LE BATTAGLIE DI PORTLAND DEL MOVIMENTO CONTRO IL RAZZISMO SISTEMICO, LE CONTRADDIZIONI IN SENO ALLE DONNE DI COLORE E BIANCHE E LE LEZIONI DEL MOVIMENTO.

PORTLAND, OR – JULY 31: Moms United for Black Lives Matter march up Salmon Street during a protest against racial injustice and police brutality in front of the Mark O. Hatfield U.S. Courthouse on July 31, 2020 in Portland, Oregon. Friday was the second night in a row without police intervention, following weeks of clashes between federal officers and protesters in Portland. (Photo by Nathan Howard/Getty Images)

(Roma, 6 agosto 2020)

Dalla sera del 31 luglio la polizia federale del Dipartimento Nazionale di Sicurezza (i temutissimi U.S. Marshals addestrati nella repressione violenta degli immigrati ispanici e latinoamericani al confine tra Stati Uniti e Messico) ha dovuto fare un passo indietro, costretta dalla determinazione e dal coraggio del movimento di lotta di Portland. Sicuramente questo è un successo strappato con la lotta le cui reali dinamiche non devono essere offuscate dalle rappresentazioni che i media hanno dato alle battaglie di Portland.

Nelle ultime settimane la violenza della polizia federale è stata descritta dai media democratici come uno “scandalo nazionale”, avvenimenti che costituiscono gravi violazioni costituzionali. Il sindaco di Portland Ted Wheeler e il governatore dell’Oregon Kate Brown, entrambi democratici, hanno chiesto formalmente all’amministrazione Trump di ritirare le forze federali ordinate da Trump. La governatrice ha definito che “questi agenti federali hanno agito come delle truppe di occupazione…”. Il sindaco Wheeler ha sottolineato “questi agenti federali non sono addestrati nelle moderne politiche comunitarie, nel controllo della folla o nelle strategie di de-escalation…, quindi non sono i benvenuti”.

Vorremmo, per inciso, replicare al sindaco Democratico che certamente i cittadini di Portland sono americani e per lo più bianchi, e non sono di certo quegli immigrati che al confine tra Messico e Stati Uniti cui gli stessi U.S. Patrols terrorizzano e disperdono con l’uso massiccio di gas, proiettili di gomma, cariche a cavallo o su SUV senza alcuna distinzione nei confronti di uomini, donne e bambini dalla pelle colorata. Sarebbe a dire che queste tecniche di repressione violenta finché sono nei confronti degli immigrati sono ammissibili, viceversa non lo sono quando a soffrirne sono i civili cittadini dell’Oregon?

Così come vorremmo chiarire le bugie che questi piagnistei democratici nascondono. La violenza della polizia contro i neri e contro le manifestazioni del movimento inizia molto prima dell’arrivo dei federali. Nonostante l’uso dei moderni gas lacrimogeni sia stato messo al bando dalle diverse corti di giustizia del paese, e come ribadito dal governatore Brown attraverso una disposizione governativa del 30 giugno che ne vieta l’uso, le disposizioni di legge chiariscono che certamente l’uso dei lacrimogeni e delle pallottole di gomma è vietato, ma solo fintanto che le manifestazioni non costituiscono un “pericolo”, non prefigurino un “riot”. Tant’è che nelle giornate di maggio, giugno e luglio, la locale polizia di Portland ha usato queste armi (definite riot conrol agent) in più di cento occasioni contro le manifestazioni del movimento per il “black lives matter”. E’ sempre bastato per il Dipartimento di Polizia di Portland far precedere l’uso della violenza con la dichiarazione di allarme per “riot”.

In queste occasioni il sindaco Ted Wheeler, il cui dipartimento della polizia di Portland è sotto il suo comando, si è rifiutato di bandirne l’uso, difendendo l’uso legittimo e circostanziato della violenza, guadagnandosi così dalla piazza il soprannome di “Tear Gas Teddy”[1].

