Immagini, commenti e lezioni dal movimento di massa negli USA contro il razzismo di sistema e la violenza della polizia.

(Roma, 15 giugno 2020)

Non chiamiamola più “protesta”. Perché quando la protesta di massa si dà delle parole d’ordine, delle rivendicazioni comuni e persegue i suoi obiettivi con altrettante pratiche di massa, non ci troviamo più di fronte ad una semplice protesta senza “idee”. E’, un movimento che si organizza incentrato sulla realizzazione delle proprie rivendicazioni e che comincia anche a mettere a nudo cosa c’è sotto la punta dell’iceberg del razzismo della polizia, fino a raggiungere momenti di lotta radicale a quell’anima colonialista indissolubilmente legata alle origini del capitalismo e dello sfruttamento di classe. La rivendicazione del movimento è “DEFUND THE POLICE”, condivisa dalla gioventù proletaria di senza riserve, afroamericana, bianca e ispanica, che a dispetto della pandemia sta sfidando lo Stato americano.

Prima ancora che nel chiarimento tra chi sono i veri amici e chi i finti amici del movimento (quelli del campo del partito democratico che vorrebbe semplificare il razzismo sistemico ad un problema di “mele marce” in seno alla polizia, e ricondurre il movimento nell’alveo del processo democratico ed elettorale) i chiarimenti avvengono nel vivo della lotta e delle azioni la protesta di massa compie.

C’è poco da ricondurre la richiesta di DEFUND THE POLICE in una neo obamiana riforma della polizia. Questa rivendicazione è un attacco frontale alle istituzioni dello Stato borghese. E’ talmente radicale che si chiede ai sindacati e alla unione delle varie trade union (AFL-CIO) di espellere i sindacati di polizia dalla “casa comune” dei lavoratori americani.

New York City zona di guerra

Ne sono consapevoli i sindacati di polizia, che dal 10 giugno, attraverso Ed Mullins, leader di uno delle principali organizzazioni del sindacato di polizia, dichiara alla stampa e a Fox News che la città di New York è zona di guerra, ed invoca le istituzioni federali ad intervenire al più presto.

E contrariamente al commento della stampa “liberal” e democratica che ritiene non vera la rappresentazione data dai sindacati di polizia su quanto accade a New York (proteste pacifiche), la polizia – per mezzo dei suoi sindacati – coglie di essere sotto attacco da parte del movimento di massa che richiede lo smantellamento in quanto istituzione coercitiva e repressiva dello Stato di classe.

DEFUND THE POLICE non si attarda dietro le illusioni di un nuovo New Deal democratico e riformatore, marcia attraverso il CHAZ.

Sebbene il movimento di massa nutra la speranza e l’illusione di poter contare e di poter raggiungere i suoi obiettivi condizionando con la lotta la contesa elettorale del prossimo anno, esso non si attarda. E mette in atto attraverso azioni concrete e di massa la soppressione della polizia dalle città, obiettivo che il movimento si vuole prefiggere attraverso la rivendicazione del DEFUND THE POLICE. Cancellare i finanziamenti ai dipartimenti di polizia, non è semplicemente chiedere una diversa destinazione dei soldi “pubblici”, togliere i soldi alla polizia per destinarli ai “servizi sociali”. Significa immaginare una società dove la polizia è fuori dai quartieri proletari, fuori dalle scuole perché ha come unica funzione quella della repressione. Rappresenta la constatazione che le comunità degli sfruttati debbano e possono salvaguardarsi da sé.

A Seattle il movimento da alcuni giorni ha circondato il Dipartimento di Polizia del distretto orientale. Ha chiuso l’edificio con barricate ed ha costretto il corpo di polizia all’evacuazione dello stabile. Ha tutta occupato l’area Est intorno e l’ha dichiarata Capitol Hill Autonomous Zone (CHAZ).

E’ qualcosa di più della riedizione dell’assedio dei no global americani al WTO del 1999 o degli “Occupy Wall Street” del 2011.

Non è solo una azione simbolica, ma una messa sotto scacco di una istituzione dello Stato da parte di un movimento che lo vuole sfrattare fuori dalla società.

