Il momento attuale del movimento contro la violenza della polizia e il razzismo sistemico

(Roma, 19 luglio 2020)

Nelle giornate di luglio il movimento generalizzato contro la violenza della polizia e il razzismo sistemico ha perso di intensità. E’, trascorso più di un mese e mezzo da quando questo movimento di massa è esploso spontaneamente in seguito all’assassinio di George Floyd il 25 maggio 2020. Mentre scriviamo c’è ancora da rimarcare che in tante città prosegue la voglia di battersi, perché, il movimento tutto è consapevole di non aver raggiunto i suoi obiettivi e per certi aspetti, gran parte dei giovani colorati e bianchi che lo hanno animato non vogliono continuare a vivere come prima.

Durante la giornata del 4 luglio a New York, Seattle, Baltimora, Washington, Saint Louis, Minneapolis, nella west cost, e al Monte Rushmore ci sono state vive proteste contro il razzismo e a rimarcare che gli Stati Uniti d’America si sono fondati sul colonialismo selvaggio, sullo schiavismo e sull’oppressione e lo sfruttamento, caratteristiche che hanno pervaso il fondamento e lo sviluppo della società americana di oggi. A Baltimora la statua dedicata a Cristoforo Colombo è stata buttata giù nel quartiere di “little Italy”. Intanto, a New York ed in tante altre città e nei quartieri popolari abitati prevalentemente da afroamericani ed ispanici, vi sono diffuse proteste di massa e picchetti contro gli sfratti. Insomma, se assistiamo ad una “battuta d’arresto”, cosa cova sotto la brace della rivolta sociale, è tutto destinato ad esaurirsi?

Un movimento inedito

La lotta del popolo afroamericano contro il razzismo e per i diritti civili è sempre stata presente nella storia degli Stati Uniti d’America, e talvolta si è intrecciata con lo stesso moto del movimento operaio internazionale (specialmente in Alabama dove i braccianti di colore aderirono ardentemente al Partito Comunista d’America negli anni ’20) o a fianco dei popoli oppressi dall’imperialismo (come durante la guerra del Vietnam). Oggi però assume connotati inaspettati. Ci troviamo davanti ad un moto inedito delle masse afroamericane che apre verso una nuova fase dello scontro sociale di classe negli USA ed a livello internazionale ben più profondo di quanto le premesse dell’oggi lasciano immaginare.

Questo movimento non è la riedizione in tempi moderni dei precedenti movimenti di lotta per i diritti civili, una lotta per ottenere una giusta riparazione ai torti e per una più equilibrata opportunità di riscatto sociale anche per i neri, che si diedero nell’epoca in cui l’accumulazione capitalistica poteva includere, sebbene in maniera diseguale e conflittuale, parte degli afroamericani così come settori ampi dei lavoratori e proletari bianchi. E non è nemmeno la semplice riedizione del risorgente “Black Lives Matters” di pochi anni fa esploso sempre contro la violenza della polizia durante la presidenza Obama. Oggi non si limita a denunciare il razzismo della polizia rivendicando come nel passato una riforma.

Infatti, il movimento esplode verificando che le riforme della polizia non solo sono fallite, ma che esse hanno di fatto peggiorato la situazione aumentando la pervasione del controllo militare nei quartieri dei colorati, dove via via i servizi sociali sono stati gradualmente ristrutturati ed affidati ai dipartimenti di polizia. In sostanza, le speranze e le possibilità di inclusione che animavano le lotte per i diritti civili dei neri non solo sono fallite, ma la violenza, sfruttamento e razzismo sono aumentati. Non si rivendica più la riforma della polizia come nel 2014 e nel 2015, ma la si mette al bando riconoscendone il suo carattere classista ed oppressivo in quanto braccio armato dello Stato contro gli afroamericani e a difesa della proprietà privata. Fa sempre meno breccia la litania del rimuovere “le mele marce” dal cesto. Viceversa, il movimento rivendica lo smantellamento della polizia dai quartieri popolari e proletari e dalle file delle organizzazioni sindacali attraverso una semplice rivendicazione: bilancio zero dollari per la polizia, perché la sicurezza, la vera sicurezza sociale ha bisogno di altro, necessita di un differente modello di società.

