro la chiusura della fabbrica. Loro non erano presenti né la sera del 23 ottobre, né il giorno dopo alla manifestazione dei lavoratori combattivi, del S.I. Cobas e di altre sigle del sindacalismo antagonista di base, manifestazione cui anche il sottoscritto ha partecipato a Roma convinto. L’articolo che si invita a leggere di operai contro [sebbene questo blog non si sente vicino all’impostazione di questa formazione] mette a confronto correttamente le tre piazze. Si pone delle domande, non rifugge dal problema.

Dal confronto emerge la difficoltà di ricomporre il proletariato, e che non è una piattaforma sindacale e politica calata dall’alto che potrà risolverlo in avanti.

Si tratta di mettersi gli scarponi ed affondare i passi nella melma e nel fango, innanzitutto dichiarando che la rivolta in strada del 23 ottobre a Napoli è stata legittima e sacrosanta. E di riconoscere che l’attacco alle forze dell’ordine e contro il palazzo della Regione della sera del venerdì sera, e la mobilitazione del sindacalismo di classe sotto i palazzi della Confindustria del pomeriggio successivo, sono due momenti distinti e spaiati ma figli della medesima necessità di rivolta per resistere all’attacco del capitale.

Sarà il processo della crisi che trasformerà gli “indistinti motherfucker” di venerdì notte in qualcosa di più vicino ai connotati delle rivolte negli U.S.A. e di quel proletariato multietnico e multirazziale che in questa lunga estate calda ha scosso il cuore del capitalismo globale.

Il tempo della lotta di classe in guanti bianchi sta per finire, non per scelta: è il tempo ed il ritmo catastrofico della crisi del capitale che lo sta determinando, che ci piaccia o no.

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