Allora perché c’è stato questo accanimento dell’amministrazione Trump ad inviare la polizia federale e le truppe del DHS e U.S. Marshals a Portland (approntandone l’invio anche in altre città, Seattle, Chicago, New York, ecc.), se il movimento veniva represso duramente anche prima dal democratico Oregon?

La violenza e la repressione poliziesca in questi due mesi contro l’insieme del movimento che si è dato a scala nazionale è stata altissima, ed ha fatto uso delle forze di polizia locali, della Guardia Nazionale, del coprifuoco, delle migliaia di arresti da parte degli agenti del FBI, della dichiarazione di Antifa come organizzazione terrorista, e dello squadrismo bianco. Ma questo movimento nazionale non si è mai piegato, ha risposto colpo su colpo, grazie alla unità di intenti non solo dei neri sfruttati ed oppressi dal razzismo, ma anche con gli sfruttati ispanici e gli immigrati, con i nativi americani e con quella grossa fetta di gioventù proletaria e precaria bianca scesa incondizionatamente al fianco delle ragioni del black lives matter. Questa inedita unità di lotta ha creato dei profondi scricchiolii nella sovrastruttura dello stato federale e nei rapporti con le singole amministrazioni governative statali dell’unione, già scossi dagli effetti della pandemia. I Dipartimenti di Polizia, la Guardia Federale non sempre hanno risposto al comando secondo come richiesto, qua e là defezioni tra le truppe sono state evidenti.

Il motivo della difficoltà di soffocare la lotta attraverso la repressione è ben spiegato nell’articolo pubblicato il 19 luglio che descrive i caratteri inediti e straordinari di questo movimento che sta scuotendo la società americana dal profondo come uno sciame sismico che la rende difficilmente governabile con le politiche di ieri.

C’è un secondo elemento che spiega la determinazione sia del movimento a Portland, che la contro reazione repressiva statali, cui si aggiunge quella extra statale del neo-squadrismo bianco.

L’Oregon (che è diventato stato dell’Unione nel 1859) è lo stato della federazione dove il suprematismo bianco e il razzismo contro i neri americani e le popolazioni native si è sviluppato in maniera differente dal resto degli Stati Uniti D’America, caratterizzando sin da subito la discriminazione razziale, economica e politica non tanto nel modo segregazionista e schiavista, ma essenzialmente attraverso un lungo e profondo processo di vera pulizia etnica.

I Territori dell’Oregon, ancor prima della costituzione dello Stato dell’Oregon e della sua appartenenza all’Unione, già nel 1844 dichiarò fuorilegge la schiavitù, ma non per segregarli ma per scacciare dalla regione gli schiavi infine liberati. Peter Burnett, capo della assemblea legislativa dell’Oregon spiegò la legge del 1844 in questo modo:

Lo scopo è quello di tenersi discosti da quella classe più problematica della popolazione. Siamo in un mondo nuovo, nelle circostanze più favorevoli e vogliamo evitare la maggior parte di quei mali che hanno afflitto così tanto negli Stati Uniti e in altri paesi.

In sostanza l’obiettivo della liberazione dei neri era la loro espulsione, l’uso della frusta la costrizione per cacciarli dai Territori dell’Oregon.

Un’altra legge, approvata nel 1849, vietò poi l’immigrazione nera nel territorio stesso. La legge venne abrogata nel 1854. Ma la sua clausola di esclusione fu nuovamente incorporata nella costituzione dell’Oregon del 1857, che nonostante vari tentativi di annullamento successivi è rimasta in vigore fino al 1926, impedendo di fatto per legge la residenza ai neri americani nello stato dell’Oregon. Un’altra legge adottata dallo Stato nel 1862 richiedeva a tutte le minoranze etniche ancora residenti di pagare una tassa annuale di 5 dollari, mentre i matrimoni interrazziali sono rimasti vietati per legge per tutti gli anni che vanno dal 1861 al 1951 (quasi cent’anni).