In sostanza il movimento ha chiarito che se la polizia è razzista ed irriformabile, questo dipende perché è l’intera società, è l’insieme delle relazioni sociali ed economiche ad essere razziste: è il “razzismo sistemico” che deve essere combattuto e che richiede un profondo rivolgimento sociale ed economico. Le piazze degli Stati Uniti in rivolta hanno chiarito questo messaggio attraverso comportamenti espliciti durante le giornate di lotta, per esempio riscrivendo in maniera militante l’intera storia americana dal punto di vista degli oppressi.

Uno di questi comportamenti è dato dall’iconoclastia del movimento di massa, che abbatte le statue degli “eroi” confederati, quelle di Cristoforo Colombo fino agli stessi padri fondatori della rivoluzione americana, mentre giovani di tutti i colori acclamano ed esultano in piazza. Può sembrare una isteria di massa inutile. Viceversa, il messaggio che emerge è chiaro: questa moderna società è emersa dalle ceneri della vecchia proprio attraverso la violenza, l’espropriazione, il colonialismo, la schiavitù e l’oppressione dei popoli “colorati” dell’Africa, delle Americhe e dell’Asia. La nuova società, la società moderna borghese e capitalista si è potuta dare, crescere, estendere appunto proprio in virtù di questa schiavitù che oggi continua attraverso moderne forme di segregazione razziale e attraverso il neocolonialismo degli Stati capitalistici più avanzati contro gli interi popoli “colorati” dell’Africa, dell’America Latina, del Medio Oriente e dell’Asia. Messaggio ben colto e raccolto oltre oceano nei paesi ex coloniali dell’Europa da quei giovani immigrati di terza, quarta generazione o discendenti di quegli stessi schiavi che oggi vivono “inclusi” nelle società europee, ma in gran parte come cittadini sfruttati di serie b. In Belgio le statue dei Re del Belgio sono state imbrattate, in Inghilterra si è andati oltre senza risparmiare Winston Churchill. L’Economist allarmato scrive che questo movimento inchioda all’angolo del suo fallimento il liberalismo democratico illuminista.

Ma le caratteristiche inedite rispetto al passato non si fermano qui. Questa lotta contro il razzismo di sistema si lega ad un altro aspetto della contraddizione che la crisi generale e globale del capitalismo, e la pandemia del covid-19, ha fatto emergere con forza e che alimenta la radicalità di questo movimento. La crisi economica e la pandemia colpiscono innanzitutto i proletari colorati. La necessità di non interrompere l’accumulazione di valore e del profitto, che non può consentire di “contenere” la pandemia, dunque necessariamente entra in contraddizione con la necessità di tutelare la salute della comunità sociale; gli afroamericani, i latinos e gli immigrati sono costretti a lavorare costi quel che costi, e il coronavirus agisce come mietitrice soprattutto nei quartieri dove vivono i poveri e gli sfruttati di colore, svelando come il razzismo e l’oppressione del capitalismo siano un tutt’uno.

Tant’è che questo movimento non è altra cosa dalle iniziali e diffuse lotte dei lavoratori essenziali contro il covid-19 e gli effetti della pandemia dei mesi di marzo, aprile e maggio. Dai lavoratori delle nuove fabbriche della logistica, a quelli degli ospedali, alle masse di proletari schiavizzati nelle moderne catene della distribuzione e della circolazione di merci e cose, a quelli della produzione agro alimentare e della filiera industriale degli allevamenti e della macellazione della carne è emerso fortemente il messaggio che o si lotta in difesa della salute contro il primato del profitto, o ci si ammala o si muore (che negli Stati Uniti significa anche morte per fame visto che per questi lavoratori non vi è alcuna copertura in termini di assicurazioni sanitarie e tantomeno le assenze per malattie sono pagate).