L’intero distretto orientale di Seattle è stato dichiarato off limit alle forze di polizia, mettendo in pratica una auto organizzazione della società che non ha bisogno delle forze armate dello Stato per tutelarsi. Anzi che proprio la sicurezza delle proprie comunità necessità la messa al bando delle forze di polizia.

Si discute concretamente di come la società possa organizzare da sé la “sicurezza” di tutti e di ciascuno. La difesa degli sfruttati afroamericani, bianchi e di ogni colore viene presa in mano direttamente da se stessi, contro chi opera la “sicurezza” contro di loro.

Quindi non è la messa in scacco simbolica delle istituzioni sovranazionali del capitalismo (WTO, G8, banche e borse), ma la presa di possesso di una istituzione fondamentale che richiama, al di là di quello che pensano i giovani di tutti i colori che animano l’iniziativa, un guanto di sfida al potere dello Stato. Non più una “zona” autorganizzata ai margini delle sedi del potere o nelle periferie desolate, ma la costrizione all’inazione nei confronti di uno degli organi di repressione dello Stato del capitale nel cuore della città.

Una azione che ha davvero poco del “simbolico” e del “pittoresco”: la rivendicazione del DEFUND THE POLICE passa all’azione diretta, sperimentando già ora un modello di collaborazione e cooperazione sociale basato sui bisogni reali degli sfruttati.

Per questo dissentiamo dai commenti critici della stampa democratica e liberal dei sindacati di polizia che dipingono le attuali proteste come “zone di guerra”. Il messaggio da questi è stato abbondantemente raccolto per la sua reale pericolosità sociale che questo movimento sta incubando.

E lo Stato di classe e del capitale?

In che cosa potrà tradursi tutto questo non è facile da prevedere. Ma non solo la polizia – attraverso le dichiarazioni dei sindacati di polizia – lancia il suo allarme. Ma anche lo Stato federale, la Casa Bianca dichiara che questo esperimento và estirpato ora e subito. Si tratta di “terrorismo domestico” all’interno del paese, richiede azioni militari immediate.

Trump continua ad invocare il dispiegamento dell’esercito per riportare l’ordine e riprendere possesso delle 6 zone liberate, riprendere il pieno controllo della città.

Gli Stati Uniti d’America, leader del capitalismo e dello sfruttamento mondiale, per la prima volta si confrontano nella loro storia con un movimento di massa, di fatto radicale, che pone inconsapevolmente le premesse per una più generale battaglia sulla questione del potere.

Ci saremmo aspettati che gli USA, con il proprio esercito, la propria polizia, i suoi corpi di intelligence avrebbero potuto far piazza pulita in un battibaleno. Nemmeno l’intero proletariato bianco e nero è sceso in piazza, che lo Stato scricchiola paurosamente e le varie istituzioni sfuggono al comando del comandante supremo in capo.

Si fa più acuta la polemica tra il governo federale della Casa Bianca e i capi delle forze armate del Pentagono sull’uso dispiegato dell’esercito per sedare le rivolte. Assistiamo ad una impasse dello Stato del capitale ad esercitare la repressione. Sappiamo per certo che questo non fermerà la controffensiva del Capitale che potrà essere “legale” e democratica o anche “illegale” attraverso le squadracce bianche che abbiamo visto agire nelle città americane durante le prime settimane della pandemia.

Questo scricchiolio comincia a farsi sentire oltre oceano e speriamo anche tra le sterminate masse sfruttate dall’imperialismo, in Africa e in Medio Oriente. Imbriglia tutti i piani di azione e di ordine che il capitale USA stava prospettando per uscire dalla crisi: compattare un ampio fronte sociale nazional popolare contro la Cina e contro gli “alleati” europei filo-cinesi. Agisce come ostacolo insormontabile contro i tentativi della destra trumpista di accorpare i proletari bianchi e senza riserve in un nuovo slancio nazionalista e popolare.  