Anche se le leggi di esclusione vennero applicate raramente, gli obiettivi prefissati furono raggiunti: nel 1860 solo 128 afroamericani vivevano in Oregon su una popolazione totale di 52465 abitanti. I censimenti statali del 2013 registrano che solo il 2% della popolazione dell’Oregon è nera mentre quella di Portland raggiunge solo il 5%. In sostanza la storia dell’Oregon è caratterizzata da un “sionismo” bianco e cristiano e a stelle e strisce ante litteram, che ha cancellato il problema razziale dando una mano di bianco, dove la violenza contro i neri e il pregiudizio razziale nella società e nelle istituzioni è talmente profondo che è diventato un elemento naturale della società, le cui relazioni sociali tra le classi secondo le linee ed i pregiudizi razziali hanno anche infine condizionato la comune psicologia degli stessi neri americani.

Un fatto naturale della società che ai nostri giorni, quelli del Coronavirus, determina che alcune Contee dell’Oregon, per esempio la Contea di Lincoln, sul finire di giugno hanno emanato un provvedimento che esonera gli afroamericani dall’obbligo di indossare la mascherina nei luoghi e negli esercizi pubblici. Sembrerebbe una iniziativa liberale a favore degli afroamericani, ma Ranika Moore attivista di colore della Aclu (Unione Americana per le Libertà Civili) ci spiega invece che l’uso della mascherina da parte di un uomo di colore è come “suggerire alla gente di sembrare una persona pericolosa, a causa degli stereotipi razziali che si sono diffusi”. In sostanza lo Stato prende atto che nella società l’uomo di colore è già un “sospetto” di “natura”, figuriamoci quando circola “a volto coperto”. Dunque, l’uomo nero, già abbondantemente terrorizzato dalla violenza indiscriminata dei bianchi, ottiene dallo Stato democratico questa gentile concessione.

La storia di questo territorio quindi rende l’Oregon lo Stato della Unione per eccellenza bianco, che ha visto a iosa proliferare l’assassinio di uomini neri disarmati da parte della polizia e le manifestazioni degli estremisti di destra e dei Boogaloo Boys degli ultimi anni.

Il movimento inedito contro il razzismo sistemico che ha spinto tra le sue fila ampi settori sociali di sfruttati ispanici e di giovani proletari bianchi senza riserve, oggi scuote l’insieme di queste relazioni sociali originate dai caratteri peculiari del colonialismo e del razzismo interno dell’Oregon. Il movimento di così vasta ampiezza e lo sciame sismico sociale che sta producendo, a Portland non può non far scricchiolare l’idillio di questa società bianca apparentemente “priva del problema razziale”, che è già scossa dall’economia in caduta libera e dalla pandemia.

Qui dove l’oppressione razziale veste maggiormente la facciata ipocrita della democrazia liberale (il primo territorio statuale non appartenente all’Unione ad “abolire” lo schiavismo), il movimento dei neri non dà tregua ad un modello di società che non solo li vuole segregati, ma che ha provato a cancellarne l’esistenza. La contro reazione delle forze sociali razziste e quella delle sue istituzioni centralizzate sono chiamate a difendere con i denti questo raffinato modello di società razziale nordamericana, di cui Portland rappresenta proprio una delle punte più avanzate della supremazia bianca. Già negli anni 60’ e 70’ la repressione del Black Panther Party di Portland fu roba da fare impallidire perfino i Cops della West Coast.

Quindi, a giusta ragione, Donald Trump sente puzza di bruciato, e minaccia prima e poi pianifica l’invio delle truppe federali a Portland, verificando che la polizia dello Stato non era più in grado di “ripulire la città da questo alveare di terroristi”. L’operazione “Diligent Valor” avviata dalla Casa Bianca nei primi giorni del mese di luglio, si è tradotta nella violenza senza freni degli U.S. Marshals e dei Border Patrols del Dipartimento di Sicurezza nelle strade di Portland, fatta di cacce all’uomo, di raid eseguiti secondo le tattiche di guerriglia di strada, tendando di realizzare quanto la polizia non era riuscita a fare. La cattura dei giovani di colore e bianchi di Portland durante le manifestazioni ad opera degli U.S. Marshals, senza formale e legale arresto e dal sapore da “notte delle matite spezzate”, è stato il conseguente corollario nei confronti di una gioventù che si vuole terrorizzare affinché non osi mai più scendere in piazza. 