Il virus è naturale ma è prodotto dall’uomo. E’ il risultato del modo di produzione capitalistico, il cui saccheggio del mondo macro e micro biologico, operato dalla sua forsennata produzione agricola intensiva e degli allevamenti intensivi, distrugge sempre più le barriere naturali e la biodiversità causando la conseguente diffusione di virus letali capaci di saltare all’uomo. Come prodotto del capitalismo, la malattia – ossia il costo sociale della ricchezza accumulata nelle mani di pochi – si diffonde tra gli uomini e le donne secondo le medesime direttrici di classi sociali e di razze di appartenenza. I casi di covid-19 e di morti tra gli afroamericani e tra gli ispanici ed immigrati nelle grandi città della costa est raggiungono il 64% dei casi totali. Così come a fronte di una popolazione di afroamericani pari al 13% del totale (mentre i bianchi, ispanici esclusi, sono più del 60%), dal 2017 ad oggi il numero di persone non armate ed uccise indiscriminatamente dalla polizia tra i neri sono il 24%, tra i bianchi il 45%[1].

Il virus ha fatto scoppiare la bolla purulenta, allineando in maniera contrapposta parti consistenti delle classi sociali e del “popolo indistinto” su a cosa dare priorità: la salvaguardia della salute pubblica o la salvaguardia della produzione e riproduzione del valore e del profitto? Gli effetti della pandemia hanno messo a nudo un sistema sociale ed economico generale basato sull’ingiustizia di classe, razziale e di genere (delle donne, dei gay, lesbiche e transgender).

In un recente studio del Financial Times[2] è emerso che negli USA e in Gran Bretagna nell’ultimo triennio è diminuito del 26% il numero degli occupati nella grande industria, mentre nei settori della logistica il numero di occupati nello stesso periodo è cresciuto del 141%. In termini assoluti, il numero degli occupati nell’industria rimane dieci volte superiore a quello della logistica. Però i giovani proletari – che hanno solo un titolo di studio della scuola inferiore – è in questi settori che trovano impiego, dove le paghe orarie sono decisamente più basse, le regolamentazioni contrattuali non esistono e che non prevedono assicurazioni sanitarie e assenze per malattia pagate.

Se negli anni ‘50 e ‘60 i giovani proletari neodiplomati delle scuole inferiori trovavano impiego nelle fabbriche della Ford o della Caterpillar, oggi trovano una opportunità occupazionale soprattutto nelle mega warehouse e fabbriche della logistica. Qui la paga oraria è generalmente in media inferiore del 30% di quella dell’operaio tradizionale di fabbrica. Ma anche nella grande industria il divario tra la paga oraria dei giovani operai e quelli con anzianità superiore ai 12 anni è aumentato notevolmente. Le chances di un miglioramento salariale con gli anni nelle nuove fabbriche della logistica sono comunque misere, mentre gli operi giovani della FCA, Ford e GM possono sperare di migliorare con gli anni dopo 12 anni di anzianità (sempre se l’accumulazione del capitale tiene e si espande).

Sempre il Financial Times riporta come oggi negli Stati Uniti il 44% dei lavoratori (circa 53 milioni di lavoratori) percepiscono in media paghe orarie intorno ai 10,22 dollari, ossia circa 18.000 dollari l’anno. Qui durante i mesi del coronavirus in poche settimane il numero degli iscritti alle liste di disoccupazione e per i sussidi ha raggiunto i 47 milioni[3]. Alle liste di disoccupazione hanno ricorso anche tanti lavoratori vicini alle condizioni della tipica middle class, visti precipitare immediatamente verso il baratro, facendo parte di quei settori sociali fortemente indebitati (debiti personali per il consumo, o per il pagamento dei mutui o degli affitti), cui la perdita del lavoro o il “furlough” (licenza forzata dal lavoro non pagata) gli ha fatto improvvisamente perdere tutte le “certezze” acquisite del passato.

Il grosso della disoccupazione, in ogni caso, si è concentrato soprattutto tra i proletari con paghe orarie medio basse e tra quelli con contratti a zero ore. Il 37% dei nuovi disoccupati del periodo marzo-aprile-maggio ha riguardato proletari con paghe medie orarie intorno ai 15 dollari, mentre solo il 10% dei nuovi disoccupati è rappresentato da lavoratori con paghe orarie intorno ai 35 dollari. C’è di più. La disoccupazione ha investito principalmente i giovani. Più di 10 milioni dei nuovi disoccupati ha meno di 34 anni, mentre più di 5 milioni ha meno di 24 anni. Ossia la crisi ha investito il giovane proletariato senza riserve né diritti, quello delle generazioni dei cosiddetti millenials e della generazione Z ed ovviamente in proporzione ha riguardato di più i neri, gli ispanici, gli asiatici e poi i bianchi.