E’ lo stesso precipitato del Coronavirus che ha accelerato tutte le dinamiche di polarizzazione sociale negli USA. Che ha fatto precipitare la crisi economica rapidamente in una fase di maggiore disastro, evidenziando l’oppressione di classe che il trumpismo e l’obamismo avevano tentato di nascondere sotto il tappeto. Il giochetto di scaricare le colpe della pandemia contro la Cina al momento viene decisamente ostacolato da questo movimento di massa. I giovani bianchi senza riserve e senza certezze hanno deciso di rompere il lock down a dispetto della pandemia. E non perché abbiano raccolto l’invito di Trump a difendere la propria libertà individuale di sottomettersi al profitto. Ma, tutto al contrario, perché hanno raccolto l’invito ad unirsi con gli afroamericani nella lotta contro un regime oppressivo e razzista, che colpisce doppiamente gli afroamericani ma che non offre alcuna salvezza anche per i proletari bianchi. Un regime che di fatto è neo-colonialista al suo interno, dove la segregazione delle genti di colore e delle nuove generazioni di latino americani immigrate negli USA subisce tutti i giorni i meccanismi di un razzismo sistemico e di classe che ne fa carne da macello per i profitti. Lezione che gli operai dell’agro industria e della lavorazione delle carni (prevalentemente latino americani) stanno imparando attraverso una lotta che prosegue da più di tre settimane, fatta di scioperi e dure battaglie per la difesa della salute loro e delle loro famiglie, contro un sistema di produzione che li vuole schiavi del profitto.

Il movimento di lotta contro il razzismo della polizia torna alle origini del razzismo, rimette in discussione la storia.

Durante queste giornate abbiamo assistito all’abbattimento delle statue degli “schiavisti” e dei generali confederali in tante città degli Stati Uniti. Questa volta davvero di massa (non come i teatrini inscenati dai commedianti del pentagono e della CIA a Bagdad negli anni scorsi).

Azione che è stata emulata in tante piazze della Gran Bretagna. L’azione è tutt’altro che simbolica. Rappresenta la convinzione che dietro la punta dell’iceberg della violenza razzista della polizia, c’è una intera impalcatura politica, sociale ed economica che la riproduce di continuo. Non basta dunque fare piazza pulita ai vertici della polizia, ma è necessario riprendere le fila di una lotta radicale contro la società di classe e razzista che ha non solo ha prodotto razzismo e colonialismo, schiavitù e moderna schiavitù salariata, ma che per di più onora questi signori.

Viene discussa e rivista la storia con gli occhi degli sfruttati, rifiutandosi di inchinarsi ad onorare i signori simbolo dello schiavismo e del colonialismo.

Anche Cristoforo Colombo, lo scopritore del nuovo mondo, viene passato al setaccio della critica del movimento di massa come espressione di un sistema il cui progresso si è basato sin dalle sue origini sulla rapina, sulla violenza, sull’oppressione e sulla schiavitù da parte di una minoranza contro la maggioranza dell’umanità.

Le sue immagini e le sue state vengono abbattute al pari di quelle degli schiavisti Inglesi e Nord Americani.

[VIDEO] https://www.voanews.com/europe/slave-trade-colonialism-fuel-race-protests-europe

La critica di massa non risparmia nessuno, nemmeno gli “eroici” condottieri delle nazioni democratiche durante il macello del secondo conflitto mondiale imperialista: tutti strumenti di un comune sistema di classe e razzista.

In pochi giorni, l’infame storia fin qui scritta dall’ideologia dominante della borghesia viene messa all’indice dal movimento di massa. Churchill non è più “l’eroe” che “ha difeso il mondo libero” (come l’ideologia borghese ufficiale vuole farci credere), ma un razzista e capo di uno dei più brutali Stati colonialisti della storia.

I simulacri dell’ideologia capitalista dominante vengono profanati. Questa iconoclastia del movimento è già ora l’espressione più radicale di opposizione al capitalismo mondiale, che le lotte negli USA stanno diffondendo al resto del mondo.

Potranno queste prime espressioni di radicale denuncia del colonialismo, come causa prima del razzismo sistemico che domina nelle cittadelle occidentali dell’imperialismo, rappresentare anche un primo passaggio verso il sostegno delle lotte nei pasi da esso dominati, dall’Africa al Medio Oriente ed all’estremo Oriente? Di sicuro gli Stati borghesi ed i servi del capitale non stanno dormendo sonni tranquilli. E non gli sarà facile continuare le manovre di manomissione che Washington, Londra, Parigi, Roma, Berlino e Tokyo hanno potuto condurre “indisturbati” negli ultimi anni ai danni di tutti gli sfruttati dall’imperialismo.

(Roma, 15 giugno 2020)

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