Ma dove la repressione della polizia e delle istituzioni governative locali hanno fallito, anche la repressione dello Stato federale ha fallito. Un nuovo elemento dell’insieme delle relazioni sociali idilliache dell’Oregon bianco già scosse dalla crisi, è emerso come contraddizione sociale dalle viscere della crosta terrestre in sommovimento, suonando un campanello di allarme a Mr. Trump, Mr Biden e a tutta l’intellighenzia democratica e liberale.

Un inaspettato settore sociale del mondo dei lavoratori e degli sfruttati improvvisamente scende in campo, dando forza e ulteriore coraggio alle battaglie di Portland, facendo emergere un elemento importante della generale alienazione sociale del capitalismo e delle relazioni sociali che esso determina: quello dell’oppressione di genere e della sottomissione patriarcale delle donne, che la scesa in campo del “muro delle mamme” (Wall of Moms) rappresenta.

Una scesa in lotta che non solo segna una tendenza in avanti nella riaggregazione di un fronte proletario e di sfruttati anche secondo linee generazionali, ma che lega insieme potenzialità, contraddizioni e difficoltà da cui questo movimento riparte, diviso secondo linee razziali, generazionali e di genere, come conseguenza della generale oppressione capitalistica.

Le mamme bianche ed ispaniche lavoratrici che fin qui erano relegate a ricoprire il ruolo assegnatogli dall’oppressione patriarcale del moderno capitalismo, quello di candide custodi dei loro sacri figli, quelle delle donne “dell’apple pie” e moderatrici per il bene della famiglia, quelle stesse donne che comunque vivono nel privilegio di essere parte della società dei bianchi, hanno preso gli stereotipi e li hanno rivolti contro l’autoritarismo di Trump realizzando uno scudo umano di mamme a difesa dei propri figli contro la violenza della polizia federale. Queste mamme, irrompono nella lotta spontaneamente, ma non immediatamente e direttamente per scendere in campo contro il razzismo e la violenza della polizia. Però, rapidamente sono costrette a riannodare la difesa dei propri figli con gli obiettivi della lotta per cui loro sono in piazza: il sostegno alla causa del black lives matter, farla finita con il razzismo. Nel fare questo, queste donne devono affrontare una serie di contraddizioni e pregiudizi che permeano l’intero proletariato bianco, che vive del risicato privilegio di appartenere alla società dei bianchi.

La partecipazione alla lotta costringe queste donne immediatamente a realizzare un collegamento stretto con le mamme e le donne nere, non privo di difficoltà, che già erano impegnate nella protesta. Già nella organizzazione della lotta e con le prime presenze in piazza hanno dovuto affrontare e verificare gli stereotipi tipici dell’oppressione femminile (per certi aspetti ritenuti elementi utili per fermare la repressione): chi attaccherebbe mai una brava mamma bianca? Bruciata l’illusione, perché le truppe di polizia non hanno fatto sconti a nessuno, queste donne hanno dovuto cominciare a mettere in discussione l’immagine di sé, della loro condizione di emarginazione sociale e verificare che questa è anche condotta secondo le medesime linee razziali che caratterizzano la generale oppressione e alienazione capitalistica.

Sono i giorni in cui il “muro delle mamme” cattura tutta l’attenzione giornalistica, che mette in secondo piano le ragioni ultime del movimento contro il razzismo, e che punta gli obiettivi delle telecamere esclusivamente nella rappresentazione delle sole mamme bianche. Una attenzione mediatica che tace che dietro questa scesa in campo di mamme lavoratrici c’è il prezioso sostegno e l’incoraggiamento delle organizzazioni femminile delle donne nere da anni impegnate contro la violenza della polizia nei confronti dei loro figli quali Mothers of Movement, Moms Against Senseless Killing, Moms Demands Actions e le donne di colore di Don’t Shoot Portland (che tra l’altro si occupa della violenza domestica nei confronti delle donne di colore)[2]. Quello che questa attenzione mediatica esprime è appunto il riflesso imposto dello stereotipo della donna come figura di valore morale in virtù della sua maternità, per cui quella bianca è la sola a meritare l’attenzione. Ma se è una mamma di colore a preoccuparsi per la salute dei suoi figli, come spiega l’attivista nera Teressa Raiford di Don’t Shoot Portland, accade che il pubblico si chiede “e noi stesse ci chiediamo: siamo noi mamme nere delle brave mamme? abbiamo abbastanza soldi? siamo sposate?”.