Le quote di disoccupazione immediatamente riassorbite parzialmente con le riaperture del mese di giugno, sono principalmente avvenute nei settori produttivi che prevedono le paghe più basse, mentre molti posti di lavoro di alcuni comparti tradizionali dell’industria e dell’estrazione mineraria, la cui crisi era preesistente al coronavirus, sembrano definitivamente persi.

numero di disoccupati per settore espresso in migliaia (1000 = 1 milione)

Quindi la pandemia ha accelerato e ha messo a nudo un processo di polarizzazione sociale già in atto da più di un decennio, che fino ad oggi l’Obamismo e il Trumpismo erano riusciti a tenere nascosto sotto il tappeto.

Pertanto, non c’è da stupirci che il movimento di queste settimane contro il razzismo sistemico offra l’inedita espressione di un movimento essenzialmente animato da questo proletariato giovanile afroamericano colpito dalla crisi, mentre la crisi del capitalismo spinge quote crescenti di proletariato giovanile bianco senza riserve a scendere incondizionatamente (e senza contenderne la direzione della lotta circa obiettivi, metodi e rivendicazioni politiche) a fianco dei propri fratelli neri, i quali, proprio per questo, gli riconoscono di essere una parte del movimento tutto. Un movimento che ha anche consolidato l’unità con gli sfruttati latinos ed immigrati e di tutti coloro che si battono contro un sistema fondato sul razzismo di classe, razza e di genere.

Altro aspetto inedito che fa breccia al cronico razzismo e sentimento di contrapposizione non solo dei “bianchi” contro i “neri”, ma anche di questi ultimi contro gli ispanici e gli immigrati, come l’altra faccia della acuita ed agguerrita concorrenza capitalistica a tutti i livelli che coinvolge anche il proletariato.

La composizione e le prove di forza del movimento

Qual è dunque la composizione di questo movimento? La sua ossatura militante e le sue energie provengono proprio da questo mondo proletario super sfruttato che già durante i mesi di marzo ed aprile aveva dato segnali di reattività per la difesa della salute dei lavoratori contro le necessità irrinunciabili del profitto. L’intreccio oggettivo tra questi due aspetti spinge a far emergere nella lotta che il razzismo e l’oppressione di classe sono le due facce della stessa medaglia.

Anche nelle forme di lotta abbiamo assistito a pratiche inedite. La richiesta di messa a bando della polizia è viaggiata non solo attraverso la forte spinta conflittuale nel richiedere che le varie municipalità tagliassero i fondi per i bilanci dei dipartimenti di polizia. Ma è “viaggiata” anche attraverso pratiche sociali dal basso di questa istanza. I Capitol Hill Autonomous Zone (CHAZ) o Capitol Hill Organized Proteste (CHOP) – soprattutto quello di Seattle – non nascono come una azione politicamente decisa dalle direzioni del movimento. Questi sono stati prodotti dalla lotta quasi per moto spontaneo. A Seattle dopo giornate consecutive di manifestazioni di strada di giorno e di battaglie notturne di piazza contro le forze di polizia e contro il coprifuoco imposto, una volta che i cordoni della polizia hanno dovuto ritirarsi, è venuta da sè l’occupazione di una intera area della città. Immediatamente dopo la ritirata delle truppe dello Stato e delle forze di polizia, il movimento ha eretto le barricate, trasformando l’area come zona autorganizzata ed off limit all’accesso dei cops, il distretto di polizia confiscato e chiusa con il lucchetto. E’ così che il CHOP di Seattle è nato.

Dopo Seattle, altre città Portland (dove siamo arrivati a 53 giorni consecutivi di proteste e battaglie in strada), Washington, Saint Louise, New York e Lousiville hanno tentato di realizzare, ma con minor successo, la medesima strategia. Questo “episodio” di Seattle e la sua pericolosa “fascinazione” è stato ritenuto da subito allarmante ed è stato giudicato come “atto di terrorismo domestico” dal governo federale, da schiacciare immediatamente con il massimo della determinazione e della violenza.

Un altro episodio rimarrà nella storia della lotta degli afroamericani. Per la prima volta nella storia americana il Juneteenth (19 giugno, data che gli afroamericani celebrano come momento della fine della schiavitù) è diventata una data memorabile al pari del primo maggio di lotta internazionale dei lavoratori. Da data celebrata solo nel privato dalle famiglie afroamericane, è diventata una giornata di lotta nazionale caratterizzata da rinnovati scioperi generali e spontanei nei luoghi della moderna GIG economy, nelle nuove fabbriche della logistica, nella distribuzione e nella sanità privatizzata, nei trasporti pubblici, negli impianti dell’agro industria e di macellazione industriale, fino a comprendere settori tradizionali della classe operaia stessa. E in quella giornata, una intera categoria operaia, le Union degli operai portuali di tutta la west cost, hanno proclamato uno sciopero generale contro il razzismo e contro la presenza della polizia nei sindacati, che ha visto l’adesione di 30000 lavoratori ed un corteo di migliaia di operai ad Oakland.

Il movimento effetto della polarizzazione sociale e la reazione del capitale

Questo movimento generale contro il razzismo di sistema è un preludio della ripresa generalizzata dell’antagonismo di classe, che sta provocando profondi smottamenti nella società americana, con sicure ripercussioni profonde a livello globale (così come la crisi è globale, la pandemia è globale, anche l’antagonismo si farà strada internazionalmente). Capace di produrre profondi e pericolosi scricchioli nella sovrastruttura dello Stato, ben udibili e visibili sui social media. Dai poliziotti che si inginocchiano di fronte ai manifestanti, al capo del Pentagono che scomunica Trump che chiedeva il dispiegamento dell’esercito federale nelle strade, alla linea di comando della Guardia Nazionale che sfugge al comando federale. L’immagine più significativa è una foto di Minneapolis: il corteo enorme sfila sotto i ponti dell’high way; sopra il ponte c’è la Guardia Nazionale armi in pugno, ma un soldato alza il pugno e saluta il corteo che gli scorre sotto!

In questi quindici anni le forze del capitale sono riuscite in manovre dilazionatorie della crisi sociale attraverso la recrudescenza dello scarico della crisi economica sulle spalle del resto del mondo – a partire dai paesi dominati dall’imperialismo e sulle loro masse sfruttate -, così come in una acuita concorrenza tra stati capitalistici ha prodotto smottamenti profondi nelle relazioni tra le diverse classi, producendo la rincorsa da parte di un numero crescente di ceti medi, piccolo borghesi e di proletari a cercare rifugio sotto l’ala protettrice del capitale e per un suo rilancio più agguerrito nella competizione globale di tutti contro tutti.

Il proletariato, in quanto classe del capitale, ritiene la difesa delle proprie condizioni dipendenti dalla capacità del proprio capitale di rafforzare la sua riproduzione di valore. Il “sovranismo” di tutti i colori, dagli Stati Uniti – il cosiddetto Trumpismo – (così come in Europa), che fino a ieri è stato capace di realizzare senza troppi ostacoli l’unità del “popolo lavoratore” (dal piccolo proprietario agricolo all’operaio della General Motor) sotto l’insegna della lotta contro la globalizzazione e per il sostegno di un progetto nazionalista, oggi deve fare i conti con l’accelerazione di questa crisi economica e pandemica che rimescola tutte le carte, rimette in discussione tutti gli equilibri tra le classi precedentemente temporaneamente consolidati.

Il risultato è proprio questo movimento straordinario di lotta di neri, bianchi e colorati che approfondisce le linee di faglia che la crisi stava già tracciando nei confronti di questo neopopulismo. Attenzione, questo non significa che il “sovranismo” bianco, nero o rosso-bruno sia giunto al suo capolinea negli USA. Ma è la polarizzazione sociale in atto, accelerata dalla pandemia, che scompone e disarticola il “sovranismo” ad ogni latitudine. L’indistinto popolo “trumpista” negli USA non è più rappresentabile con le politiche di ieri, e il “sovranismo” bianco e popolare per affermarsi richiede oggi una maggiore contrapposizione frontale di una parte di questo “popolo” contro un’altra parte “del popolo”, una maggiore aggressività e violenza contro gli sfruttati che intendono resistere. Prima ancora di appalesarsi come una opzione politica, questa contrapposizione già emerge come effetto della crisi nelle faglie della società.