In una intervista televisiva a Bev Barnum (ispanica ed una delle promotrici del Wall of Moms) le viene chiesto come mai tutta questa attenzione sul muro delle mamme? Lei quasi in lacrime risponde: “perché molte delle mie mamme sono bianche, e per qualche motivo ispiriamo compassione nella gente bianca”.

Nella lotta contra la repressione donne nere e donne bianche sono costrette a confrontarsi entrambe con questi stereotipi provocati dall’oppressione di razza e di genere che fin qui le hanno sperate, allontanate le une dall’altre e anche contrapposte. Le mamme bianche che hanno vissuto nel loro sempre più risicato privilegio di essere appunto bianche, sono chiamate in un colpo solo a dover fare i conti con l’oppressione di genere ed i loro stessi pregiudizi e privilegi razziali. Scesa in campo che avviene, e deve essere rilevato, non priva di conflitti e contraddizioni interne tra le donne stesse contrapponendo le donne tra bianche e nere. Questa frattura accade innanzitutto proprio in virtù del fatto che la condizione femminile di doppia oppressione espone le donne ad una maggior forza di penetrazione da parte del razzismo sociale e di tutti i pregiudizi razziali che ne conseguono. Tanto più la donna è emarginata ed alienata, tanto più essa si lega al suo privilegio di essere bianca, tanto più si rifugia sotto l’ala del patriarcato capitalista.

Le donne nere provano in quei giorni una rapida crescita del loro senso di frustrazione per la sovraesposizione giornalistica ricevuta dalle sole mamme bianche. Allertano queste ultime di non lasciarsi ingannare dai riflettori, dall’attenzione perniciosa dei media, alla loro rappresentazione stereotipizzata. Viceversa, accade che le bianche uscite finalmente al di fuori della cappa patriarcale della famiglia ne subiscono in parte la fascinazione. Elementi che mettono in difficoltà l’unità delle mamme e delle donne, la cui mobilitazione appare a quelle di colore come troppo sbilanciata contro l’autoritarismo di Trump, e poco attenta al fatto che il razzismo sistemico in Oregon dominava la società ancor prima del trumpismo. Temono che le donne bianche possano perdere di vista i motivi originari della battaglia di Portland contro il razzismo sistemico e della polizia, per cui gli stessi giovani ragazzi e ragazze bianche sono in piazza da giorni.

Si arriva infine a vere ed aperte critiche di atteggiamenti anti-blackness da parte di alcune bianche più in vista nel movimento, quando queste registrano il “Wall of Moms” come associazione “no-profit” presso le camere di commercio dell’Oregon.

La frustrazione delle nere americane è figlia del timore di veder ripetere le amare esperienze del passato: “ci risiamo! Le solite organizzazioni di “alleati bianchi” che prendono la ribalta per altri obiettivi politici sulla pelle, sulla vita e sulla lotta dei neri[3]. Lo scontro politico tra le donne del movimento, mugugnato in piazza, esplode poi sui loro gruppi nei social media. La dura polemica viene immediatamente catturata dalla stampa USA e da vari commentatori sciovinisti, che ne strumentalizza gli avvenimenti per muovere una critica frontale contro il “muro delle mamme”, soprattutto contro le mamme nere, e per ridicolizzare e screditare l’intero movimento di questi mesi contro il razzismo.

Sono un giorno e una notte drammatica in seno al fronte di lotta a dimostrazione che la ricomposizione del fronte degli sfruttati non è un fatto automatico. Una comunità di lotta condizionata dalle divisioni che il razzismo e il suprematismo bianco per centinaia di anni hanno scavato nel profondo della società e tra gli sfruttati stessi. Polemiche che confermano che la scesa in campo delle donne lavoratrici bianche non può avvenire senza dover fare i contri con il proprio specifico pregiudizio interno.