Già nelle settimane precedenti all’omicidio di George Floyd, mentre lo Stato viveva profondi conflitti costituzionali tra le prerogative dello Stato centrale federale e quelle dei Governatori dei singoli Stati riguardo quale istituzione potesse decidere il lockdown, abbiamo assistito a frequenti manifestazioni dei “bianchi” contro i governatori a favore della quarantena. Queste manifestazioni poi si si sono rivolte proprio contro le lotte dei lavoratori degli ospedali e di tutti coloro che sostenevano la difesa della salute e dunque a favore dei lockdown. Settori sociali di ceto medio, piccola borghesia, ma anche di qualche settore di lavoratori bianchi in perdita di garanzie e certezze, si sono agitati ferocemente contro chiunque osasse ledere il loro “libero arbitrio”, ossia contro chiunque metteva in rilievo ed in prioritaria importanza la difesa della salute rispetto all’accumulazione e riproduzione privata del profitto. Questi settori sociali in occasione del primo maggio sono andati a sfidare faccia a faccia i picchetti e le proteste dei lavoratori degli ospedali che in gran numero sono afroamericani. In sostanza, la difesa del loro libero arbitrio si è espressa con tutti i caratteri di quella supremazia bianca e di classe atta ad esercitare e rafforzare il dominio della produzione per l’accumulazione e appropriazione privata del valore contro la difesa della “salute della comunità sociale”. E’ una violenza ed aggressività che in questi giorni si manifesta nella vita quotidiana: sono ripetuti gli episodi di bianchi di diversa età e sesso che tossiscono in faccia a famiglie o a bambini solo perché dall’apparenza latinoamericana; episodi di aggressione ai commessi dei negozi che chiedono di indossare le mascherine; addirittura a gesti di spavalderia, anche 1 contro 100, da parte di provocatori bianchi durante i cortei e le azioni di protesta del movimento antirazzista.

Di fronte all’incapacità dello Stato centrale di comandare e guidare la repressione violenta delle proteste e del movimento contro il razzismo, la polarizzazione sociale sta dando vita ad un nuovo spontaneo “squadrismo bianco” che segna una discontinuità con le classiche organizzazioni suprematiste e cristiane dei bianchi o del Ku Klux Klan. Oggi i nuovi suprematisti bianchi, giovani ventenni chiamati BOOGALOO BOYS, si autodefiniscono “patriots”: solo parzialmente o limitatamente si richiamano all’insieme di valori tipici delle organizzazioni cristiane, non necessariamente sono contro le razze nere e colorate, non amano il coprifuoco delle città, ma sono contro coloro che non si sottomettono all’insieme delle relazioni sociali e di dominio del capitale e che indeboliscono la nazione. In questo senso all’interno della società di valori e di relazioni dove i bianchi esercitano il suprematismo come rafforzamento del dominio del capitale, anche i “colorati” ci potrebbero stare, purché al servizio della nazione in concorrenza sempre più agguerrita con il resto del mondo.

Di fronte alle defezioni della polizia e della Guardia Nazionale che ha ostacolato la repentina e decisa repressione armata delle manifestazioni invocata dal comando centrale dello Stato Federale, un numero crescente di attacchi armati di tipo squadristico sono stati mossi contro i cortei e contro le occupazioni delle piazze. Il “CHOP” di Seattle è stato oggetto negli ultimi giorni di giugno di ripetute aggressioni armate e almeno 4 giovani afroamericani sono stati uccisi e due feriti. La stessa cosa si è ripetuta a Louisville. La stampa americana ed europea ha descritto questi avvenimenti come “sparatorie”, descrivendoli secondo la tipica sociologia razzista da quattro soldi. Se il razzismo costringe al degrado sociale le comunità afroamericane sfruttate, questa produce anche una microcriminalità diffusa che si traduce spesso in una violenza dei neri contro i neri, dei poveri contro i più poveri (cosa sicuramente vera). Se la società civile non è tutelata dalle forze dell’ordine, dunque secondo questa sociologia, dalle comunità nere in sommovimento le gang prendono il sopravvento. Quindi, chi ha sparato, da dove e contro chi? Chi è l’offeso e chi è l’aggressore? Vedete che non si può abolire la polizia di classe altrimenti domina l’anarchismo della microcriminalità a tutto svantaggio delle comunità dei colorati?

Altro che gang e microcriminalità, questi avvenimenti prefigurano all’orizzonte scenari di guerra civile e di contrapposizione armata tra fronti di classe decisamente contrapposti.

Il movimento e lo stato attuale

In questo braciere, il movimento oggi sconta le sue difficoltà che sono essenzialmente riconducibili ai rapporti di forza generali nella società americana e a livello internazionale. Le grandi manifestazioni di sostegno e solidarietà (soprattutto quelle dei paesi anglo sassoni e neocoloniali, Nuova Zelanda, Australia, Canada, Inghilterra, Francia, Germania, Sud Africa e Brasile) solo parzialmente hanno rappresentato la possibilità di una estensione internazionale della lotta. Sul piano interno le prime importantissime manifestazioni del proletariato di fabbrica, come lo sciopero generale dei portuali e della west cost di giugno o dei lavoratori dei trasporti pubblici di Los Angeles a Washington non raffigurano ancora una generale scesa in campo del proletariato di fabbrica. Negli stabilimenti della FCA di Detroit sorgono scioperi spontanei e comitati di operai (Rank and Files) per la difesa della salute. Ma ancora questo non coinvolge l’intero corpo delle fabbriche e dell’industria dell’auto, questo vecchio movimento operaio sta ancora a guardare, spera di non dover essere costretto a scendere in campo.

In ogni caso, la determinazione del movimento e il suo intreccio con un numero crescente di scioperi spontanei contro il razzismo ed a difesa della salute, gli ha consentito finora di controbattere colpo su colpo alla repressione dello Stato rafforzando la sua unità di intenti tra neri, bianchi e marroni. Ciò ha anche consentito di mettere in evidente difficoltà l’apparato repressivo dello Stato, dove il coprifuoco, la violenza della polizia, l’utilizzo della Guardia Nazionale, quello della FBI e delle migliaia di arresti (i cui giovani incarcerati hanno incriminazioni per reati che prevedono pene dai 20 anni fino all’ergastolo) non è riuscito a soffocare il movimento di lotta.

Ma una cosa è rispondere alla repressione legale dello Stato, un’altra è rispondere alla repressione “illegale” delle forze sociali insorgenti che richiederebbe una adeguata coerente risposta sul piano della autodifesa militante contro le violenze squadrista.

Di fianco a questo c’è un altro fattore oggettivo determinante che pesa sulla lotta. Questo movimento non deve solo confrontarsi contro il razzismo di sistema e contro la repressione, esso si confronta anche con la pandemia mondiale. Tenere la piazza e le strade consecutivamente per oltre un mese, mentre si registra un aumento vertiginoso dell’epidemia, al ritmo di 60000 e più contagiati ogni giorno, non è uno scherzo, tutto questo pesa materialisticamente sul campo dei rapporti di forza.

Il movimento ha intanto indirizzato la lotta sugli obiettivi ritenuti raggiungibili più velocemente, e considerati ora possibili proprio per l’inedita unità tra sfruttati di tutti i colori. Si è ritenuto che la forza espressa in piazza potesse agire come una onda d’urto tale da scuotere lo schieramento democratico, le maggioranze dei Capitol degli Stati e delle città ed ottenere l’avvio di una radicale riforma sistemica in senso democratico e antirazzista che potesse intaccare l’esistenza della polizia come istituzione. Quest’atteggiamento non è solo figlio delle illusioni democratiche – che ci sono – sulla possibilità di riforma del capitalismo, ma è anche percepito come una necessità di fronte ai sovrastanti rapporti di forze e di fronte allo stato della pandemia che negli USA e in tutto il continente americano è davvero critica.