La necessità di continuare la lotta ha però prodotto come risultato che dallo shock emergesse la premessa per un superamento in avanti delle divisioni, per la ricerca di un terreno più solido di unità.

Le donne si sono date da fare per creare un nuovo gruppo sui social media come elemento di raccolta e per l’organizzazione della lotta, denominato United Moms for Black Lives, mettendo da parte il vecchio gruppo per evitare le strumentalizzazioni giornalistiche. Tantissime madri lavoratrici bianche, ispaniche e nere hanno aderito sui social media al nuovo gruppo continuando a partecipare attivamente alle lotte dei giorni seguenti. Ma la contraddizione e la polemica non è stata indolore. Le donne lavoratrici, nere, bianche ed ispaniche l’hanno vissuta con un profondo sentimento di dolore acuto. Il dolore di chi riconosce i limiti e talvolta i fallimenti nel realizzare una genuina unità di intenti e una solida comunità di lotta. Ancora oggi nei siti internet delle organizzazioni delle donne nere di Portland si leggono commenti di tripudio per la scesa in campo del “Wall of Moms” delle lavoratrici e mamme bianche[4] che, nonostante l’accesa polemica, non è stato cancellato.

Dopo un comprensibile sbandamento le donne di tutti i colori hanno provato a reagire cercando di ricomporre la frattura. Tante donne bianche, accompagnate dalle sorelle nere e sulla base dell’esperienza della lotta che le ha viste impegnate insieme, hanno gettato i semi per una profonda consapevolezza generale di quale sia l’origine dello sfruttamento e della loro divisione e contrapposizione. Ce lo descrive questa mamma bianca rivolgendosi a tutte le donne del movimento di Portland:

White Moms of Black Lives Matter.

Certo, ero impazzita per quello che è successo, ma non è che non siamo mai state ingannate facilmente prima.

Non appena comprendiamo veramente la profondità e l’ampiezza della nostra complicità e della partecipazione attiva al razzismo brutale e sistemico, andiamo fuori di testa. Comprensibilmente!

Pensavo di essere una brava persona. Una alleata. Ma stavo guardando i neri americani assassinati dalla polizia e pensavo che se lo meritassero. Per decenni non ho fatto altro che inventare scuse per estendere il mio privilegio. Questa è una grande verità da assorbire.

Vediamo un modo semplice per alleviare la nostra colpa e coglierla per disperazione di sollievo. Poi lentamente ci rendiamo conto di aver investito ciecamente nello stesso bianco patriarcato capitalista ancora una volta.

Dobbiamo mettere insieme la nostra merda e iniziare veramente a centrare le vite dei neri nei nostri cuori. Il sollievo dal dolore della coscienza sarà disponibile solo dopo aver sradicato il razzismo in America.

Perché le mamme bianche non sono né protettrici, né protette! I nostri corpi non sono vasi sacri per i bambini bianchi.

Ognuno di voi l’ha visto di fronte al Justice Center. Quei mercenari federali non si sono mai preoccupati delle madri nere, ma abbiamo pensato che si prendessero cura delle loro madri bianche.

I razzisti e fascisti che servono il signore capitalista bianco non si preoccupano del periodo della vita umana. Stalin ce lo ha mostrato. Anche Hitler. E anche I padri fondatori d’America. Quindi spero che possiamo tenere gli ultimi due giorni come promemoria di ciò che accade quando non mettiamo al centro la leadership nera. Quando seguiamo un sussurro in mezzo alla folla perché è molto più sicuro scappare che stare in piedi. Quando ricorriamo a lacrime di complicità e sottomissione piuttosto che onorare la nostra forza.

Possiamo farlo. Insieme. Non ci giudichiamo mentre impariamo. No guerra interna. Metti davvero Black Lives Matter nelle nostre teste / cuori / anime, così al centro della narrazione. Facciamolo bene”.