I consigli comunali ed i sindaci hanno sostanzialmente confermato i bilanci di spesa a favore dei dipartimenti di polizia a Seattle, Portland, Minneapolis, Washington e a New York (qui solo con modifiche e ritocchi di dettaglio). Biden si è dichiarato da subito contrario alle parole d’ordine di “defund the police” e di “dismantle the police” avanzate dal movimento. Nessuna presa in carico da parte delle opposizioni del partito Democratico della richiesta del taglio dei finanziamenti della polizia si è avverato (e quei rappresentanti che lo hanno fatto con convinzione sono stati radiati dai consigli comunali ed hanno investigazioni da parte del FBI come a Seattle). A questo punto si è posta la domanda sul come continuare la lotta. Nei vari Capitol Hill Organized Protest ci si è a questo punto chiesti che fare, come continuare la lotta. Tenere la piazza, il CHOP il più a lungo possibile preparandosi a sicuri scontri con la polizia, o ripiegare su altri metodi e percorsi della lotta? Sfilare in corteo sotto le residenze dei sindaci (avvenuto poi a Seattle e ritenuto dal sindaco Jenny Durkan un atto intimidatorio, terroristico), riprendere le strade e le manifestazioni? Domande legittime che evidenziano la necessità di un bilancio che non può però prescindere dalla lotta.

Dare una risposta su come continuare la battaglia al momento appare insormontabile a prescindere dai rapporti di forza generali con cui la ripresa di questo nuovo ed inedito antagonismo di classe si trova a dover fare i conti.

Trovare la via in avanti, superando definitivamente ogni illusione democratica e di riforma del capitalismo non può avvenire sul piano della “decantazione politica” e della battaglia politica finalizzata a strappare la direzione di questo movimento alla linea cosiddetta “moderata” (moderata? Che sciocchezza) del “Black Lives Matter”, per indirizzare il movimento verso una più autentica e coerente impostazione antagonista al capitalismo. Chi punta le sue chances su questo rischia di perdere la sua puntata.  

E’ l’oggettività materiale su cui si dà questa ripresa dell’antagonismo generale (che è di CLASSE, di RAZZA e di GENERE e DELLA NATURA), determinata dalla crisi, dalla pandemia e dagli attuali rapporti di forza generali tra le classi, che produce le attuali illusioni democratiche facendole apparire a chi guarda il movimento dal di fuori come i “principali limiti ed ostacoli” del movimento. Il percorso della crisi e della lotta produrranno – non i modo meccanico e progressivo – nuove sfide, nuove domande e più avanzate soluzioni.

Tant’è che già oggi questo movimento non caratterizza il suo momento attuale nella rassegnazione al “meno peggio”, al ripiegamento verso la strategia del “voto utile” per Biden contro Trump.

Sotto la crosta superficiale delle relazioni tra le classi e con il capitale, la brace continua ad ardere e già prepara, non un domani lontano, ma in un prossimo vicino, ulteriori sussulti e sconquassi che tendono a riannodare i termini inediti e generali della questione: lo scontro di sistema ed epocale tra capitalismo e comunismo (inteso come battaglia generale contro ogni oppressione di razza, di genere e di classe e del mondo naturale). Intanto, il 20 luglio, domani, sarà una nuova giornata di lotta nazionale e di scioperi contro il razzismo sistemico[4].

(Roma, 19 luglio 2020)


[1] Dal Washington Post del 16 luglio 2020. https://www.washingtonpost.com/politics/2020/07/16/kayleigh-mcenany-tries-clean-up-trumps-comment-about-police-killing-more-white-people/?hpid=hp_hp-banner-low_fix-mcenany-655pm%3Ahomepage%2Fstory-ans

[2] Dal Financial Times del 7 luglio 2020 – https://www.ft.com/content/6c7b59ad-be4f-46b3-8386-072f106a1960

[3] C’è da chiarire che negli USA si fa largo ricorso al “furlough”, ossia il lavoratore viene messo in licenza a casa ma non è pagato. Formalmente il posto di lavoro rimane, ma si è senza paga, né copertura sanitaria fin quando la crisi aziendale non è risolta ed il lavoratore può essere reintegrato. Questi numeri, così come quelli dei lavoratori con contratti a zero ore non compaiono nelle statistiche ufficiali del Dipartimento del Lavoro, ma possono iscriversi alle liste di disoccupazione e per i sussidi statali.

[4] https://apnews.com/d33b36c415f5dde25f64e49ccc35ac43

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