Siamo al 70 giorno consecutivo di lotta contro il razzismo sistemico a Portland, che prosegue contro la polizia locale, il sindaco democratico, ora che le truppe federali hanno dovuto fare un passo indietro. Prosegue anche in mezzo ad una crescita di sparatorie ed omicidi sospetti di persone di colore in diversi quartieri della città.

Sebbene registriamo al momento che le manifestazioni notturne di Portland vedono una relativa minor partecipazione di massa, la momentanea ritirata della delle forze federali è un successo della lotta e del movimento. Di cui la partecipazione inaspettata ed improvvisa delle donne e mamme lavoratrici di tutti i colori ha giocato un ruolo decisivo e centrale. Scesa in campo cui le lusinghe del sindaco e del governatore democratici per un generico riorientamento del movimento contro l’autoritarismo trumpista e secondo le loro traiettorie elettoralistiche hanno trovato pane per i loro denti.

E vorrei anche poter dire direttamente a queste eroiche donne lavoratrici nere, che il seme è stato gettato incrinando il muro del pregiudizio che divide le lavoratrici bianche da voi. Mentre vorrei invitare le bianche a considerare la lettera anonima di sopra come incoraggiamento a continuare questo percorso. Se ora le donne nere si sentono nuovamente sole nella battaglia contro la violenza sistemica e della polizia sulle vite dei neri, guardate alle esperienze di questi due mesi di lotta nazionale e delle giornate di Portland.

Guardate alle origini del movimento femminista degli Stati Uniti D’America di inizio XX secolo, quando il movimento essenzialmente bianco delle “suffragette” nelle marce di New York e Washington D.C. relegò con disprezzo razzista le donne nere in coda al corteo.

Questa consapevolezza e questa coscienza espressa durante la lotta dalle donne lavoratrici e dalle mamme dell’Oregon nere, indigene, di ogni colore e bianche è un risultato inaspettato, anche esso un successo della lotta sprigionata nei giorni delle battaglie di Portland, un altro tassello inedito di questo straordinario movimento che si è dato nel nome di George Floyd.


[1] Per una ricostruzione del piagnisteo ipocrita democratico rimandiamo all’articolo del 3 agosto del “The appeal” circa “la violenza della polizia era un problema a Portland ancora prima che arrivassero i federali”: https://theappeal.org/portland-protests-federal-agents-local-police-violence/

[2] Vedi l’intervista a Bev Barnum, una delle WoM, fatta da Left Voice il 23 luglio: https://www.leftvoice.org/author/bev-barnum

[3] Dal New York Post del 30 luglio 2020: https://nypost.com/2020/07/30/portlands-wall-of-moms-group-accused-of-anti-blackness/

E dall’Oregon Live del 29 luglio 2020: https://www.oregonlive.com/news/2020/07/portlands-wall-of-moms-crumbles-amid-online-allegations-by-former-partner-dont-shoot-pdx.html

[4] Sulla home page di “Don’t Shoot” di Portland ancora si legge: “Questa settimana avrai visto il muro delle mamme diventare virale e siamo entusiasti di avere la loro leadership che ci ha raggiunto per coordinare e per portare avanti la mobilitazione. Le organizzatrici di questo gruppo hanno rilasciato una dichiarazione pubblica sulla loro missione qui. Sostienile affinché sempre più città comincino ad organizzare il WOM.

Visto che queste immagini finiscono in giro per il mondo, ricorda che non è il momento per metterti in mostra vestita di giallo. Questo è il tuo momento per presentarti in prima linea e amplificare le voci delle donne nere che hanno sofferto per troppo tempo la perdita dei loro figli a causa della brutalità della polizia e del razzismo sistemico.  Questa non è un’opportunità per cooptare (cavalcare n.d.r.) un movimento. La vita nera è importante. Ecco perché siamo qui. Tienilo a mente quando inizi a organizzare #WallofMoms nella tua città. Impara dai tuoi leader locali e dalle organizzazioni di base: scopri dove puoi sostenere e portare i loro nomi. Non c’è mai un momento sbagliato per entrare a far parte del movimento e siamo grati della tua solidarietà”.

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